“La paura è uno yo-yo che fa la spola dallo stomaco alla gola passando per il cuore”: un racconto di Simone Cattaneo

Posted on Dicembre 25, 2018, 9:55 am
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Le feste le passo a battere al computer alcuni racconti di Simone Cattaneo. Sono scritti a macchina. Me li ha generosamente passati il nipote di Simone. Il racconto che pubblico, in parte, qui sotto, s’intitola “La luce rossa” ed è inedito. Il talento di Simone è quello di farci percepire, da dentro, nel sigillo quotidiano, nel santuario dei piccoli, il dolore, l’epifania di rapporti sconclusionati, torti, turbati. In effetti, i racconti – paralleli ai gusti letterari di Cattaneo, che leggeva Saul Bellow e Denis Johnson, Leonard Cohen e Jim Carroll – già dotati di un linguaggio personale, pieno di pietà e di asfalto, vanno letti insieme alle poesie, per avviare una storia di coincidenze, per farli stagionare insieme. Penso che il natale, cioè il giorno della nascita, abbia senso se ci si rivolge ai morti: si nasce perché qualcuno è morto, si nasce per lenire e santificare una morte – quando s’interrompe, per viltà o paura, il dialogo con i morti, la vita è finita, sfinisce. Ribattere i racconti di Simone, poi, per me, è come toccargli i denti, uno a uno, i denti di uno che ha preso a morsi la vita, che aveva cuori sotto le ossa, molti, moltissimi cuori. (d.b.)

***

Cattaneo

Simone Cattaneo in un ritratto di Dariush, pubblicato da ‘il Giornale’

I piattini pieni di miele che Giulia ha messo al centro della stanza sono diventati completamente neri. Le formiche vi ci sono tuffate dentro ingorde. Lei per un attimo ha pensato che dev’essere stata una morte orrenda, poi ha gettato tutto nella spazzatura.

Sta cercando di pulire casa per non pensare. In realtà il suo sguardo cade spesso sul telefono che non ne vuole sapere di mettersi a squillare. Pensa che lui non chiamerà mai e che forse dovrebbe farlo lei. Lo pensa un secondo ma poi l’orgoglio vince sempre. Sempre e solo quando non dovrebbe. E in realtà, anche se chiamasse, non cambierebbe niente, continuerebbero a dirsi sempre le solite cose, le solite frasi:

Perché no?

Perché sì allora?

Per lo stesso motivo.

Ovvero?

Perché boh!

…e si andrebbe avanti così come sempre, ognuno con le proprie ragioni che non vanno mai al di là del proprio egoismo, non superano mai la cortina di ferro delle difficoltà materiali, si perdono nel sottobosco del non detto, del non completamente affermato o afferrato. Ecco, è tutta qui l’idea che lei ha dell’amore. È questo il tipo di amore che si costringe a vivere. Senza nessuna possibilità di risoluzione, senza spiragli di luce là in fondo. Niente, zero. Solo nebbia fitta emozionale, sentimenti che non hanno mai il coraggio di venire allo scoperto. Dovrebbe chiamare, forse; invitarlo a casa, magari. Avvertire l’Ombretta che oggi non può farle nessuna commissione, non può uscire di casa perché aspetta una telefonata. Che stupida. Dio come odia le attese! Sta cercando di fare il punto della situazione mentre strofina con forza una macchia di caffè che si è infiltrata in una fessura dell’angolo cottura. Si ritrova a pensare che la sua passione, il suo amore per lui, sia più o meno come quella macchia: lì dove non dovrebbe stare, stonato, fastidioso. Ha paura che l’attesa possa essere infinita. Ha paura che l’amore per lui non la abbandoni mai.

Mentre chiama l’Ombretta per avvertirla, sa che sta sbagliando come sempre.

Poi, due minuti dopo, mentre compone il numero di lui, sa che non può più tornare indietro.

*

Il corpo cade a terra a peso morto. Il tonfo sordo è attutito dal cappotto di lana. È incredibile come, in certi momenti, le azioni che abitualmente si consumano in fretta, accadano al rallentatore. Così lei si ritrova a pensare a quello che le sta succedendo. Lì. Il cemento del marciapiede che si avvicina sempre di più. Se ci fosse uno specchio, lì in basso, lei potrebbe certo vedere i propri occhi pieni di stupore e paura. Occhi che si avvicinano sempre di più al cemento. Sempre più al rallentatore, man mano che l’impatto diviene via via più imminente. E, quando il suo viso tocca il terreno, una carta di plastica le sfugge di mano. Qualcuno si mette a correre, qualcuno le si avvicina. Altri osservano curiosi e sgomenti. Una chioma bionda sgattaiola via tra la gente.

