“La musica, per me, è un modo di affermare la vita sul dolore”: Stacey Kent, una delle più grandi interpreti al mondo, si racconta a Matteo Fais

Posted on novembre 05, 2018, 10:04 am
36 mins

La sua è una voce tersa, delicata. Si spande per la stanza sensuale, senza mai dover ricorrere alla volgarità della provocazione più ammiccante. È impossibile non accorgersi che si tratta di una delle migliori. Quando non interpreta un qualche classico della canzone americana, capita che sia niente meno che l’ultimo Premio Nobel Kazuo Ishiguro a scriverle le liriche. Lei è Stacey Kent, una delle più grandi interpreti jazz viventi. Spinti da una bruciante passione per questa sua voce elegante e carezzevole, l’abbiamo raggiunta nella sua romantica abitazione nelle Rocky Mountains. Dopo mille peripezie – un incendio nei boschi circostanti e qualche tour di mezzo –, siamo riusciti ad avere l’onore di un’intervista con la donna che segnerà la storia della musica americana, ovvero di un paese in cui, nelle sue stesse parole, il jazz è ovunque, dai supermercati agli ascensori.

Kent Mrs. Stacey Kent, non sono solito far uso di certe formule poiché suonano eccessivamente pompose, ma in questo caso non posso esimermi dall’esprimerle il nostro onore nell’averla come ospite d’eccezione. Grazie, grazie infinite! Ma è arrivato il momento di rompere il ghiaccio. Direi dunque di partire dall’inizio: potrebbe raccontarci come una ragazza, con simili studi alle spalle, che al college si è laureata in Letterature Comparate, sia potuta diventare una delle più famose cantanti jazz al mondo? E, prima ancora, quando ha avuto inizio tutto? Com’è stato il suo incontro con la musica e come è nata la sua passione?

La strada che mi ha condotto a diventare una cantante jazz mi appare adesso così naturale, direi connaturata alla mia persona, quasi accidentale. Ma posta in questi termini, suppongo la cosa suoni quanto meno singolare. Ho sempre amato la musica e cantato, in casa come per gli amici. Ovunque sia stata nella mia vita, questa mi ha accompagnato. Tuttavia sono cresciuta pensando che mi sarei fatta strada in un qualche campo legato alla letteratura. Del resto, mia madre e mia nonna mi avevano introdotta alla materia e io per prima passavo molto tempo a leggere poesia e letteratura in generale. Alla fine le mie due passioni si sono incontrate, quella per la musica e quella per le parole. Essendo cresciuta in America, il jazz è stato per me come una costante colonna sonora. Era nei negozi e nei ristoranti, nei film che ho amato. E malgrado non sia l’unico genere che io ami, cantare i vecchi classici è stato naturale per me. Una volta laureata, cominciai il mio master, ma volevo cambiare ambiente così, presa dal capriccio del momento, feci domanda per un corso di jazz di un anno alla Guildhall di Londra. Lì incontrai Jim e cominciai così a cantare in giro per i locali, facendo concerti insieme. Dato questo mio amore per la musica, alla fine del corso, decisi di continuare a cantare. La mia carriera, man mano, divenne sempre più una cosa seria, attirando l’attenzione di alcune figure importanti. Humphrey Lyttelton, il musicista e presentatore jazz inglese, mi diede spazio nel suo programma radio e fu da subito un mio grande supporter. Lì avvenne il mio lancio, poichè lui mi aiutò a raggiungere la notorietà a livello nazionale. Non direi mai comunque di essere «arrivata», in quanto continuo a lavorare sulla mia musica e sulla mia passione per essa al fine di farla crescere e non venire meno e, infatti, questa va intensificandosi di giorno in giorno. Diciamo che sono stata fortunata ad avere una carriera che, a oggi, dura da vent’anni e ancora mi riempie di gioia ed entusiasmo, suonando, imparando e crescendo.

Lei si è esibita in giro per il mondo su dei palchi molto rinomati ma, al principio della sua carriera, tutto cominciò nei piccoli club londinesi. Cosa preferisce? È possibile mantenere un’atmosfera intima, quando si canta in certi festival o in una grande capitale europea? Se sì, come le riesce?

