“La potete girare come volete, ma rimarranno sempre e soltanto otto secoli di sangue versato”: ecco perché “Eureka Street” è un grande libro (nonostante la copertina)

Posted on Marzo 01, 2019, 1:51 pm
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Confesso che la copertina rossa di Eureka Street (Fazi Editore) del libro del nordirlandese Robert McLiam Wilson non mi avrebbe persuasa a uscire dalla libreria con questo libro nella borsa. C’è un sole arancione che annega nel cielo infuocato, una vecchia macchina in primo piano, la sagoma nera di un operaio al lavoro. Nemmeno le belle frasi d’autore, che lo corredano in copertina e in quarta, mi hanno convinto. Allora ho chiesto a Giulia, da qualche tempo, la mia libraia di fiducia (abbiamo gli stessi gusti) e lei mi ha parlato di un paio di personaggi e, nel breve giro di parole, ha scelto, per uno dei due, la parola maledetto. Bingo, o forse dire in modo più colto: eureka. Mi è bastato poi posare gli occhi sull’aletta e la curiosità ha prevalso. “Robert McLiam Wilson è nato nel 1964 a Belfast. Abbandonato dai genitori all’età di quindici anni, ha fatto il barbone e innumerevoli lavoretti prima di proseguire gli studi a Cambridge. Eureka Street, pubblicato per la prima volta nel 1996, è il suo terzo romanzo”. La parola maledetto unita all’espressione abbandonato con me funzionano sempre.

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Mentre uscivo dalla libreria con il mattone irlandese di quasi cinquecento pagine (che si leggono in fretta) nella borsa, mi domandavo se questi brevi cenni biografici fossero veri. È ancora possibile aspettarsi un briciolo di verità dietro la maschera dell’autore di un libro? Ho deciso che la risposta mi sarebbe giunta dalla lettura. E, in effetti, dietro i personaggi sconclusionati che si incontrano nel libro, le famiglie sono un disastro. Niente di più poetico. Se un genitore non te lo puoi scegliere e se te ne rimane solo uno, sei costretto a cucire insieme brandelli di affetto, come gli articoli fotografati in vendita nelle riviste per corrispondenza. Ma non sono solo gli alticci personaggi che si ammazzano di birra al pub, una sigaretta dietro l’altra. C’è il ritratto struggente e drammatico di Belfast, umida e grigia di pioggia, Irlanda del Nord, anno 1994. La città è un campo di battaglia, si sentono le sirene e le esplosioni, i muri ospitano i messaggi in codice delle fazioni in lotta. Cosa si nasconde dietro la sigla OAG che viene impunemente scritta sui muri? I protagonisti non potevano che essere un protestante, Chuckie, il grassone e affarista (il primo vero affare è dedicato ai vibratori giganti) che ha un debole per la celebrità e si è fatto fare e rifare una foto col papa e Jake, quello maledetto e cattolico, che gira per la sua amata città con la sua sgangherata auto che lui chiama, affettuosamente, il Catorcio, uno che ci sguazza nella miseria, fa un lavoro miserabile (svuota le case dei debitori che non ce la fanno a sopravvivere) e finisce per essere solo, abbandonato dalle ragazze, con il suo grasso gatto. Ma poi lui, che è stato abbandonato dai suoi ed è stato accolto e salvato dai genitori adottivi, si prende a cuore Roche un ragazzaccio randagio, in fuga da un patrigno violento. Poi c’è la coriacea Aoirghe che si scontra in modo brutale, impietosamente, con Jake, con la sua brava laurea conquistata in Irlanda. Ecco come la descrive Jake, che ne approfitta per una rapida sinossi di storia patria: “Fu particolarmente precisa nella ricostruzione storica. Partendo dalla preistoria, arrivò ai giorni nostri senza dimenticarsi un singolo passaggio. La solita solfa: l’Irlanda era stata la culla di una elegante civiltà e di una cultura raffinata, fino a quando non erano arrivati gli inglesi a rovinare tutto. Ci sono sostanzialmente tre versioni della storia d’Irlanda: quella repubblicana, quella lealista e quella britannica. Sono tutte e tre poco limpide e accordano un ruolo e un peso eccessivo alla figura di Oliver Cromwell, un poveretto che sfoggiava un bizzarro taglio di capelli. Io opto per una quarta variante, la mia, ovvero la Versione Semplice: la potete girare come volete, ma rimarranno sempre e soltanto otto secoli, o quattro se preferite, di sangue versato in un susseguirsi di lotte tra irlandesi e altri irlandesi”.

