“La letteratura oramai è un gigantesco McDonald’s, non resta che assassinarla”: Francesco Consiglio parla con Matteo Fais del suo nuovo romanzo

Posted on ottobre 29, 2018, 9:54 am
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Francesco Consiglio, come scrittore e come uomo, ha un grande merito: è talmente divertente che nessuno se ne rende conto. No, il suo non è un caso di quelli per cui vale il principio “chi è causa del suo mal pianga sé stesso”. Più drammaticamente, il pubblico è quello che è: idiota, sciocchino, privo di senso dell’ironia, preposto unicamente a mettere like alle foto dei dannati cagnolini. Consiglio è troppo sopraffino, ha un modo di altalenare tra ironia e tragedia eccessivamente borderline per menti che ragionano senza conoscere la complicazione delle sfumature, secondo un’aberrante logica che potrebbe essere giustificata solo da una lesione cerebrale.

Purtroppo, questo è un dato con cui un po’ tutti dobbiamo fare i conti. Del resto, si è scrittori per insoddisfazione – e quale smacco più grande, nella vita, della gente che ci circonda con la sua pochezza, lasciandoci solo il malsano piacere di sentirci inadeguati. Che comprino pure Saviano e quegli scrittori che rimandano loro la rincuorante immagine compatta di ciò che sono, in luogo dei frantumi di uno specchio rotto.

Un giorno qualcuno si renderà conto di quanto valeva Consiglio… Di sicuro, sarà troppo tardi. Nel mentre lui, com’è giusto che sia, si fa carico di mettere insieme un lascito, un’eredità per il mondo – perché, come dice Houellebecq, anche per poter sperare nel post mortem, da qualche parte bisogna pure essere pubblicati. Ecco che quindi, dopo lo strepitoso Le molecole affettuose del lecca-lecca, arriva in libreria, per Castelvecchi, Ammazza la star.

Non chiedetemi di fare una sintesi della trama folle e folleggiante, briosa, spumeggiante – altrettanto dicasi per lo stile veloce come una danza snodata. Questo romanzo vi farà ridere, se non siete dei cretini, come ogni suo precedente lavoro. L’autore è uno tra i pochi ad aver creato un personaggio che gli si attaglia alla perfezione, come Simenon con Maigret – pur non adottando, il nostro, lo stesso nome nelle diverse pubblicazioni. Un personaggio che è come lui, divertente perché pieno di tristezza nell’anima, semplice… Speriamo solo che qualcuno sia capace di comprenderlo.

ConsiglioMi chiedo – e me lo sono chiesto più volte leggendo i tuoi libri – come ti vengano certe trame così grottesche. Certo, da quel che ho avuto modo di appurare, vi sono delle costanti: una versione provinciale di inetto incapace di realizzare alcunché della sua esistenza, una famiglia del Sud Italia molto caratteristica e altrettanto sopra le righe, relazioni con donne che ci portano a intendere la sessualità in tutto il suo aspetto più ridicolo. Ma il resto della cornice narrativa come ti salta per la testa? Per esempio, come ti è venuta quella di Ammazza la star?

Ho notato che assassini, stupratori e serial killer sono le nuove star della tv. I programmi sulle storie di crimine hanno un’audience altissima. C’è addirittura un reality show cinese, seguitissimo, nel quale una giornalista incontra alcuni condannati a morte a poche ore dall’esecuzione. Il crimine paga molto in termini di popolarità, e io mi sono chiesto, con il mio protagonista: ‘Posso raggiungere la fama duettando con un cantante famoso? No, sono stonato. È molto più semplice uccidere il cantante. Mi sono spiegato? Non è mica difficile, lo diventa perché associamo il concetto di fama a una qualche rettitudine morale’. Io, però, detesto gli spazi stretti e mi fa paura condividere le mie giornate con gente che non vede una donna da anni ed è pronta a fiondarsi dentro il mio virgineo buco. Ahimè, ogni volta che penso di guadagnarmi la fama imperitura come Mark Chapman, l’assassino di John Lennon, o Charles Manson, o Lee Harvey Oswald, che uccise Kennedy, il rischio del carcere mi trattiene dal passare all’azione. Posso solo trasferire i miei bassi istinti sulla pagina, assassinando tutt’al più la letteratura.

Nel tuo libro fai una parodia della smania di successo che oramai attanaglia un po’ tutti, tant’è che il tuo protagonista vuole diventare famoso grazie ai suoi omicidi – compiendoli e, poi, raccontandoli. Altrettanto desidera la protagonista femminile. C’è quindi, nel tuo romanzo, una critica alla società dello spettacolo che impone a tutti fama e visibilità?

Sono almeno cinquant’anni che il mondo è stato spettacolarizzato. Pasolini se n’era accorto prima di tutti e denunciava il sempre più invasivo e omologante potere della televisione. Sono discorsi vecchi per me che scrivo nel 2018. Confinare il mio romanzo in quello che ormai è un cliché contenutistico mi sembra quasi offensivo. Sarebbe come dire che il Pasticciaccio brutto di Gadda è l’opera di un giallista. Io vorrei essere riconosciuto per lo stile, l’originalità della lingua, le invenzioni lessicali, i ritmi inconsueti. Se ciò che resta di Ammazza la star è la storia di un tizio che vuole uccidere una star dello spettacolo per diventare famoso, allora il mio progetto di scrittura è fallito e tu hai l’obbligo morale di avvertire i potenziali lettori della mia mediocrità.

