“La più grande opera”: Rainer Maria Rilke, “Orfeo. Euridice. Hermes” e il traduttore morto troppo giovane

Posted on agosto 08, 2018, 7:01 am
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La poesia parla ai morti – consola i morti. Più tenta la parola che cerchia l’immortalità, che accerchia l’immortale, più ci lascia nella perdita. Vertigine sul palato – retrogusto di apocalisse.

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Orfeo è l’emblema del poeta: il suo canto vince la reticenza del regno dei morti (“nelle gole del Tènaro, persino, nelle porte profonde di Dite, penetrò, nel bosco cupo, scuro di una nera paura: e giunse fino ai Mani e al re tremendo e ai cuori che non sanno farsi docili alle preghiere umane”, canta Virgilio nelle Georgiche). Orfeo imbambola le belve e ipnotizza sassi e boschi. Secondo tradizione orfica è lui, il poeta sciamano che flirta con i morti, “a introdurre l’alfabeto… lo aveva imparato dalle Muse”. Orfeo porta la parola fino al bunker dei morti perché ama Euridice e non si rassegna alla sua fine. Il canto di Orfeo, comunque, è luce: “egli infatti con la sua voce portò tutte le cose nella gioia”, canta Eschilo (per un approfondimento: Eleusis e Orfismo, Feltrinelli, 2015).

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Anche per Rainer Maria Rilke, Orfeo è l’emblema del poeta. Nel 1904 la sua riflessione ‘orfica’ si realizza in Orfeo. Euridice. Hermes: tra gennaio e febbraio completa la prima versione del poema, l’8 febbraio inizia la scrittura dei Quaderni di Malte Laurids Brigge. Tra il gennaio e il febbraio del 1922, una intuizione ancora più folgorante porta il poeta a terminare le Elegie duinesi e a scrivere i Sonetti a Orfeo, culmine del rapporto lirico tra Rilke e il poeta mitico.

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Il 1904 è un anno difficile per Rilke: il poeta vaga, tra Roma e la Svezia. Nell’estate del 1904 “Rilke scrive a Lou Salomé, in una lunghissima lettera, i suoi progetti di studio e di lavoro. Lo studio cui Rilke vorrebbe dedicarsi (biologia e scienze naturali, ricerche storiche e d’archivio, il vocabolario dei Grimm, le lingue moderne) è uno studio di cose concrete, primarie, in grado di dargli finalmente la certezza di essere vicino alla sostanza delle cose, non più escluso, non più rinnegato dalla realtà, non più senza patria”. La situazione si aggrava l’anno seguente, “il disorientamento, la dispersione e il malessere raggiungono la loro punta più dolorosa nel corso del 1905” (Andreina Lavagetto). Rilke penetra, con occhi vitrei, i propri inferi.

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Iosif Brodskij, il poeta russo, ritiene Orfeo. Euridice. Hermes “la più grande opera”. In poesia non esistono classifiche, e la nota più interessante è che “Questa poesia assomiglia a un sogno inquietante nel quale si conquista qualcosa di molto prezioso solo per perderlo dopo un momento”. Il saggio di Brodskij, raccolto nel volume Dolore e ragione, s’intitola Novant’anni dopo, perché è scritto nel 1994, novant’anni dopo la scrittura della poesia ‘orfica’ di Rilke. Di certo, quella poesia contiene una rivelazione potente, fragile come un torsolo di neve. I morti non possono essere marmorizzati e mortificati nella memoria dei vivi – i morti devono essere lasciati liberi, si devono liberare dell’ossessione per i vivi, perché vivono in un’altra vita. La poesia crea una forma, un giardino, in cui i morti, liberi dal bisbiglio dei terrestri, abitano.

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rilkeL’edizione delle Poesie e prose di Rainer Maria Rilke che ho in casa è stata stampata da Einaudi settant’anni fa, nel 1948, ha la copertina grigia, con le lettere incise, e una carta che resisterà all’esplosione planetaria, sembra pergamena di drago. La nota relativa al traduttore è scabra. “Giaime Pintor non ha fatto in tempo a curare questa quarta edizione. Cadde nell’adempimento di una missione di guerra partigiana sul fronte di Cassino, il primo dicembre 1943”. L’anno prossimo Giaime Pintor, fratello grande di Luigi, collaboratore in Einaudi insieme a Pavese, Leone Ginzburg e Massimo Mila, compirebbe cento anni. Le sue traduzioni di Rilke sono così efficaci che Pier Vincenzo Mengaldo, per “quel di più di inquieta partecipazione e direi di tensione”, le ha inserite nell’antologia dei Poeti italiani del Novecento. Pintor pare un angelo sacrificale, uno che cade: il traduttore delle poesie di Rilke muore benedetto dalla giovinezza, a 24 anni. Quasi l’incarnazione di Orfeo.

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La poesia di Rilke ha un visionarietà rapace, resa con una certa crudezza da Pintor, fin dai primi tre versi, che stordiscono:

Era l’ardua miniera delle anime.

Correvano nel buio come vene

d’argento, silenziose.

Gli inferi sono descritti come una incisione su quarzo: “V’erano rocce/ e boschi informi. Ponti sopra il vuoto/ e quell’immenso, grigio, cieco stagno/ che premeva sul fondo come un cielo/ di pioggia sui paesaggi della terra”. Al centro del buio, a scavarlo come un lampo, “un lungo segno bianco… era quell’unica strada era la loro”. Il loro non ammette comunità ma spartito di solitudine. “Avanti l’uomo nel mantello azzurro/ agile, con lo sguardo volto innanzi/ muto e impaziente”, che “divorava/ la strada a grandi morsi” il cui sguardo “andava innanzi, si aggirava/ come un cane”. Indietro, ci sono i due, il dio e la divina, Euridice, che avanzano “taciturni” e “con lentissimo passo”. La distanza prefigura il trapezio dell’impossibile.

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“Lei così amata che più pianto trasse/ da una lira che mai da donne in lutto” non è più Euridice; “era in se stessa”, è in un altro tempo. “Era in se stessa, e il suo dono di morte/ le dava una pienezza… Era entrata a una nuova adolescenza/ e intoccabile”. Rilke prevede che altra vita, altrove da qui, continui, con crescita ambivalente, cronologia spaiata, altro incanto ai ricordi. Quando si tratta di riconoscere Orfeo (“E quando a un tratto il dio/ la trattenne e con voce di dolore/ pronuncio le parole: si è voltato”), dando riconoscenza al poeta, Euridice sussurra “Chi?”. Ed è qui il cristallo di dolore, la vertebra che si sfila, convertendo la spina dorsale a un addio, il non ritorno e la sconfitta di tutte le litanie. Perché amare se tutto muore? Perché amare assolutamente se l’unico assunto è la morte dell’amore? Ma è proprio da una perdita irrimediabile, forse, che si ama – forse esistiamo perché uno dei nostri morti, con paziente ostinazione, ci chieda, ancora, Chi? Chi sei? Cosa vuoi? E noi a ricordare ai morti chi furono – chi fummo.

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Nella poesia, Rilke non nomina mai Orfeo, Euridice, Hermes. Nessuno ha nome. Secondo il mito, Orfeo, disfatto da un dolore innaturale, preferisce la poesia – che eterna il dolore – all’amore terreno, alla terra, alla vita: “Nessun amore, nessun nuovo matrimonio piegò il cuore di Orfeo: andava solo, per i ghiacci iperborei… gemendo per Euridice” (Virgilio). Così le Baccanti, ardenti di vita, uccidono il poeta, lo fanno a pezzi, se lo mangiano. (d.b.)