La morte nell’era dei social: dialogo con Davide Sisto. “Dieci anni di post, fotografie, documenti hanno cambiato la narrazione delle nostre esistenze”

Posted on ottobre 06, 2018, 10:52 am
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Chatbox, ologrammi, account social eternabili: i morti non sono mai stati così a portata di medium. Il filosofo Davide Sisto per Bollati Boringhieri pubblica “La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale” (pp.150, euro 16,50), per raccontare il fenomeno inedito e inesorabile della Digital Death e dei suoi impatti sulla quotidianità di chiunque. Ho contattato Davide Sisto aizzato dalla urgenza delle domande che smuove il suo studio, in presa diretta da un presente che per molti potrebbe sembrare un lontano futuro fantascientifico, e per assicurarmi non si sia già diventati tutti una eco delle eco rilanciate da uno qualunque dei superserver sparpagliati per il pianeta. I morti potranno pur vantarsi di avere tutte le risposte ma bisogna essere inequivocabilmente vivi per continuare a interrogarsi e a porre domande nuove finanche alla morte stessa. (Antonio Coda)

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Libro SistoFinalmente possiamo tornare a discutere della morte?

Il 20 settembre sono stato invitato a Pavia a parlare a proposito dei molteplici modi che utilizziamo per comunicare la morte di una persona. Il pubblico presente – in orario serale post cena – era composto da oltre cento persone. Sto notando che c’è, in generale, un rinnovato interesse collettivo nei confronti del discorso sulla morte, perché per buona parte del Novecento è stata rimossa dalla vita quotidiana. Di conseguenza, oggi c’è il desiderio di parlarne pubblicamente, per affrontare in modo diverso le fragilità e il dolore delle persone e uscire da quel limbo mentale per cui sembra che siamo destinati a vivere per sempre.

Il mezzo social facilita la ripresa del discorso?

I social network offrono opportunità inedite sia agli studiosi sia alle persone comuni per ripensare alla morte e alle problematiche che ne derivano. Tutti in qualche modo si ritrovano ad aver a che fare, volenti o nolenti, con i profili delle persone decedute. Tutti assistono online a una sorta di elaborazione collettiva del lutto in seguito a un fatto di cronaca eclatante. Negli ultimi anni ci siamo ritrovati a far fronte a questi problemi, pubblicamente. L’attenzione e la curiosità nei confronti del mio libro derivano anche da questo.

Nel libro ricordi la riflessione che Susan Sontag dedicò alla fotografia. Il social replica il rischio di anestetizzare l’impatto della morte?

Solo in parte. Una delle ragioni per cui nel libro descrivo le novità tecnologiche riguardanti la cosiddetta morte digitale, evitando sia una esaltazione acritica dei social sia una loro condanna apocalittica, è perché credo che non vi sia una separazione netta tra la dimensione offline e quella online. Nel corso degli anni abbiamo sviluppato un corpo digitale che si integra con quello fisico. Pertanto, nel web abbiamo veramente a che fare con la realtà della morte. Utilizziamo Facebook da circa dieci anni, almeno in Italia. Dieci anni di post, di fotografie, di testimonianze dei cambiamenti della nostra vita. Una vera e propria narrazione di ciò che siamo, la quale dà vita a un numero imprecisato di biografie individuali. Una volta deceduti, coloro che soffrono il lutto si ritrovano ad avere una quantità di ricordi individuali che non ha precedenti nella storia dell’umanità.

Leggendo il libro la domanda più pressante che ne ricavavo era: siamo diventati i nostri dati?

Siamo senza dubbio i nostri dati, ma in qualche modo lo siamo in ogni circostanza, anche al di fuori del web. Nelle relazioni sociali non siamo mai autenticamente noi stessi, ma recitiamo sempre un ruolo a seconda delle situazioni in cui ci troviamo (in ufficio, con gli amici, con la fidanzata, ecc.). I dati digitali, con i quali creiamo la nostra identità all’interno dei social network, corrispondono agli svariati modi con cui costruiamo la nostra immagine offline. In ogni situazione della nostra esistenza c’è sempre la costruzione di un’immagine personale. Mi ricordo i tempi in cui andavo a scuola. Nell’ambiente scolastico ciascuno recitava un ruolo, era preoccupato di dare agli altri una precisa immagine di sé, che non necessariamente corrispondeva alla propria autentica personalità. Sempre che esista veramente un’unica personalità.

