“La poesia può salvare le persone, ma il poeticismo sul web sta distruggendo un genere letterario. Io preferisco parlare con i poeti morti”: Gabriele Galloni dialoga con Alessandro Moscè

Posted on Ottobre 15, 2018, 9:14 am
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Alessandro Moscè come critico letterario ha pubblicato l’antologia “Lirici e visionari” (2003) e i saggi “Luoghi del Novecento” (2004) e “Galleria del millennio” (2016). Come poeta, tra l’altro, ha pubblicato “L’odore dei vicoli” (2004) e “Hotel della notte” (2013); ha pubblicato i romanzi “Il talento della malattia” (2012) e “L’età bianca” (2016). Tradotto in Romania, Spagna, Messico, Argentina, scrive di letteratura su “Il Foglio”. Un profilo più completo del suo lavoro è qui.

Il tuo percorso letterario non ha bisogno di alcuna presentazione. Le tue poesie sono tradotte in diverse lingue e le maggiori voci critiche del nostro paese si sono occupate della tua opera, che spazia dalla poesia al romanzo, alla saggistica, fino alla curatela di importanti antologie. Raccontaci, a introduzione, la tua strada. Dall’esordio in poesia, con L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro 2005), fino ai tuoi ultimi progetti.

Nasco come poeta, ma in realtà furono i miei primi racconti ad essere pubblicati in riviste di terza mano. Erano ciclostili che si distribuivano quasi clandestinamente nelle università e nei circoli improvvisati dove passavano politici, anarchici, paninari e new wave in un’epoca molto disimpegnata. Ero un ventenne che cercava la sua lingua e la sua cifra interiore. Leggevo i poeti e i narratori, i classici (Dante, Leopardi, Baudelaire, D’Annunzio, Sartre). Mi piacevano i filosofi, ma intuivo che la cerebralità del pensiero non faceva per me. Dovevo confrontarmi con la natura umana e con la vita, con l’esperienza, la mia innanzitutto. Per questo l’impatto più proficuo l’ho avuto con i viventi che restituivano storie assimilabili a quelle di tutti i giorni: La donna leopardo di Alberto Moravia e Il terzo aspetto di Giorgio Saviane furono libri capitali che mi indicarono la strada del sentimento (ma non del sentimentalismo) e dell’eros come elementi perfino formativi di un individuo. Ho amato molto Il canzoniere di Umberto Saba e Ossi di seppia di Eugenio Montale. Scoprivo i critici per incamerare una visione complessiva del mio tempo, ed eravamo alla fine degli anni Ottanta: Gianfranco Contini, Carlo Bo, Natalino Sapegno, Carlo Salinari, Geno Pampaloni. La letteratura mi prendeva la mano mentre conducevo studi universitari di Giurisprudenza. Più tardi ho scoperto la dimensione geograficamente più vicina, quella in cui risiedo, le Marche, con il massimo poeta dopo Leopardi, Franco Scataglini, e il suo concetto di residenzialità. “Che senso ha vivere qui e non altrove?”. Maturavo inoltre l’idea dell’inesattezza di un cascame di tipo accademico per cui poesia e narrativa sono generi distinti e inconciliabili. Credo nella contaminazione dei due generi e nella poesia-racconto, così come nella narrativa con un tono lirico ed epico. In Italia, stranamente, ad un narratore di successo non viene attribuita mai la patente di poeta: eppure abbiamo annoverato, nel secondo Novecento, Pier Paolo Pasolini, Paolo Volponi, Giorgio Bassani e Alberto Bevilacqua, solo per citare alcuni casi di ambivalenza creativa di notevole qualità. Capivo, da ragazzo, che la letteratura non manipola nulla, non strumentalizza la verità. Solo così i conti possono tornare. Il tempo della letteratura è l’esatto opposto di ciò che si forma nell’immaginario della gente. Cito María Zambrano che ha scritto La confessione come genere letterario. Vita e pensiero, ci ricorda la Zambrano, non sono due mondi eterogenei o due totalità autosufficienti, ma una sola realtà, quella esistenziale. Il pensiero non può porsi come antagonista della vita, bensì come principio capace di renderne conto.