Dal mio punto di vista, l’unico modo per conservare quel senso di intimità è cantare sempre come se lo si stesse facendo per una sola persona. Se il suono è quello giusto, ognuno nel pubblico riesce a stabilire con te una connessione personalissima. Io mi sento a mio agio nelle sale da concerto come nei club. Non vorrei mai dover scegliere tra l’uno e l’altro. Mi capita spesso di parlare con i miei amici brasiliani riguardo a quest’aspetto. Roberto Menescal (uno dei padri della Bossa) e Marcos Valle spesso mi parlano degli inizi della Bossa Nova, prima ancora che quel genere avesse un nome. Raccontano dei loro frequenti incontri in qualche casa di amici, o nel salotto di uno (per esempio a casa di Nara Leão) e della condivisione di idee e musica, mentre sedevano in cerchio con le loro chitarre, sottolineando come questo sia alla base della loro creazione. Non dimenticherò mai questi racconti. Anche quando mi trovo su un grande palco, la mia idea è quella di mantenere un’atmosfera intima e personale. Non vi è un modo sbagliato e uno giusto di presentare la propria musica, ma per me, per la mia sensibilità, l’aspetto personale è vitale e sono stupita dai tanti modi in cui possiamo ottenerlo, nei contesti più diversi.

Cosa significa essere un’interprete? Lei ha cantato alcune tra le più famose canzoni della tradizione americana e molto altro. Come riesce a fare suo uno di questi pezzi?

Questa è una di quelle cose che taluni cantanti tendono a presentare come più complicata di ciò che è. Una grande canzone è semplicemente una grande canzone. Non ha importanza quante volte sia stata registrata o cantata. Se ti metti lì a pensare, adesso la eseguo in sette quarti perché voglio renderla mia, allora vuol dire che non hai fiducia nella tua innata originalità, tanto meno nella grandezza di tale canzone. Sii vera, sii sincera e la canzone diventerà tua. Più di tutto, un cantante è un cantastorie. Comunicare il senso delle parole che si intonano e generare empatia in chi ascolta è fondamentale. Il ruolo che spetta alla musica è quello di intensificare tutto ciò. Sono sempre conscia dell’umanità richiesta per fare e condividere la propria musica. Partendo da questo presupposto, io, Stacey Kent, devo necessariamente entrare a far parte della relazione intima che intercorre tra l’età della canzone e il numero di volte in cui è stata suonata… Una storia come si deve ha semplicemente bisogno di essere raccontata e io mi sento privilegiata nel farlo.

KentIn tutte le sue interviste che ho avuto modo di leggere, lei accenna sempre al suo amore per la poesia e, più in generale, per la letteratura. Il Premio Nobel Kazuo Ishiguro – un suo amico – ha anche scritto alcuni testi per lei. Ma ciò che più mi interesserebbe sapere, a tal proposito, è quale sia il suo poeta, o poetessa, preferito e perché? E, se posso, vorrei inoltre sapere in che modo la letteratura abbia influenzato il suo lavoro di cantante?

Credo sarebbe impossibile per me rispondere in merito al mio poeta preferito, non foss’altro perché ne dovrei tralasciare troppi. Vorrei comunque fare alcuni nomi. Sono cresciuta leggendo e amando i poeti francesi e, da adolescente malinconica, mi piaceva Eluard. Fu mio nonno (che crebbe in Francia) a introdurmi alla poesia francese. Adorava Baudelaire e Rimbaud, oltre a Pushkin, ed era solito recitarmeli. Io riuscivo a ripetere le sue parole e così il mio orecchio divenne allenato ancor prima che potessi avere piena cognizione di ciò che stavamo leggendo, e sviluppai così, al contempo, un certo gusto per la recitazione. Lui era deliziato da questa mia capacità e così, anni prima di sapere che sarei diventata una cantante, scoprii la mia voce e le mie abilità di interprete. Per far sentire meglio il mio triste nonno, afflitto dalla nostalgia della patria lontana, sapevo che non c’era niente di meglio del recitargli quelle liriche, così insistetti nel farlo e quello diventò il principale punto di contatto tra di noi. Più tardi, come studentessa di lingue, scoprii Rilke, una lettura che ancora mi porto dentro. Penso di essere maggiormente legata a quei poeti che mi rimandano a un universo naturale, Mary Oliver, Alberto Caeiro (l’eteronomo di Fernando Pessoa), de Andrade. Ho poi scoperto Eeva Kilpi, finlandese, qualche anno fa. E ancora tanti sono i poeti da conoscere. La mia casa è piena di versi delle poesie che amo, incise sui muri. Ciò mi incoraggia a prendermi ogni giorno un po’ di tempo per riflettere.

Si è soliti dire che dietro ogni grande uomo vi è una grande donna. Nel suo caso, c’è invece un grande uomo, Jim Tomlinson, marito e collaboratore in ambito musicale fin dal principio. Pensa che lei sarebbe comunque diventata una grande artista, anche senza il suo supporto?