L’immortalità digitale mantiene in piedi il gioco di società a cui la morte era deputata a porre fine. L’impressione è che l’online coincida con quello che eravamo abituati a chiamare l’aldilà.

Mi piace pensare che sia un po’ così. L’online offre una rappresentazione visiva dell’aldilà, fornisce l’aldilà di un’immagine. Ogni persona morta sembra continuare a vivere per mezzo dei post, delle immagini e dei video che ha condiviso. Tutto questo materiale ovviamente non evolve e diventa passato. Tuttavia, la sua presenza continua all’interno dei social lo rende – in un certo qual modo – sempre presente. Il web mette in luce questa particolare dialettica tra presente e passato, mantenendoci quindi in vita a suo modo.

Utilizzando una parola che potrebbe essere diventata obsoleta: è ancora lo stesso io quello che continua all’interno dei social dopo la morte fisica del primo proprietario di quello stesso io?

Dire che il web rappresenti una continuazione della vita nell’aldilà è una immagine ovviamente letteraria. A differenza dei transumanisti, non credo che l’identità psicofisica possa essere trascesa per mezzo della moltiplicazione della propria mente in vari supporti tecnologici. Credo che ciascuno di noi sia unico e irripetibile nella forma biologica che possiede. Con la morte finisce veramente quell’unica persona che non potrà mai essere ripetuta. D’altro canto, come detto, il web in virtù della dialettica tra presente e passato permette al nostro corpo digitale di rimanere presente, trasformandosi in una specie di memoria interattiva.

Sarebbe da incosciente voler sottrarre qualcosa alla delicatezza anche emotiva con la quale tratti il tema della morte nel tuo libro, ma proprio non posso fare a meno di citare per intero questo passaggio: “Zoltan Istvan, filosofo transumanista (…) ha girato il paese con un bus a forma di bara (l’Immortality Bus) promettendo – in compagnia di un hippie, un robot chiamato Jethro e un ragazzo russo con il cervello congelato della madre morta – vita eterna agli elettori”. È una realtà che supera la potenza d’invenzione postmoderna di un Thomas Pynchon. D’altronde nel libro tu dici quanto il romanzo “Zero K” di DeLillo possa risultare già superato rispetto a quanto è già in atto. Artisticamente, chi credi che abbia intercettato la nuova realtà ancora tutta da raccontare?

Mi viene in mente Marjorie Prime, il film di Michael Almereyda di cui parlo anche nel libro, purtroppo non ancora doppiato in italiano, dove s’immagina un futuro in cui convivremo con gli ologrammi riprogrammati delle persone, dai quali saranno stati disinnescati i ricordi più emotivamente drammatici. È un film molto moderno. In America si lavora tantissimo con gli ologrammi, da quelli dei testimoni dell’Olocausto a quelli delle rockstar che, pur decedute, continuano ad andare in tour nel mondo. Riguardo al filone letterario si rischia di citare sempre le stesse cose, dal Neuromante di Gibson a tutta quella letteratura fantascientifica e distopica, prossima al transumanesimo che ha anticipato la strana e nuova dialettica tra il corpo fisico e il corpo immateriale. Un altro film è Mr. Nobody, di Jaco Van Dormael, che unisce in modo originale la realtà di ciò che siamo stati e le possibilità di ciò che saremo potuti essere nel caso avessimo fatto scelte differenti.

Un’altra suggestione letteraria: il web col tempo è diventato anche il rifugio del Mr Hyde che ciascuno si porta dentro. Quanto del nostro lato oscuro potrà essere reso pubblico, alla nostra morte, e soprattutto: chi si potrà assumere la responsabilità di riscrivere la nostra biografia a partire dalla tracce digitali che avremo lasciato?

Domanda non semplice. Filosoficamente quello che mi affascina molto è l’estensione del piano narrativo offerto dalle nuove tecnologie digitali, il come diventi sempre più difficile distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è. La nostra vita ha sempre a che fare con dei fattori esterni che agiscono come dei sceneggiatori che ne decidono lo svolgimento. Per la nostra morte varrà lo stesso.