L’odore dei vicoli è una plaquette dove la dimensione esistenziale, notturna, misterica, abbraccia la mia città, Fabriano, e il luogo principe della mia poesia: il giardino comunale: una specola, una specie di piccola Langa dove non emerge il posto in sé, esiliato e anonimo come qualunque altro, ma l’occasione per interrogare il senso di perdita, i vivi e i morti, il ricordo struggente, le figure amatissime dei nonni paterni e materni. In quel giardino, da piccolo, ho incominciato a camminare, sono cresciuto, diventato adolescente. E’ un luogo aperto, da dove si arriva al centro della città passando attraverso vicoli sdrucciolevoli, con i muri delle case di mattone grezzo con l’intonaco sbriciolato e le finestre posizionate ad altezza d’uomo. Sembra di immergersi in un tempo lontano, sospeso, come spesso accade nell’estesa provincia del Centro Italia.

mosceC’è una dimensione assoluta nella tua scrittura, che è quella del luogo. Luogo inteso come rievocazione, soprattutto: più illuminazione che epifania. Una residenzialità dell’anima (non a caso sui luoghi dell’anima e della scrittura hai scritto una bellissima raccolta di saggi, Luoghi del Novecento, edita nel 2004 da Marsilio). Le coordinate geografiche, precise e definite, sono il lasciapassare per un’identità poetica universale. Penso a certe rivelazioni di Stanze all’aperto (Fabriano d’inverno, i luoghi dell’estate, le tue luminosissime Marche) oppure a Hotel della notte, dove la stessa materia si dilata fino a rarefarsi ancor di più (la sedia impagliata su cui siede l’amico, i giovani nelle notti invernali, il nonno addormentato). Quel che voglio chiederti è: qual è il preciso rapporto tra poesia, la tua poesia, e il luogo? Pensi che l’opera di un autore sia inscindibile dai suoi luoghi?

I miei luoghi sono spesso concreti, visivi, fotografici. Luoghi fisici, ma anche metafisici, sempre sull’orlo di una scomparsa, di una ripresa, di una salvazione. La poesia non trova la sua necessaria radicalità nel luogo, piuttosto nella corrispondenza con il luogo come occasione per dilatare il mondo nella realtà globalizzata. Nasce quindi un vero e proprio sentimento del luogo in cui si mescolano confidenza e mistero nell’escursione dalla propria “roccaforte”. È Ancona il luogo che ho addomesticato di più nell’infanzia, perché ci hanno vissuto i nonni. Il Natale da nonno Ernesto assumeva la veste di un rito che per nessuna ragione poteva essere rifiutato. Una famiglia allargata si univa intorno ad una tavola per il pranzo delle feste. Quindi parlo di un luogo prettamente casalingo. Ma nella mia poesia c’è anche il luogo universale, mitico. La storia di Fabriano si compone di realtà e fantasia, come dappertutto. L’uno e l’altro aspetto non si distinguono più. Il passato è un oggi che la storia non lascia addormentato, arricchito di particolari secondo versioni sempre diverse. Per questo la leggenda locale ha una funzione: è una vera e propria partitura che si rinnova di decennio in decennio. La memoria della gente sente il beneficio di una scoperta, l’impazienza di aggiungere dettagli. Ma il passato non è solo testimonianza di ciò che è successo, che non succederà più. Rivive la presenza dei secoli nell’attimo in cui conosciamo la rappresentazione eterna del luogo. In questo le narrazioni orali assumono un significato fecondo. Scriveva Scataglini di aver messo a punto la premonizione che portava in sé dell’idea di residenza e che viene da un passo di Adorno in cui si parla esplicitamente di intellettuale residenziale in relazione al rapporto di Kant con la sua piccola Königsberg.

Nonno Ernesto, quando veniva da Ancona a Fabriano, sorseggiava il caffè poco zuccherato, io il cacao bollente. Mi accarezzava il viso e pronunciava parole ben scandite in dialetto anconetano. Si lasciava andare a battute ironiche, a pronostici sul campionato di calcio. Tifava per il Bologna, io per la Lazio. Nel capoluogo emiliano ci aveva fatto il militare e non sapeva dimenticare le lucine di San Luca. Amava i paesaggi collinari delle Marche. È stato lui ad insegnarmi il piacere dello sguardo rivolto ad immaginare le favole dietro i monti appenninici. Il luogo è anche la gente, lo sciame di persone che conosci e che ti conosce, il rito, l’abitudine. “Ci pare sempre di essere vissuti a lungo nei luoghi in cui abbiamo vissuto intensamente”, ha scritto Marguerite Yourcenar. Tutto ciò non può non confluire nella letteratura, se sei uno scrittore. Macondo di Gabriel Garcia Márquez, in fondo, è un luogo magico, corale, epico.

mosceAlla rievocazione lirica, nella tua poesia, si accosta spesso un’impronta, una vena narrativa. Non a caso sei anche romanziere (Il talento della malattia e L’età bianca, editi entrambi dall’editore Avagliano). I due binari, prosa e poesia, procedono parallelamente? Si influenzano l’uno con l’altro?