A questo punto, la domanda sorge spontanea: a tuo avviso qual è la peculiarità del tuo stile, ammesso e non concesso che tu ne abbia cognizione? Insomma, cosa rende la tua scrittura originale a livello linguistico, lessicale e ritmico? Velatamente, ti sto chiedendo perché mai il lettore dovrebbe leggere Francesco Consiglio.

Ti propongo un esperimento: prendi cinque libri di autori in vetta alle classifiche. Parlo di romanzieri, naturalmente, non di comici o calciatori. Strappa le copertine e falli leggere a un ‘consumatore abituale di storie’. Scommetto che non sarà in grado di distinguere una scrittura dall’altra, poiché ovunque impera lo scrivere medio, ed è come se nella ristorazione avessero abolito i ristoranti di lusso e le trattorie a prezzo fisso. Tutto è un immenso hamburgerificio delle Lettere. E, d’altra parte, qual è una delle ragioni del successo di McDonald’s? Non sorprendere il cliente, dargli tranquillità. Un Big Mac è preparato allo stesso modo a Roma o a Dubai, a Sidney o a New York. Tutto questo è rassicurante, come la quasi totalità dei romanzi italiani. Mi piace che tu abbia sottolineato il fatto che uno scrittore possa non avere cognizione del suo stile. Credo sia così per molti artisti, pittori e musicisti compresi, e certamente lo è per me. Io sono un istintivo. Ho la presunzione di possedere una sorta di metrica prosaica che mi ronza in testa ed è capace di dare ritmo al testo. Come una scrittura rap senza le rime ma con un flow coerente, dalla prima all’ultima riga. Quello che mi rende originale è ascoltare Fabri Fibra, Nitro e Salmo piuttosto che leggere Baricco, Piperno o Busi.

Quella di Ammazza la star è una storia certo bizzarra: un moderno inetto, una famiglia allargata (nel senso di due generazioni che vivono sotto lo stesso tetto), un’insegnante alla caccia di un killer, un assassino scrittore. Mi rendo conto solo adesso, mettendo gli elementi narrativi in sequenza, che sembra piuttosto difficile trarne una storia, eppure tu ce l’hai fatta. Va da sé che il risultato non poteva che essere una trama quanto meno originale. Proprio a questo proposito volevo chiederti: ti sei per caso ispirato a qualcuno, o meglio esiste un autore che abbia scritto un qualcosa di altrettanto eccentrico e di cui tu sia a conoscenza?

Ehi, andiamoci piano con gli insulti al mio protagonista! Io non considero inetto un uomo capace di costruire un cazzo mitragliatore con una stampante 3D e fonderlo a sé, come se avesse visto nel suo vero membro un accessorio guasto che andava sostituito. La sua inabilità è esclusivamente relazionale. Egli è l’allegoria dell’uomo occidentale svirilizzato e in cerca di un viagra meccanico che gli restituisca il perduto machismo. Non uccide le donne, ma un’idea precisa di donna. Mi fermo qui, perché non voglio spoilerare contenuti. Quanto alle mie ispirazioni, l’unico scrittore che mi viene in mente è Chuck Palahniuk. Ma è più semplice trovare qualche mio ideale fratello d’arte nel cinema: Jodorowsky, Argento, Tarantino, Cronenberg e ovviamente Shinya Tsukamoto, il regista di Tetsuo, un truculento film in cui un uomo subisce la metamorfosi del pene in una trivella e, durante un furioso amplesso, penetra a morte la sua fidanzata.

Facciamo un gioco, dato che entrambi siamo tendenzialmente poco seri. Visto che il tuo protagonista vuole ammazzare una star, a te chiedo se ci sia uno scrittore che vorresti fare fuori, ovviamente sul piano meramente letterario – nel senso che proprio non lo sopporti e a leggerlo ti viene il voltastomaco.

Andrea Camilleri. Tu pensa che la mafia è stata capace di rapire un ragazzo di tredici anni, sottoporlo a due anni di sevizie, ridurlo a una larva umana e infine strangolarlo e scioglierne il corpo in un barile di acido. Eppure, se leggiamo la saga del commissario Montalbano o vediamo i film che ne sono stati tratti, chi combatte la mafia? Un certo Catarella, una macchietta di poliziotto, degno tutt’al più di una scena farsesca, divertente ma lontanissimo dagli umori asprigni della Sicilia, terra che odora di sangue e di sudario, non solo di zagara e pasta alle sarde, come vuole Camilleri. Per me, e parlo da lettore, tra gli scrittori siciliani, Sciascia batte Camilleri 1000 a 1, Bufalino neanche lo vede, Consolo è di un’altra categoria. Eppure, questi tre grandissimi autori sono dispersi negli scaffali delle librerie e rischiano di essere dimenticati dai lettori.

Matteo Fais