“Misteriosa e sfuggente. Ma attraente e desiderabile”: in un libro la verità di Penelope. Che ad Ulisse preferì Antinoo. D’altronde, come è possibile essere fedeli sempre, nell’assenza?

Posted on Luglio 08, 2019, 10:28 am
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Itaca. Sono passati vent’anni. Ulisse non è ancora tornato. Ma Penelope non è più la moglie devota, fedele per tanti anni al nome del marito. “L’attesa, più che un tempo, si è rivelata uno spazio”, conquistato da un altro, un principe, un pretendente. Antinoo. La Regina è innamorata. Ama. È riamata. Finalmente. Tragicamente. Maria Grazia Ciani, grecista e traduttrice dell’Odissea, fa sua una versione narrata da Apollodoro, ne I miti greci, che vede Penelope sedotta da Antinoo e costruisce un racconto poetico, classico e modernissimo, La morte di Penelope, appena uscito con Marsilio. “Dicono alcuni che Penelope fu sedotta da Antinoo (…). Altri dicono che fu uccisa da Odisseo a causa di Anfinomo, perché era stata sedotta da lui”. Com’è possibile aspettare il proprio uomo per vent’anni? Essere fedeli sempre, nell’assenza dell’amato? Trascorrere l’esistenza in attesa che il fantasma del proprio uomo arrivi dal mare? Custodirne le memorie come un sepolcro? È inevitabile, più che logico, naturale che una donna affascinante come Penelope si sia innamorata.

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“È bella. Sì, è ancora bella. Non più giovane, ma ancora seducente: nei movimenti lenti, studiati, in ogni singola postura, il volto indecifrabile attraverso l’ondeggiare del velo che a volte ne rivela i tratti, a volte li nasconde del tutto, gli occhi consumati dalle lacrime, dal dolore, e tuttavia attraversati da lampi improvvisi, sguardi taglienti subito repressi. Misteriosa e sfuggente. Ma attraente e desiderabile tanto più quando si mostra dolente, piegata dai ricordi, costante nell’attesa”. Cosa si cela dietro il velo di mistero e fedeltà che avvolge Penelope? Quando Ulisse è partito, lei non aveva nemmeno vent’anni, dovrà pure – sospetta Maria Grazia Ciani – a un certo punto, come tutti, aver cercato un sorriso. La vicenda amorosa tratteggiata è delicata e sfuggente, densa di sospiri e silenzi. La sensualità non è corporea, è gioco di sguardi furtivi, intesa senza parole. Antinoo prende un lembo del suo velo lo bacia e la chiama Regina… L’eros è tutto negli sguardi. Gli amanti sono entrambi prigionieri, braccati dal destino, più si avvicinano più sono costretti ad allontanarsi, mentre cala tra loro, avvicinandosi immedicabilmente, l’ombra del Re di Itaca. Persino il fedele cane Argo è testimone di questa corrispondenza elettrica, proibita. La tela che tesse Penelope, “una trappola ingannatrice degna proprio di Ulisse”, si trasforma dopo vent’anni, secondo questa splendida versione, in “tela di ragno”, “un solido tessuto su cui ricamare finalmente la vita”. Ma non sarebbe una storia d’amore così struggente e fatale se non fosse infelice e tragica.

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Telemaco, prigioniero a sua volta del fantasma di un padre che non ha mai conosciuto, dialoga con la madre che ha intenzione di bandire una gara con l’Arco di Ulisse, con faretra e frecce, dichiarandosi disposta a seguire colui che vince e andarsene per sempre. Mettendosi all’asta. L’amore non rende forse ciechi i nostri occhi? L’illusione d’amore inganna Penelope che crede che l’uomo di cui è perdutamente innamorata possa tendere l’Arco di Ulisse.  “Follia, pura follia. E se fallissi? Se vincesse qualcun altro? Come ha potuto esporre a tale rischio il nostro prezioso legame fatto di nulla? Uno scambio di sguardi, un velo caduto… un filo sottile come il respiro e ancora nessuna parola d’amore. Un sogno. Ha voluto agire, scavalcare gli ostacoli, spezzare ogni tradizione” sospira il pretendente, l’amante, Antinoo. “A nessuno sfuggì il lampo di trionfo negli occhi di Penelope quando il figlio di Eupite imbracciò per ultimo l’Arco che avrebbe dovuto provare per primo. Tutti lo guadavano con invidia: lui certamente avrebbe vinto, lui era il prescelto”. Eppure il gioco dei due amanti fedifraghi è spiato dal Re. Un mendicante, giunto da pochi giorni sull’isola, uno straniero ha assistito alla scena. Guarda l’Arco con tenerezza, lo tende senza sforzo e con “un suono bellissimo, simile a voce di rondine” trafigge Antinoo alla gola. È Ulisse, il Re di Itaca. L’ultima freccia all’Arco di Ulisse coglie la regina innamorata in pieno petto, con violenza. Delicata e struggente la sua morte, “le braccia spalancate in un turbinio di veli: per un istante sembrò che stesse per spiccare il volo. Come una rondine”. Ferita al cuore, per sempre.

Linda Terziroli

*In copertina: Francesco Primaticcio, “Penelope e Ulisse nel talamo nuziale”, 1563 ca