“La morte non ci riguarda, la morte non è di questa terra”: ecco le frasi da tatuarsi sul viso e da contemplare quando il dolore ci sfracella

Posted on luglio 02, 2018, 9:50 am
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La domenica parlano – con sperabile ispirazione – i preti. Il lunedì, da incosciente, metto il cranio dentro la liturgia domenicale. Screziando, da dis-graziato, i testi. La liturgia la trovate, per comodità, qui. Io uso il Nuovo Testamento interlineare, bisciando tra italiano, greco e latino. Pigliate questi come appunti sul margine sfinito, come punti d’appoggio – o di rovina – sulla roccia.

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Bisogna rigirarsela nel palato, come acqua. Talithà kum. Bisogna rivestire il prossimo con queste parole. Talithà kum. ‘Ragazza, sorgi’, ‘ragazza, alzati’. Così, in agghiacciante compassione, Gesù si rivolge alla figlia di Giairo, “uno dei capi della sinagoga” (Mc 5, 22). Quando sei perduto, cieco dal dolore – il capo di una sinagoga dovrebbe pregare Dio, non rivolgersi a un sedicente ‘figlio di Dio’, ritenuto dai correligionari un seduttore di masse – vai a lui. Gesù conosce la differenza tra il sogno e la morte (“La ragazza non è morta, dorme”, Mc 5, 39), forse ha possedimenti perfino nei regni onirici. Secondo la formula abusata dall’uso, la vita è un sogno: Gesù irrompe nei sogni, nell’onirica illusione della vita apparente, fa risorgere alla vera vita. Subisce il martirio della delazione e della bestemmia (“E lo deridevano…”, Mc 5, 40), perché appena appare al mondo deve svuotare l’uomo di ogni malizia, e impone il sigillo del silenzio (“Molto raccomandò perché nessuno divulgasse il fatto”, Mc 5, 43), perché nessuno è ‘miracolato’, il ‘miracolo’ è l’oppio dei popoli, siamo già salvi, sani. Piuttosto, interamente concentrato nel gorgo di quella singola vita, chiede che alla ragazza, risorta a vita nuova, venga dato del cibo (“e disse di darle da mangiare”, Mc 5, 43), si occupa di lei, non dell’esito del suo gesto da stregone, che ipnotizza gli astanti.

“Dio non ha creato la morte/ e non gode per la rovina dei viventi./ Egli ha creato le cose perché esistano;/ le creature del mondo portano la salvezza/ non c’è veleno di morte in loro/ perché il regno dei morti non è su questa terra” (Sap 1, 13-14): frasi da leggere in continuazione, quando il dolore ci frattura la mascella; frasi da tatuarsi sul viso. “Non c’è nulla di cui preoccuparsi. La morte non esiste. La morte non riguarda noi”, scrive Boris Pasternak nel Dottor Zivago. Ovviamente. Si muore. La morte è l’evidenza più chiara che siamo in vita. Eppure: Dio è il dio della vita e ogni creatura – anche gli alberi, i prati, le bestie – ha in sé la salvezza – per questo Arthur Rimbaud impone al poeta di “farsi carico di tutte le creature”. Chi legge i testi e ha fede sa che Dio non si dimentica di nessuno, si cura anche dei singoli capelli che hai sul cranio, sa che dopo la vita su questa terra c’è anche l’altra, eterna. Ma qui si parla di questa vita, di questa terra. Muore e propaga la morte chi si affratella al diavolo (“per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo”, Sap 2, 24). Vivere in Gesù significa morire alla vecchia vita: i monaci s’insediano nell’utero del monastero, cambiando nome. Quello che dice Paolo agli abitanti di Corinto riguardo all’“eguaglianza”, cioè che le sostanze vengano condivise indipendentemente dalla ricchezza privata di uno o dell’altro (“la vostra abbondanza è per gli indigenti, così che la loro abbondanza sia per la vostra indigenza, in modo che siate uguali”, 2 Cor 8, 14), è un puro dato di partenza, di fatto, di atto. La fede non è una questione di denaro, e Paolo sa che Dio sceglie: ai suoi occhi siamo uguali ma nessuno è uguale a un altro (Paolo è stato scelto; nella casa di Giairo, “non permise che alcuno lo seguisse, all’infuori di Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo”, Mc 5, 37). Azzerare il potere del denaro – mero strumento di sopravvivenza – è il gesto minimo per cominciare la nuova vita, che non ammette morte.

Quando si è amati, fino alla punta delle dita, si dice, posso morire anche ora, sono raggiunto e compiuto, la vita è stata indimenticabile, posso anche essere dimenticato, sono già altrove. (d.b.)