*

Lui arriva e non sembra né tranquillo né niente. Ha il sorriso ebete di chi non sa cosa dire. Di chi non sa cosa fare di ogni secondo della propria vita. Di chi, alla propria vita, non dà mai risposte. Di chi se ne sta lì ad aspettare una domanda o una affermazione dalla persona che ha di fronte. E lei è lì a fissare gli occhi su quelli di lui e poi sul pavimento tirato a lucido. E sente la paura, o la certezza, di aver sbagliato un’altra volta. Fugge via con lo sguardo e poi ritorna sugli occhi di lui. E sono uno contro uno e palla al centro. Uno contro uno e la paura. Troppe incertezze. Forse, troppe certezze create altrove. Una famiglia, lui. Un futuro davanti, lei. Stessi anni di vita e vite troppo diverse. Incontrati per sbaglio nel buio. Avvicinati da un gioco di sguardi. Ancora fermi a squadrarsi, a scrutarsi. Animali in recinto. Animali in calore. Spesso la vita gioca brutti scherzi. Domani è un altro giorno, ma oggi va vissuto.

*

Il tempo è lento solo quando non deve, e la chioma bionda si allontana per davvero. La gente attonita diventa capannello davanti alla donna. Si fa sempre più contro e domanda. Lei nemmeno sa perché si trova lì: è una cosa troppo strana, troppo inusuale, troppo che non ci pensa. Si sente solo mancare. Mancare come se fosse davvero la vita che se ne va. L’artrite che la condanna a morte. Un attimo. Ma basta per fare paura. Sente che tutto, ossa e coraggio, le sta cedendo. Guarda la sua tessera magnetica spaccata a terra. La prima volta che la usava. La prima volta che componeva quel numero segreto. Ci aveva anche messo un po’ per capirci qualcosa. Quel po’ che in questo istante è una vita. Questo istante in cui un doppio urlo disperato si sputa violento nell’aria con l’ambulanza che già serpeggia nel cuore della città.

*

[…] L’urlo dell’ambulanza spiana la strada a paure maldestre. Si intrufola con violenza nel cuore dei colpevoli. Uccide, di quei cuori, ogni altro pensiero, ogni altra certezza, ogni altra motivazione di vita. Prende il sopravvento su tutto. E la colpa si muove sospesa nell’aria, aleggia tra la sirena e l’orecchio che l’ode. C’è in palio il tutto in pochi istanti. Ce lo si gioca così: a colpo secco.

Lei incrocia le braccia al petto. Ansima e sbuffa. Le gambe si muovono da sole. Secche e coi muscoli tirati sotto le calze pesanti. Gli anfibi quasi le scappano dai piedi. Lei li picchia sull’asfalto come se volesse sterminare con violenza le formiche. Muore un po’ ad ogni passo, la ragazza, e la tendinite è oramai inevitabile. Ma il senso di colpa è molto più doloroso. Sogna un taxi o che so altro, un autobus, un treno, un extraterrestre che la porti lontano. Suda e stringe le braccia e la borsa al petto. Girato l’angolo, ferma un taxi.

All’ospedale, dice.

All’ospedale e di corsa.

*

La luce rossa fuori dalla stanza è accesa, segno che l’operazione non è ancora terminata. Lei muove i suoi anfibi verso quella luce, verso quella stanza, verso una speranza. La paura è uno yo-yo che fa la spola dallo stomaco alla gola passando per il cuore. Lei raggiunge la sedia accanto a quella dove è seduto un uomo con la barba e gli occhiali. I tendini le danno fastidio. Le brucia una fiacca sul tallone destro, laddove l’anfibio si è sfregato di più nella corsa. Lei appoggia la borsa. Si siede accanto all’uomo.

Tu devi essere Giulia, giusto?, le domanda l’uomo che, a guardarlo bene, si direbbe stia soffrendo le pene dell’inferno e forse ha addirittura pianto.

Come?, risponde lei colta di sorpresa dalla domanda.

Sei Giulia, giusto? Io sono il figlio dell’Ombretta.

Lei sul principio non risponde. Non sa che dire. Bastava una scelta diversa. Guarda negli occhi quell’uomo annientato dal dolore. Ha paura. Si sente in colpa.

Simone Cattaneo