Posso dire con certezza che entrambi saremmo oggi molto diversi perché, essendo stati così intimamente coinvolti nel nostro sviluppo musicale, ci siamo influenzati vicendevolmente fino a dare vita a un sound che è il frutto di questa nostra relazione. Tuttora continuiamo a imparare e a lottare per tirare fuori il meglio l’uno dall’altra, sia musicalmente che sul piano personale. Tra noi è motivo costante di confronto. Anche oggi che sto rispondendo alle sue domande, per intenderci, io e Jim discutevamo, a colazione, in merito a un passaggio particolare di una canzone che, di recente, abbiamo aggiunto al nostro repertorio. Ognuno di noi lo percepisce in modo diverso e quindi ci confrontiamo sui differenti approcci in merito. La cosa divertente è che questo genere di conversazioni non finisce mai…

Kent

Stacey Kent insieme al marito, Jim Tomlinson

Una volta lei ha detto che nella sua musica c’è tristezza, ma si tratta di una tristezza con il sorriso. Non potrei essere più d’accordo: in effetti, lei non strizza mai l’occhio alla disperazione e alla depressione. Ma non posso fare a meno di chiederle, a questo punto, cosa sia l’arte: un modo per sublimare il male di vivere o forse per dire grazie alla vita?

Bella domanda. La musica è per me un modo di affermare la vita sul dolore della perdita che tutti gli esseri umani devono affrontare.

Lei vive in un mondo pieno di suoni, immagino: tour, registrazioni, una pratica quotidiana. Non posso dunque fare a meno di chiederle che ruolo rivesta il silenzio nella sua vita? È un qualcosa di importante, o bisogna evitarlo?

È il silenzio a dare un senso ai suoni a cui si dà vita. Spesso questo è un’affermazione più potente della parola. In musica, penso che noi si spenda troppo poco tempo a pensare cosa suonare e non abbastanza a chiederci se sia necessario farlo. Sospetto che altrettanto accada per la vita in generale. Io non sono una che passa molto tempo a meditare, ma la musica è un tipo di meditazione. Per fortuna, il luogo in cui io e Jim abbiamo deciso di vivere, le Rocky Mountains, ci dà molto tempo per riflettere.

Grazie a Dio non esistono talent show per il jazz, il blues, o la musica classica – almeno in Italia, non so poi negli USA. Potrei conoscere la sua opinione in merito a tali fenomeni?

Ho esperienza di competizioni, come tennista, fin dalla giovane età. Sono stata campionessa dello Stato del New Jersey, da adolescente. Non esistono situazioni simili, per quel che concerne la musica. Questo genere di talent sono solo intrattenimento, ma non costituiscono un cammino verso la vera espressione e il proprio riconoscimento artistico.

Com’è la vita di un’artista famosa come lei? Quante ore di preparazione e pratica deve fare quotidianamente? Voglio dire, il fare arte, nel suo caso, non è limitato al salire sul palco e cantare, o mi sbaglio? Richiede disciplina, no?

Vivo una tranquilla vita ritirata e mi piace passare del tempo a casa, stare con gli amici. A ogni modo, mi esercito ogni giorno e prendo molto seriamente la mia attività – come dicevo prima, in modo molto più serio che in passato. Voglio continuare a migliorarmi e sono sempre alla ricerca di nuove vie. Ho molto a cuore anche la mia salute, poiché mi permette di potermi esibire con regolarità. Fare tour è un’attività sfiancante e devo lavorare molto per tenermi in forma. Il mio intento è sempre quello di essere una cantante migliore l’anno successivo e quello dopo ancora. Perfezionare l’esecuzione è il mio obiettivo, al fine di risultare ancora più espressiva.

Eccettuato il jazz, apprezza altri generi musicali? Per esempio, le piacciono il pop e il rock? Li ascolta?

Ho un gusto eclettico in musica e mi sono sempre piaciute la classica, il folk, e tutti i tipi di musica etnica, pop e rock, almeno durante la mia giovinezza. Ho smesso di prestare loro attenzione solo di recente, perché mi sembrano oramai eccessivamente costruite. Ci sono ovviamente dei bravi cantanti in giro, come Beyonce. Ma la musica è così artefatta oggigiorno e spesso non riesco a capire la maggior parte delle produzioni. A me piace la mia musica per lo stesso motivo per cui mi piace il mio cibo: è fatta di ingredienti scelti, semplici e ben preparati.

La mia ultima domanda è vagamente patriottica, per così dire. Ho letto che il suo italiano è discreto. Presumo sia stata anche qui da noi – so che ha viaggiato a lungo in vita sua. Che cosa sa della nostra musica?