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Le pagine più belle del romanzo oltre a quelle comiche e dissacranti, com’è ovvio, sono quelle tragiche e dedicate all’inferno dell’attentato di Fountain Place. The Troubles: “è così denominato il conflitto nordirlandese non senza una venatura di ironia (troubles significa letteralmente ‘disordini’)”, scrive l’autore nel Glossario, in appendice. Il sangue irlandese scorre a fiumi all’interno di uno snack bar: “che luogo banale per una strage, del resto i Troubles non hanno mai avuto come scenario luoghi di respiro epico, ma sempre umili vicoli, negozietti, ricevitorie, snack bar, bancarelle di hot dog, pub di quart’ordine, vecchie balere, nonché una vasta gamma di edifici rallegrati da ampi murales”. Poi McLiam Wilson parte a raccontarci, con pennellate di sangue, la storia delle vittime di questa strage, come la storia perfetta di Robert Crawford che ha perso la moglie Margaret e le due figlie Natalie e Liz. “Non aveva mai saputo che l’amore potesse essere così devastante” e “nel suo cuore non smise più di piovere”. Lo scenario dell’esplosione è fotografato con cruda intensità: “trovarono un gran numero di cose: un apparecchio acustico parzialmente danneggiato di cui non fu possibile stabilire il proprietario, la lavagna su cui era stato scritto il menu, scheggiata e insanguinata. Si disse che avessero persino trovato un cervello umano, senza cranio, ma perfettamente integro. Recuperarono una gonna di lino verde ancora intatta, e inizialmente non seppero spiegarsi un simile fenomeno visto che tutte le vittime di sesso femminile erano rimaste gravemente mutilate e i loro abiti ridotti a brandelli, fino a quando un brillante individuo non scoprì l’etichetta del prezzo. E poi abiti, portafogli, giocattoli, borsette, giacche, scarpe, persone, pezzi di persone e cose che non fu possibile identificare”. La catena di morti per una strage politica faceva provare “un nuovo rispetto per la fragilità del corpo umano”. L’elenco dei morti è la vita e il suo senso. “Avevano tutti una storia. Non erano storie brevi, o non avrebbero dovuto esserlo. Avrebbero dovuto diventare lunghi romanzi, splendide narrazioni di ottocento pagine e più, non soltanto le vite delle vittime, ma anche quelle che si erano trovate sul loro cammino, l’intreccio di conoscenze, amicizie e relazioni intime che le legava a coloro che amavano, che conoscevano e da cui erano conosciute, una rete di grandiosa complessità e ricchezza. Che cosa era accaduto? Una cosa molto semplice: storia e politica erano giunte a un vicolo cieco. Un individuo, o forse più di uno, aveva stabilito che era necessario agire e alcune storie erano state troncate, altre abbreviate. Una bella riga nera su una pila di fogli. Semplice. Le pagine che seguono risentono di tale perdita. Il testo è meno ricco, la città più piccola”.

E il giorno dopo? Quella nuvola di polvere e fumo che si vedeva da lontano? Belfast viene riavvolta, come una coperta, dal silenzio e dall’oscurità. “A parte un’area illuminata a giorno dove si potevano scorgere le macerie e alcuni soccorritori, la notte era scesa sulla città come ogni notte. E le strade luccicavano come pietre preziose, come piccole collane di stelle”.

Linda Terziroli