Contro la ‘petalosa’ (e pietosa) libertà dei social. Domandina fatale: è più libero un monaco recluso nella cella e scandito da Dio o un influencer vampirizzato dai like?

Posted on Febbraio 20, 2018, 9:21 am
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Libertà è rompere un tabù, mettersi a gridare in Galleria a Milano, durante il ventennio, “abbasso il Duce”

Facebook ha questo di bello, è una magnifica illusione per questi tempi petalosi. Qualcuno scriveva, proprio l’altro giorno, in occasione dei grandi cortei, che grazie all’antifascismo noi abbiamo una minima libertà di parola e il noto social, con tutto quello che ci si scrive, ne sarebbe la prova. Tale affermazione, com’è ovvio che sia, mi ha fatto sorridere. Sono dunque libero? La libertà è, nei fatti, una pia illusione e Facebook la sua cartina di tornasole. Posso dire quello che voglio? Più o meno! Posso dire certe cose. Posso pacatamente – molto pacatamente – criticare il Governo in carica. Uno sfogo di rabbia, però, per quanto sterile, non verrebbe tollerato. Non posso dare in escandescenze. Posso criticare, sì, certo, dato il mio grande privilegio di essere ininfluente. Finché mi limito ai miei cento lettori, mi è consentito di ergermi a voce del loro sentire e ricevere like e commenti positivi – spesso anche insulti. Avverrebbe altrettanto se i miei articoli fossero maggiormente sediziosi? Non ne sono certo e, infatti, non mi pare di leggerne di particolarmente caustici, in giro per il web. Sono peraltro persuaso che, dare l’illusione a ciascuno di noi di poter dire la sua, sia appunto uno specchietto per le allodole, mirabilmente messo in piedi dalla struttura che sta dietro i social network più diffusi. In fondo, ogni affermazione, dichiarazione, o articolo scottante viene in apparenza condiviso con il mondo, in concreto però l’algoritmo può decidere di farlo girare entro una ristrettissima cerchia di persone, mentre, senza dirlo a nessuno, darà massimo risalto alle ben note foto di gattini e cagnolini che solitamente ammorbano il web.

Eppure siamo liberi, ma liberi di una libertà sterile. Tra i cari inganni dei tempi social, c’è un altro fenomeno che dovrebbe dare da riflettere: la possibilità di bloccare qualcuno. A tutti sarà capitato di imporre, o ricevere un blocco. Si tratta di una sorta di versione politicamente corretta del confino mussoliniano. Che sensazione fantastica: soddisfa il nazista che è in ognuno di noi e permette di nascondere a sé stessi una porzione di realtà delle tante con cui non vogliamo fare i conti. Così, il comunista non vede e non sente più il fascista e viceversa. Anche se ce lo dimentichiamo, presi dal senso di onnipotenza quasi divina di incenerire con un click, quell’individuo continua a esistere e votare. Semplicemente, noi ci saremo creati un microcosmo malato di persone che la pensano come noi, che condividono i nostri gusti, il nostro sentire. Una specie di delirio narcisistico che rasenta la patologia, anzi la erge a sistema di vita.

La libertà è insomma una presa in giro, una credenza da fessi, un’illusione pari solo a quella dei nuovi pseudo partigiani che scendono in piazza contro il fantasma del fascismo. Non avendo in astratto neppure una restrizione, peraltro, non possiamo per forza di cose guadagnarci alcuna libertà. Libertà è rompere un tabù, mettersi a gridare in Galleria a Milano, durante il ventennio, “abbasso il Duce”. Oggi, Mussolini, se fosse vivo, sono certo, permetterebbe con rilassatezza tutto questo. Concederebbe tutta la libertà che serve per inscenare la democrazia e continuerebbe a dominare fino alla fine dei suoi giorni. Al massimo, si avvarrebbe di un esperto web master. Gli basterebbe appena governare su un algoritmo.

Matteo Fais

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La libertà non esiste. La vera libertà è liberarsi della libertà

Preludio filosofico. La libertà non esiste. Esempio. Sono libero di non respirare? Certo, libero di farlo. Piccolo inconveniente. Muoio. Sono libero di respirare? Certo. Ma è una libertà condizionata, relativa alle particolari condizioni atmosferiche e naturali del pianeta Terra. Siamo liberi. Ma siamo dipendenti da tutto. Per questo, l’unica vera libertà è liberarsi della libertà. Donare la propria libertà. Sacrificare la propria libertà che dipende da tutto. Esempio. Molto più libero è il monaco obbligato al silenzio, che trincera le sue giornate nella preghiera, recluso nella cella. Rispetto alla prigionia dei social, all’ossessione dei like, all’influencer vampirizzato dai click, dalle notifiche, dalle banali convinzioni di cattivo gusto. I social conducono a una malsana asocialità, alla costituzione di club di fanatici che gettano alla ghigliottina chi la pensa diverso. L’esigenza della libertà viene, d’altronde, quando qualcuno ti mette il bavaglio sul viso. Preludio bibliografico. Étienne de La Boétie, pupillo di Montaigne morto poco più trentenne, si domanda nel trattatello che sa d’incendio, Discorso sulla servitù volontaria, pubblicato in clandestinità ad autore già cibo per vermi, perché l’uomo ‘civile’, in società, decida di abdicare alla propria libertà. “Quale disgrazia, quale vizio, quale disgraziato vizio fa sì che dobbiamo vedere un’infinità di uomini non solo ubbidire ma servire, non essere governati ma tiranneggiati a tal punto che non possiedono più né beni, né figli, né genitori e neppure la propria vita? Vederli soffrire rapine, brigantaggi, crudeltà, non da parte di un’armata o di un’orda di barbari contro cui si dovrebbe difendere la vita a prezzo del proprio sangue, ma a causa di uno solo, e non già di un Ercole o di un Sansone ma di un uomo che nella maggior parte dei casi è il più molle ed effeminato di tutta una nazione?”. Domanda fatale. Perché accettare i soprusi? Diremmo, oggi. Perché pagare le tasse? Ovvio. Per il bene di tutti. Democrazia significa sacrificare una fetta di libertà – faccio quello che voglio – per il bene comune. La libertà, dal decalogo in poi – non far questo non far quell’altro – si definisce per negazioni, esiste per limitarla, per sopraffarla, per ucciderla. Dunque. Dove sta il problema? Nella tirannia del buonismo. Forse. Nei boss aziendalisti che stritolano i nostri sogni con il sorriso sulle labbra e i pettorali che esplodono. Forse. Ma io, io sono altrove. La libertà non è una condizione ‘storica’ – non si è liberi di uccidere, perché uccidere è una colpa, ma io posso scegliere di uccidere – è uno stato spirituale. Nessun algoritmo può vigilare sui miei quaderni. Facebook non sa cosa sto scrivendo in questo istante, con la penna, sul mio quaderno dalla copertina nera. Eccola, allora, la libertà. Una poesia inviata ai millenni. Che leggerà qualcuno, forse, quando io sarò morto e la mia casa distrutta. Foglio tra le macerie. Scrittura barbarica. Lingua antartica, sillabe che ardono. Così l’umanità va avanti – in direzione contraria alla Storia.

Davide Brullo