A parte certa musica classica italiana e l’opera, non molto in realtà. Dei cantanti che conosco, Bruno Martino è il mio preferito. C’è qualcosa di fuori dal tempo nel suo stile, come in Sinatra e Perry Como. Forse dipende da una certa eredità italiana. La sua canzone E la chiamano estate è un pezzo che mi piacerebbe interpretare un giorno.
Matteo Fais

*Traduzione dall’inglese di Matteo Fais, con il prezioso contributo di Isabella Piras.

***

Her voice is clear, gentle. It spreads throughout the room voluptuously, though never vulgarly as in an alluring flirtation. One cannot help but admitting she is one of the best.

And when she does not perform a classic American song, she happens to sing some lyrics specifically written for her by Nobel Prize Winner Kazuo Ishiguro. She is Stacey Kent, one of the greatest living jazz singers. Inspired by a fierce passion for her elegant and soothing voice, we reached her in her romantic house in the Rocky Mountains. After many vicissitudes – a fire in the surrounding woods and some tours –, we had the honor to interview the woman who is going to make her mark on the American music history, i.e. a country in which – as she says – jazz is everywhere, from supermarkets to elevators.

Mrs. Stacey Kent, I usually don’t use such formulas as they sound too pompous, but in this case it is a way to express how much we are honoured to have you as our special guest. So thank you, thank you so much! And now let’s break the ice. I’d like to start from the beginning: can you tell us how a well-educated girl, who studied comparative literature in college, turned into a world-famous jazz singer? But before that, when did all began? What was it like your first encounter with music and how did this passion start?

My journey to becoming a jazz singer feels very natural and organic to me, almost accidental. But when you put it like that, I suppose it does seem odd. I have always loved music and sang around the house and for my friends. Wherever I’ve been in my life, I’ve always found a way include music but I did grow up thinking I would have a career in some literary field. I had a mother and grandmother who taught and I spent a lot of time reading, poetry and literature. But my two loves did meet, music and words. Growing up in America, jazz seemed like a soundtrack. It was in the shops and restaurants and in the movies I loved. While it’s not the only music I love, singing standards seemed to be natural for me. When I graduated, I started my masters degree but wanted a change of scene so I applied on a whim to a one-year course in jazz at the Guildhall in London. Here I met Jim and started to sing around town doing duo gigs. I loved having music in my life and so at the end of the course, I kept singing. My career gradually got more serious and I eventually attracted the attention of some key figures. Humphrey Lyttelton, the British jazz musician and broadcaster featured me on his radio program and was a big supporter. That was really the launch of my career because he helped spread the word about me to a national audience. I would never say that I «arrived» but I have kept working on my music and my passion to continue to grow never dies, in fact, it intensifies. I have been fortunate to have had a career that has so far lasted 20 years and still find myself full of joy and enthusiasm to play and learn and grow.

You have performed all around the world on big stages but, at the beginning of your career, it was all about little clubs in London. What do you prefer? Is it possible to keep an intimate atmosphere when you perform in festivals or in great European capitals? If yes, how do you manage to do so?

For me, the key to intimacy is to sing as if you are singing to one person. If the sound is good, it’s possible for each person in the audience to feel that personal connection. I enjoy both concert halls and clubs. I wouldn’t want to have just one of the other. I often talk to my Brazilian friends about this aspect . Roberto Menescal (one of the fathers of Bossa) and Marcos Valle, often talk to me about the very beginnings of Bossa Nova, before this genre had a name. They talk about their regular meets in friends’ homes and living rooms (the home of Nara Leão, for example) and the sharing music and ideas while sat around with their guitars with friends is at the heart of that music. I never forget this. Even when I am on a big stage, I want to maintain a personal and intimate atmosphere. There is no right or wrong way to present music, but for me, for my sensibility, that personal aspect is vital and I am exhilarated by the all the different ways we can achieve this, in the variety of venues.

What does it mean to be an interpreter? You’ve sung some of the most famous songs of the Great American Songbook and others. How do you work on a song to make it sound yours?

This is something that some singers over-complicate. A great song is a great song. It doesn’t matter how many times it’s been recorded or sung. If you are thinking, I’m going to play this song in 7/4 because «I want to make it my own», then you aren’t trusting in the strength of your own innate originality, not the greatness of the song. Be sincere, be truthful and you will make it your own.  Above all, a singer is a storyteller. Communicating the meaning of the lyric and triggering empathetic feelings is paramount. The role of the music is to intensify that process. I’m always aware of the humanity in making and sharing music. If that is at the heart, I SK have to get caught up in this inner dialogue about the age of a song or how many times it may have been played… A good story simply needs to be told and I am privileged to be that conduit.