Avere consapevolezza di come tutto ciò che scriviamo digitalmente resterà, testimoniando di noi, avrà impatto sui nostri comportamenti? In fondo è la logica, e l’etica, secondo cui operano coloro che scrittori vogliono esserlo: decidere accuratamente la parole per le quali potranno essere ricordati. L’opportunità della immortalità digitale ci renderà più responsabili o questa ti pare una banale previsione buonista?

Già in tanti oggi utilizzano i social network in maniera differente rispetto a come li utilizzavano cinque, dieci anni fa. Continua a esserci una marea di persone non in grado di controllare la propria impulsività; pensiamo, per esempio, a chi su Facebook ha minacciato di morte il nostro Presidente della Repubblica. Ma questa mancanza di controllo comincia a determinare conseguenze sul piano penale. Per tali ragioni, sono molti coloro che hanno cominciato a capire gli effetti di ciò che viene registrato online e, dunque, si contengono. È tuttavia necessaria una educazione all’utilizzo dei social, anche nell’ottica di organizzare le proprie eredità digitali post mortem. Anzi, si potrebbe dire che più saremo consapevoli delle nostre eredità digitali e più gestiremo con raziocinio, quando siamo in vita, l’uso dei social network.

Di fronte al dramma di una morte sarebbe grottesco potersi ricordare di una persona solo tramite le dichiarazioni violente che avrà consegnato ai posteri. Sarebbe una sorta di autopunizione eterna. Arrivati a questo punto concedimi la domanda più volgare che ti si possa rivolgere. Che idea te ne sei fatto, cos’è la morte?

La morte rappresenta la fine delle attività consapevoli di ogni individuo biologico. Ma, al tempo stesso, non determina la scomparsa delle tracce lasciate durante la vita. Per citare il film Coco della Pixar, si muore totalmente soltanto quando non ci sarà più nessuno in grado di ricordarci. La memoria altrui è ciò che, di fatto, ci fa sopravvivere. Da questo punto di vista, come ho detto prima, il web è uno strumento fondamentale per tenere viva la memoria delle persone decedute.

Il tuo libro discute della morte facendo a meno di qualsivoglia risvolto metafisico, tenendo fuori il religioso. È un voluto approccio metodologico?

Sì, perché essendo un agnostico sento meno vicino alla mia sensibilità il piano religioso. Mi è piaciuto analizzare il fenomeno della morte digitale sotto altri punti di vista. Certamente, è interessante studiare i legami tra la morte digitale e il modo di intendere il fine vita da parte delle varie religioni.

La qualità del libro, se me lo concedi, sta sicuramente nel porre le persone al cospetto di alcune domande, lasciando a loro la responsabilità di farci i conti. Ma, dopo la domanda più volgare, quella più banale: come nasce il tuo interesse per il tema della morte?

Da una parte, si lega ai miei interessi filosofici più classici, essendo uno studioso di Schelling e del romanticismo tedesco, all’interno di cui il tema della morte è fondamentale. Dall’altra si lega al fatto che fin da bambino ho sempre pensato molto alla morte e affrontarla tramite la filosofia mi permette di esorcizzarla. Va anche detto che sono un appassionato di heavy metal, un genere musicale che ha sempre trattato il tema della morte e della mortalità. Io sono una persona piuttosto “dark” e questo sicuramente si riflette nei miei interessi di studio. Poi, come fa magistralmente Taffo con le sue pubblicità funebri, c’è un lato ironico, sarcastico che si cela nel fenomeno della morte. La vita è, in un certo qual modo, bizzarra e questa sua caratteristica si manifesta nella morte, proprio come conseguenza del dolore e della sofferenza che provoca. Pertanto, sono molto affascinato da tutti questi aspetti legati alla morte, con i quali cerchiamo di esorcizzare l’evento più doloroso e pauroso che ci sia nel corso della nostra esistenza. E poi, infine, la morte è l’evento che ridimensiona il senso di onnipotenza umana. Non a caso, tutti coloro che hanno manie di onnipotenza sono terrorizzati dalla morte e sarebbero disposti a qualsiasi tipo di patto demoniaco pur di non morire e di perdere i propri privilegi. E questo è un altro elemento di grande interesse.

Antonio Coda