In parte ho risposto nella prima domanda. Certamente sono contesti immaginativi che si intersecano nella visione dei luoghi, dell’assoluto metafisico, degli affetti familiari, nella biografia restituita alla scrittura, nei personaggi e nelle ambientazioni. C’è una rappresentazione della realtà che si può scrivere mediante la narrativa e la poesia, non tracciando uno spartiacque. Esiste anche la possibilità di incrociare le due scritture dentro uno stesso libro, dentro una stessa struttura. Un romanzo ha l’alibi della trasformazione, della dilatazione della realtà. La poesia è più istintuale, primitiva. Non tutto può essere espressione della lingua all’interno del canto, perché il lettore non lo capirebbe, sentirebbe il peso dell’inesprimibile. I romanzi e le poesie si giudicano quando si leggono, con la speranza di trovare ancora lo stupore della vita feriale. Le letteratura tutta è un avvenimento, non solo un percorso di parole: incanto e disincanto, visibile e toccabile. La poesia si annida spesso nel senso del non detto, del volontariamente celato. E quando il poeta sfida le convenzioni sociali e mette a nudo l’uomo, fa cadere un tabù. La poesia educa allo svestimento come l’arte figurativa, e non è un caso che le grandi tele e le grandi sculture del passato raffigurino dei nudi. Il mio orecchio è allenato alla lirica, alla melodia, non ad una versione sperimentale, gergale. La poesia è testimonianza. La narrativa mi permette una diluzione del tempo e dello spazio, e naturalmente molta più descrizione.

Hotel della notte è stato da poco tradotto in Sudamerica da Antonio Nazzaro (per l’editore Buenos Aires Poetry). Un riconoscimento importante e necessario per un libro che, a distanza di cinque anni dall’uscita, è ormai un caposaldo della nuova poesia italiana. Quanto e quale è stato il lavoro dietro questa traduzione? Il background, ecco.

È nato semplicemente dalla stima di chi ha letto Hotel della notte edito da Aragno nel 2013 e mi ha proposto la traduzione, ritenendo questa raccolta degna di essere conosciuta in un paese che presta moltissima attenzione ai poeti. Amore e combattimento sono due crocevia del libro, un’indicazione che accorpa il senso di una fede: se da un lato non credo alla funzione sociale e civile dello scrivere in versi, dall’altro sono però convinto che la poesia possa salvare le persone. I sudamericani prediligono la dimensione reale e visionaria, che del resto è anche la mia. Hotel della notte vivifica gli archetipi come la nascita e la morte, che entrano prepotentemente nel tempo che ci sottrae età, giovinezza, amori. La battaglia del poeta è contro tutto ciò che deperisce e si dissipa, contro tutto ciò che finisce. Non è un caso che gli stessi oggetti, nei miei versi, abbiano anima e voce. Antonio Nazzaro ha apprezzato il linguaggio anacronistico dove gli archetipi dominano l’istinto, ciò che non sarebbe mai espresso con un articolo di giornale. La comunione tra i vivi e i morti, alla quale alludevo, è incentrata specie su Pierino, al quale spesso ricorro. Era un omino della casa di riposo di Fabriano, un personaggio felliniano. Si diceva che portasse fortuna e per questo veniva invitato a battesimi e a matrimoni. Parlava con la Madonna e con la madre attraverso i pozzi e le pareti dell’ospizio. L’hotel della notte è il luogo fantastico del convivio dove in una hall affollata si ritrovano i miei protagonisti.

Questa è una domanda che mi piace rivolgere a ogni intervistato. Uccidere i maestri. Sei d’accordo con l’affermazione? E quali sono, o sono stati, i tuoi maestri?