In all the interviews I read, you always mention your love for poetry and literature in general. Your friend and Nobel Prize winner, Kazuo Ishiguro, even wrote some lyrics for you. But what I’d really like to know is who is your favourite poet or poetess and why? And how does literature influence your work as a singer?

It is impossible for me to answer who my favourite poet is, as I would have to leave too many out . But here are a few. I grew up reading and loving the French poets and as a melancholy teenager, I read Eluard. My grandfather (who grew up in France) brought French poetry to me. He loved Beaudelaire and Rimbaud,  and also Pushkin, and would recite them to me. I was able to repeat after him and my ear was good so even before I had any sense of what we were reading, I got a feel and taste for reciting aloud. I loved how much it delighted him when I would recite and so even years before I knew I would become a singer, I discovered my voice and my ability to interpret. I wanted to make my sad and homesick grandfather feel better,  and I knew that recitation could do this, so I pursued it, and it was the bond between us. Later, as a language student, I discovered Rilke, who is with me still. I think I am most attracted to the poets who send me to the natural world, Mary Oliver, Alberto Caeiro (Fernando Pessoa heteronym), de Andrade . I discovered Eeva Kilpi from Finland a couple of years ago. There are so many poets still to discover. I decorate my house with poems that I love. It encourages me to take time in the day to reflect.

We usually say that behind every great man there’s a great woman. In your case, there’s a great man, Jim Tomlinson, your husband and music partner since the beginning. Do you think that you would have been such a great artist without his support?

I can say for sure that we would have been different musicians because by being so intimately involved in our musical development, we have influenced one another and ultimately create a musical sound which depends on our relationship. We continue to learn from each other and strive always to bring out the best in each other, both musically and personally. This is a constant topic. Even today, as I answer your interview questions, I can tell you that Jim’s and my conversation over this morning’s breakfast was about a particular phrase of a song we’ve recently added to the repertoire. We each heard it differently and so discussed each of our different approaches to that phrase. It’s fun that this kind of conversation never stops….

You once said that in your music there’s sadness, but it’s sadness with a smile. I couldn’t agree more: you never wink at desperation or depression. So what is art: a way to sublimate the pain of living or maybe a way to say thanks to life?

That is right. Music is for me a life-affirming way of confronting the pain of loss that all humans must confront.

You live in a world of sounds, I imagine: tours, recordings, practise everyday. So I can’t help but ask you what part does silence play in your life? Is it important to have it, or is it just something to avoid?

Silence gives meaning to the sounds we make. Often, silence is a more powerful statement than sound. In music, I think we spend too much time thinking what to play and not enough time wondering whether to play. I suspect the same is true of life in general. I don’t meditate, but music is a kind of meditation. Also, where we have chosen to live – the Rocky Mountains – gives Jim and I a lot of quiet reflection time.

Thank God there are no talent shows for jazz, blues, or classical music – at least in Italy, but I don’t know about the USA. May I ask you your opinion about this kind of phenomenon?

I have experienced competition from a young age as a tennis player. I was New Jersey Junior State Champion as a teenager. There’s no place for that kind of competition in music. These types of talent shows are entertaining but they don’t offer a path to honest artistic expression or appreciation.

How is the life of a famous artist like you? How many hours of training and practice everyday? I mean art, in your case, is not just going on stage and sing, right? It requires discipline, doesn’t it?

I live a pretty peaceful life off the road and enjoy time at home and being with friends. However, I do practice every day and take my singing seriously and as I mentioned earlier, even more seriously than I used to. I want to continue to improve and am always on the quest to find ways to do that. I also take my responsibility to be healthy in order to be able to perform consistently. Touring is a difficult life and I work hard to stay in shape. My goal is to be a better singer next year and the year after. That said, perfecting my execution is a means to the end of being ever more expressive.

Apart from jazz, do you like other music genres? For example, do you like pop or rock music? Do you listen to them?

I have eclectic tastes in music and have always liked classic music, folk music, all kinds of ethnic music and the pop and rock from my youth. I’ve stopped paying attention to pop music nowadays because it sounds too manufactured. There are good singers of course, like Beyonce.  Music is so dressed up now and I am not always into the production. I like my music like I like my food: good ingredients, simply and well prepared.

My last question is a little bit patriotic. I’ve read your Italian is quite good. I assume you’ve been here – I know you have travelled a lot in your life. What do you know about our music?

Aside from some of the Italian classical music and opera, I don’t know too much. Of the singers whose music I know, Bruno Martino is my favourite. There is something timeless about his style, like Sinatra or Perry Como. Perhaps it’s something to do with Italian heritage. Martino’s song E La Chiamano Estate is a beautiful one that I’d like to sing one day.