“La poesia non muore ad Auschwitz, la poesia vince, è potente, è una delle voci indelebili dell’animo umano”: dialogo con Antonia Arslan, la scrittrice che trova le luci nell’oscurità

Posted on Gennaio 27, 2019, 12:57 pm
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Come antidoto a Michel Houellebecq. Intendo. Come antidoto, come siero, come alternativa agli scrittori della depressione, devoti alla crisi, che con cangiante talento dissezionano il cuore di tenebra dell’era e dell’aria, sguaino Antonia Arslan, la grande scrittrice de La masseria delle allodole (2004) e de Il libro di Mush (2012), che in Camminando lungo l’ultimo mese dell’anno ha il genio di scrivere, con lucidità ferina, “Ci vuole molto coraggio… per osare la ricerca del cane che salva l’uomo e non di quello che lo azzanna. Eppure, quante fiammelle esistono nel mondo, vibrando e oscillando in angoli che sembrano oscuri, cacciando le ragnatele dai cuori più gelidi, illuminando tenebre e oscurità”. Eppure, la Arslan non è certo una svanita ottimista, “quando scrivo, ho sempre a che fare con me stessa, un tipo non certo mite, non cedevole”, mi dice. Poi le chiedo la ragione di quel titolo, che è fiamma, La bellezza sia con te, sotto cui sono raccolti i testi appena stampati per Rizzoli (pagg. 256, euro 17,00). “L’ho voluto io. Così si intitola il primo racconto, che introduce tutti gli altri”. In quel racconto c’è un treno che ricorda i vagoni dove venivano ammassati i deportati, una poesia di Paul Celan. E quel concetto, finale, della letteratura come “nostalgia… fermo coraggio… rinascita di bellezza”. “Vede, la poesia non muore ad Auschwitz, la poesia vince, è potente, è una delle voci indelebili dell’animo umano”, mi dice la Arslan. Da questa zolla di luce dialoghiamo. (d.b.)

Il suo libro è un inno, in fondo, alla lettura, “la sua libertà è assoluta e non deve rendere conto a nessuno”, scrive. Che valore ha avuto la lettura nella sua vita?

Piuttosto non studiavo per leggere, leggere mi ha sempre divertito moltissimo. Mio padre, che era un chirurgo a cui sarebbe piaciuto essere un letterato, mi regalò una bellissima “Enciclopedia della Fiaba”, avevo sei anni. Quel libro, difficile, anche cruento, era un bosco fatato. Non era un libro espressamente “per bambini”. Credo che ai bambini non sia giusto dare libri infantili, secondo la testa dei genitori, ma solo grandi storie.  

Immagino che alcuni libri abbiano forgiato il suo immaginario…

Ho amato molto i poeti. Nel libro dedico alcune pagine ad Anna Achmatova, una poetessa che fa capire la maternità, la forza della vita, ma anche dell’angoscia. Un libro che mi ha segnata, poi, è stato 1984, letto troppo presto, a dodici anni. Non è un capolavoro letterario, è un libro “a tesi”, ma quel finale, con il protagonista che tradisce se stesso e la donna che ama, è terribile, fonte di innumerevoli riletture e riflessioni.

Ci sarà anche qualche romanzo italiano che l’ha formata, che l’ha affascinata: quale?

Il Gattopardo. L’ho letto quando studiavo in Germania: è un libro grandissimo, Tomasi di Lampedusa è un costruttore di parole, di frasi. A suo tempo, mi piacque molto Signora Ava di Francesco Jovine. E poi Guareschi; naturalmente Buzzati.

Ama i poeti e non cita alcun poeta italiano…

Eugenio Montale. Ho imparato le sue poesie a memoria, fino a La bufera e altro. La poesia va imparata a memoria. Per altro, Montale l’ho anche conosciuto.

Mi spieghi.

Un pomeriggio, a casa di mio zio, lo storico dell’arte Giuseppe Fiocco, nel bellunese, c’era anche lui, Montale. Mi fece una impressione pessima. Era lì, come un rospo, a farsi venerare.

Passiamo dalla lettura alla letteratura. Che compito ha lo scrittore, che valore ha la letteratura?

Lo scrittore deve seguire i fantasmi che ha in mente, le immagini che lo ossessionano. Troppi scrittori preferiscono fare prediche insopportabili, ma l’unico compito di uno scrittore è non prefiggersi uno scopo preciso. Lo scrittore deve rappresentare la realtà; rappresentandola gli dà un senso.

Secondo il mio sguardo, la sua scrittura è anche una lenta rincorsa al “Paese Perduto”, l’Armenia.

Lo dico con pudore: è così. Il Paese Perduto è quello che non vedrò mai, che esiste nella memoria come un Eden, da cui siamo stati cacciati inequivocabilmente. Non ho mai pensato di fare un viaggio “della memoria”: cosa dovrei vedere? La masseria che non c’è più, la chiesa che è stata distrutta? Come dicono i grandi poeti armeni, il Paese Perduto si rovescia nel cielo.

Dove si focalizzano le sue ricerche letterarie, ora?

Ho due vie narrative. La prima riguarda la sorella di mio nonno, di cui ho scoperto una fotografia grazie ad alcuni cugini, in America. Sposata, con due figli, un giorno è uscita di casa con la famiglia ed è scomparsa, non si sa che fine abbia fatto, come è accaduto a molti deportati armeni. L’altra via è raccontare il Sessantotto a Padova. Io c’ero e ho visto. A Padova insegnava Toni Negri; a Padova accadde uno dei primi assassini delle Brigate Rosse, l’omicidio di Giuseppe Mazzola e di Graziano Giralucci. Nessuno nega gli entusiasmi iniziali del Sessantotto né le sue illusioni, ma gli esiti furono drammatici.