La storia (vera) del ragazzino russo che vuole fare lo chef, è il primo della classe e si getta dal secondo piano dell’alberghiero. Salvandosi

Posted on giugno 06, 2018, 10:15 am
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Immaginatevi due scuole, una di fronte all’altra. La prima è un istituto alberghiero. L’altra è un istituto d’arte. Due muri di finestre che si guardano a vicenda, con centinaia di occhi adolescenti che dividono la scena in due posture differenti: sguardi dritti come allo stadio, tra tifosi di curve contrapposte; sguardi di traverso, come in coda al semaforo, oltre i rispettivi finestrini. Con un formicaio continuo di alunni e insegnanti.

C’è lui, il protagonista. Fa la terza all’alberghiero. È il migliore della classe, anzi, ha i migliori voti di tutto l’istituto. Vuole diventare uno chef. Non ne conosciamo le motivazioni. Se per moda o altro. Fino a cinque anni fa i ragazzini volevano fare i calciatori, oggi i cuochi alla Cracco Barbieri.

Sappiamo che è il migliore dell’istituto e per lui è già sicuro un posto nello stage più stellato al termine della scuola, perché così ha deciso il preside a furor di corpo insegnanti.

Il protagonista ha un nome corto e letterario e per la scuola è il russo. È biondo, ha gli occhi azzurri e lo sguardo calmo, che non abbassa mai. Russo lo è davvero, come la madre con cui vive qui da noi, come il padre, che se ne è andato chissà dove, per una pratica che pare piuttosto diffusa per i maschi di quel paese.

L’aula della sua classe è al secondo piano. Il russo è alla finestra e guarda fuori, poi di sotto. I compagni sono al loro posto. L’insegnante è alla cattedra, alza la testa e vede il russo in piedi. Studia la sua maglietta bianca a righe blu, sottili, e gli viene in mente che l’ha già vista in diversi film, addosso ai marinai russi. Sorride. D’improvviso non ha più tempo per sorridere perché il russo dice ad alta voce “Io ce la faccio”. Apre la finestra, sale sul davanzale e si butta giù.

Secondo piano.

Primo piano.

Cemento del cortile.

Almeno cinque metri di spazio tra il davanzale e l’asfalto. Almeno.

Tutti – insegnante compreso – fanno “oooohhhhhh” all’unisono verso il vuoto che ha lasciato nell’aula e in un istante sono ammassati alle due finestre della stanza, a guardare di sotto.

Vedono una immagine che non dimenticheranno per il resto della vita.

Lui, in piedi, come se non lo avesse fatto davvero, come se avesse preso le scale per arrivarci, sano e salvo, a testa alta.

Qui, dice l’insegnante, c’è l’unica incongruenza nelle varie versioni. C’è chi dice che sorrideva e chi, invece, che era impassibile.

Prima si è sentito un brusio, poi una specie di boato acuto. Le finestre di fronte, quelle dell’istituto d’arte, erano già piene di studenti, increduli per quel gesto.

Il russo ha alzato la testa verso i compagni.

Ha detto “sì”.

Ed è tornato in classe.

Questa storia me l’ha raccontata un insegnante. È una storia vera. Parla di fortuna, di destino. Di regole da rispettare, belle da infrangere. Di giovinezza, che non pensa al domani. Di adulti che contro la loro volontà sono spettatori di un eroismo del tutto inaspettato, inconcepibile, inutile e fuori luogo, che prima fa incazzare, poi sorridere e dopo, a freddo, forse, nonostante tutto, invidiare, per quello che noi, con razionalità, non saremmo mai in grado di fare. Nel bene o nel male.

Michele Mengoli

www.mengoli.it