“La terraferma è una terra straniera”: Fabiano Alborghetti scrive, in versi, il romanzo dello sradicamento e della nostalgia

Posted on marzo 14, 2018, 8:12 am
7 mins

La narrazione che costituisce Maiser (Marcos y Marcos, 2018), il romanzo in versi di Fabiano Alborghetti, inizia nel 1948 e muove i primi passi dalla campagna italiana. Si tratta di uno di quei luoghi non così lontani dalla città, ma da questa profondamente differente, lì dove la vita è scandita dal lavoro rituale e corroborante della terra e il tempo dai rintocchi di un campanile. Luoghi che ancora oggi resistono e si ripetono simili sul suolo italiano, lungo tutte quelle piccole frazioni di comuni, nei quali qualcosa di puramente tradizionale ancora è conservato. La storia giunge fino al recente passato, nel 2008, quando Bruno, il protagonista, emigra in Svizzera, nel Canton Ticino. Lì vive lo sradicamento, l’oblio di non essere a casa e la conseguente nostalgia, oggettivata in malattia: l’Alzheimer. Il protagonista è quindi stremato, confonde i ricordi e, per questo, perde l’identità. L’autore racconta il disagio della malattia di Bruno attraverso gli occhi dei figli, a cui passa il testimone, che se ne prendono cura, come si devono prendere cura del raccolto dei padri e si dovranno poi occupare di seminare ancora una volta la terra (“Oggi raspi la merda dal muro sporcato/ con colpi di spugna, con molto sapone/ con lo spazzolone e bestemmi/ senza dire parola. Tuo padre/ è sdraiato, gli occhi perduti e indietro/ negli anni, invoca sua mamma/ borbottando qualcosa/ la gamba che pende dal bordo del letto/ il pigiama, il lenzuolo, la cena/ che fredda nel piatto in cucina”).

Il romanzo in versi di Alborghetti è dunque la storia di tutti, in cui ognuno è preso dentro (“La storia comune di un uomo normale/ in un dopoguerra di anni affamati/ e di affanni”). È la rappresentazione di un’Italia alle prese con una progressiva perdita d’identità, in cui sono in gioco la memoria e il futuro, tra le radici e una forza tremendamente opposta, sradicante e inarrestabile, come se il nuovo dovesse necessariamente cancellare il vecchio per farsi spazio.

Alborghetti libroIl testo riporta eventi segnanti, dal fascismo agli anni di piombo, ai più recenti cataclismi. Un’opera coscientemente storica, quindi. Scandita cronologicamente da fatti realmente accaduti e caratterizzata concettualmente da un passaggio di consegna tra le generazioni che si susseguono come la messe nei campi. Ma se la storia si ripete, i tempi cambiano e così le idee, o almeno le persone che le pensano (“E diverse altre cose/ son diverse, cambiate:/ dal sole che siede tra i muri di casa/  che più non serve a scaldar le radici/ ma solo a far luce, rimbalzar dove è nuovo/ a come è la famiglia/ con la faccia diversa che non sono più dei servi/ ma figli di voglie per cose moderne/ che si trovan riuniti se accade un bisogno/ ma ognuno è per sé/ ognuno con potti che ormai sono cresciuti/ e quel certo orgoglio di aver lasciato la terra/ che quasi tutti hanno adesso un lavoro/ e si vanga per sfizio/ perché c’è la terra ma non la fedeltà”).

Maiser, il titolo dell’opera, significa “l’uomo del mais, il contadino: nomignolo spregiativo usato in passato, nella Svizzera di lingua tedesca, per indicare i lavoratori italiani”. Bruno lascia infatti l’Italia per il Paese d’oltralpe, emigra prendendo un treno (“Guarda Bruno di fuori/ le campagne infinite di Reggio Parma/ le stalle lontane per centinaia di capi/ che il nord è ricchissimo come scritto da Nerio/ che mandò pure una foto/ per venir ricordato/ che la svizzera è ricca e ha fatto fortuna./ Qui ancora è l’Italia ma già ne vedono i segni/ la ricchezza si avvicina”). In realtà, però, è normale che l’essere umano si illuda delle sue speranze, che queste vengano esaudite solo parzialmente e la vita a Mezzana, nel Canton Ticino, non si rivela semplice. L’opera intercetta quindi temi attuali quali l’immigrazione e la discriminazione, la famiglia, la crisi del lavoro. Contemporaneamente, restituisce concetti senza tempo ed esistenziali come lo sradicamento, la nostalgia, la morte, in un testo ben strutturato e quindi comunicativo, composto da versi che non si abbandonano all’intimismo, pur essendo impregnati di una forte tensione emotiva.
Alessandro Paglialunga

*

Alcuni estratti da Fabiano Alborghetti, Maiser, Marcos y Marcos, 2018

 

LIX

La terraferma è una terra straniera
pur volendo crederne il contrario. Una geografia
di vite possibili, un sorteggio, un carteggio:
eroismi, patti, errori in buona fede
come è la tua promessa:
che tuo padre in casa anziani
mai ci andrà…

 

LXVII

[…] è mancato
in un giorno qualunque
col vestito di sempre di quei giorni di pena
un pigiama, il maglione, le calze di spugna:
A saperlo prima.
Ma non si sa mai
perché per le partenze nessun avviso è mai dato
e non c’è modo d’esser vestito adeguato
o forse: l’abito giusto non stà nell’armadio
non è quello comprato per fare figura
ma è ciò che si è…

 

LXVI

Dovresti imparare
a non assorbire ogni cosa del mondo
o non del tutto, almeno.
fai ciò che puoi e in prossimità
– adiacente, lungo il, in mezzo a –
come fa chi è ferito: i feriti
hanno molta umanità, sperimentano il dolore
ne conservano il ricordo ma tacendone importanze.
Scivolano, rapiti forse
da un credo ben più vasto ma impossibile da dire.
Poi è vero: daccapo è tutto di fronte
e così vasto e sembra un muro. Ogni volta
come un rito che inizia
ma ch’è rivolto già verso una fine…