Non ho avuto maestri, ma compagni di via e non li ho mai uccisi, ma anzi esaltati, valorizzati con i miei scritti critici. Alcuni sono vivi e altri non ci sono più. Chi mi ha apprezzato di più, recensito su grandi giornali, consigliato e incoraggiato è stato senz’altro Alberto Bevilacqua, che considero un grande classico del Novecento trascurato dalla critica e dopo la morte del tutto dimenticato. Mi consenta di dire che in Italia mancano i critici coraggiosi che si espongano sul monitoraggio delle vecchie e delle nuove leve senza lasciarsi condizionare dalle frequentazioni e da posizioni meramente di rendita. Molti, diciamo la verità, scrivono sul già scritto. È necessario, per dirla con Baudelaire, il padre del modernismo, andare in fondo all’ignoto per scoprire il nuovo. Gli spazi dei social media vengono utilizzati poco e male non consentendo una cernita seria e una selezione continua. Dentro internet finisce di tutto e le spezie hanno lo stesso sapore. Credo che ci sia molta supponenza tra i giovani, che farebbero meglio a seguire appunto dei compagni di via ideali, a leggere di più, invece che a mettersi in competizione tra loro. L’editoria è in crisi al punto tale che la poesia non è considerata un prodotto di mercato e molte collane purtroppo hanno chiuso i battenti. Continuo a preferire il dialogo con i poeti morti. In questi giorni, sul mio comodino, ho lasciato aperto l’Oscar Mondadori di Alfonso Gatto. Faccio mia, nei versi iniziali, la poesia, straordinaria, dedicata al padre: “Se mi tornassi questa sera accanto / lungo la via dove scende l’ombra azzurra già che sembra primavera, / per dirti quanto è buio il mondo e come / ai nostri sogni libertà / s’accenda di speranze di poveri di cielo, / io troverei un pianto da bambino / e gli occhi aperti di sorriso, neri / neri come le rondini del mare”.

mosceLa tua generazione è stata quella che ha rivitalizzato e rinnovato non solo la critica letteraria ma anche l’idea stessa di letteratura in Italia. Da critico, qual è il tuo rapporto con i contemporanei? Te lo domando anche alla luce delle antologie che hai curato (Lirici e visionari, Il lavoro editoriale 2003; The new italian poetry, Gradiva 2006).

Sul piano qualitativo la poesia sta andando meglio della narrativa, ma vive nelle catacombe. Che la mia generazione abbia dato un impulso di rinnovamento, sinceramente non lo penso. Trovo che invece sia abbastanza asfittica e poco generosa, quanto egocentrica e autoreferenziale. Nel web si diffonde del poeticismo che non fa bene alla salute di un genere letterario la cui salvaguardia passa per la distinzione tra ciò che è poesia e ciò che non lo è. Nel 2018 sembra di essere ai primordi, eppure la realtà è questa, con molto affastellamento e sempre meno scelta. Il rapporto con i contemporanei è di continua scoperta e lettura, se intendiamo contemporanea la letteratura che va dal secondo Novecento ai primi venti anni del terzo millennio. Ma penso che il concetto di contemporaneità sia alquanto elastico. Si può negare, del resto, che Leopardi sia ancora contemporaneo?

In ultimo: quali sono i tuoi progetti futuri? A cosa stai lavorando?

Sto scrivendo una nuova raccolta poetica che mi impegna da tre anni e che probabilmente intitolerò Le ombre parlano (ma cambio il titolo in continuazione). La poesia nascente che amo di più e che non scade mai, è nei versi del già citato Montale, ma dello stesso Sereni, di Caproni, Gatto, Penna, Raboni. Sono su quella linea lirica con una vena più narrativa. Ho letto recentemente l’americano Charles Wright e mi ha folgorato la sua capacità fotografica di cogliere la forma delle cose. Il mio prossimo romanzo, Gli ultimi giorni di Anita Ekberg, che è in uscita presso l’editore Melville, sarà una biografia romanzata sulla celebre attrice che finì dimenticata da tutti in una residenza protetta per lungodegenti a Rocca di Papa. Il romanzo è innescato, per così dire, nell’epoca della dolce vita e nei decenni successivi, fino al Duemila. Inserisco spesso fatti di cronaca perché credo nel lavoro di patchwork, in un’ibridazione di saperi trasversali, in una mediazione che inquadra la grande storia e la piccola comunità. Sto lavorando anche attraverso il mio sito personale ad un progetto composito che vuole invertire la tendenza tutta italiana per cui ciò che conta appare in televisione o su “Repubblica”. Il resto è oscurità. Esiste invece una zona franca, la quotidianità di chi non finisce sullo schermo o sui giornali, quella della gente comune che gioisce o soffre dentro una casa, nel posto di lavoro, in mezzo alla strada. Gli scrittori devono fare soprattutto questo: operazioni di repechage di storie straordinarie eppure usuali.

 

Gabriele Galloni