“La letteratura non è evasione, non deve distrarre. La sfida è raccontare il nulla”: Davide Rosso, autore di “La perseveranza”, dialoga con Matteo Fais

Posted on Febbraio 26, 2019, 9:53 am
8 mins

Una storia quotidiana e dolorosa. Un uomo con un lavoro, una moglie e un’amante, ma che niente può soddisfare. Il suo sguardo sull’esistente è una tragedia di disincanto e freddo nichilismo. Ogni posto in cui va, ogni persona che incontra, non riescono a trasmettergli alcunchè. Lui, di suo, non spera nemmeno più. Piuttosto si abbandona appena possibile all’alcol, scivolando di pagina in pagina verso l’abbrutimento e la sconfitta. Il mondo è privo di senso e lui lo avverte, lo percepisce, lo coglie in ogni suo minimo particolare. L’esistenza si trascina, e non potrebbe essere altrimenti, ma dovrà andare inesorabilmente incontro al tracollo finale – il dolore, quando esplode, ha sempre un limite massimo entro il quale può essere sopportato.

Davide Rosso firma, per l’editore Italic, La perseveranza, un testo cupo e senza sconti, descrivendo un universo che sembra straordinariamente prossimo a quello scampato da una catastrofe, pur continuando a essere il solito di sempre, e in cui ogni giorno perpetua l’atrocità di una mancanza ormai irrimediabile.

Siamo andati a sentire l’autore per farci un’idea del suo percorso di formazione e delle sue idee letterarie, con l’intento principale di presentare una penna di valore, ma poco nota, al pubblico.

Io direi che i modelli letterari sono un po’ come i genitori: bisogna averli anche solo per criticarli. Dunque, nell’ottica di farti conoscere al pubblico per associazione, quali sono i tuoi?

Nonostante siano molti gli scrittori che stimo – penso a Bassani con L’airone, a Moravia con 1934, a Svevo con La coscienza di Zenoposso dire di essere legato visceralmente a uno solo, Beppe Fenoglio. La mia ammirazione nei suoi confronti travalica l’opera letteraria, sino ad arrivare all’uomo stesso. Uno scrittore di razza pura che ha sempre lavorato lontano dai circoli letterari con tenacia e una passione senza pari, come sintetizzava lui stesso in inglese: “with a deep distrust and a deeper faith”. Eppure in vita non aveva ricevuto alcuna gratificazione, salvo un paio di tribolate pubblicazioni accolte con freddezza dalla critica del tempo. Un mio conterraneo, capace di elevare all’universalità storie ambientate in miseri paesi delle Langhe come Mango, San Benedetto Belbo, Gorzegno, solo per citarne alcuni. Nonostante la sua scrittura sia diametralmente opposta alla mia, di lui apprezzo la limpidità con cui scrive, l’oggettività e la precisione con cui usa ogni parola. E poi ci sono gli autori stranieri: Kristof, Carver, Krasznahorkai, Djian, Houellebecq, Camus.

Il tuo è chiaramente un romanzo sul disagio di vivere ai nostri giorni. Ci sono feste rumorose e inutili, alcol in quantità da ospedale, vomito, apatia, devastazione esistenziale. Tutte faccende molto reali e realistiche di cui – non mi capacito mai del perché – ma nessuno parla, malgrado la loro cogenza. Ma il punto è: abbiamo davvero bisogno di una narrativa che ci sbatta in faccia ancora ciò che vediamo intorno a noi ogni giorno?

Sì, ne abbiamo bisogno, eccome. La letteratura non è evasione, non deve distrarre, ma al contrario deve svelare, rendere visibile ciò che troppo spesso scordiamo o fingiamo di dimenticare. Mi viene in mente il film Arancia meccanica di Kubrick, quando al protagonista viene impiantato un marchingegno che non gli permette più di chiudere gli occhi obbligandolo a guardare filmati osceni che dovrebbero, in qualche modo, redimerlo. Ecco, la letteratura, quella vera, deve trasformarsi in una serie di spilli incollati sotto gli occhi che ti obbligano a tenere gli occhi spalancati e a guardare quello che non vorresti, per pigrizia o per comodità. Dal canto mio, fatico a trovare libri che parlino della vita vera, quella piatta e monotona di tutti i giorni, quella priva di colpi di scena, priva di amori passionali e travolgenti, priva di intrecci fantasiosi, di omicidi o di inseguimenti in auto. Basta guardarsi attorno. La sfida è raccontare il nulla. O pressappoco.

Il mondo del lavoro appare in tutto il suo inquietante aspetto di alienazione, insensatezza, attività assolutamente slegata dalle reali necessità umane. Anche tu, come me del resto, non proponi soluzioni a questa situazione. Ritieni a tua volta che il primo punto sia demolire questo stato di cose, rivelarne l’inconsistenza?

Non so se vada demolito, riformato o ripensato da capo questo stato di cose. Non è compito mio, né saprei farlo. Questa situazione potrebbe persino essere l’opzione migliore. A me interessa esclusivamente raccontarlo o, come dici tu, rivelarne l’inconsistenza, senza per questo darne un giudizio, senza criticarlo, né tanto meno proporre un’eventuale soluzione.

L’amore, a sua volta, appare quale un tormento senza soluzione nel tuo testo: rapporti privi di dialogo, dove il sesso è l’unica possibilità – miseramente fallita – per avvicinare l’altro, ma senza comunque mai incontrarlo. Mi sbaglio o volevi rendere la misura dell’inferno che ci circonda?

In questo caso, ho usato i rapporti sociali nella stessa misura con la quale ho usato gli alberi “potati così grossolanamente da sembrare monconi, del tutto simili a grandi tibie piantate in terra”. Tutto è emanazione dello stesso sentimento, tutto segue la stessa metafora. La coerenza nel racconto è importante, deve sottolineare lo stato d’animo del protagonista, accompagnarlo. Il mio romanzo racconta una storia da un punto di visto ben preciso, che deve essere sempre lo stesso, sia per quanto riguarda i rapporti di coppia sia per le nuvole in cielo, sia per le villette con le inferriate o per quello che il protagonista mangia, spesso panini, tranci di pizza o kebab.

Con La perseveranza sentivi di avere qualcosa da dire che nessuno fino a oggi aveva trattato? Insomma, perché l’hai scritto?

L’ho scritto per svariati motivi. Scrivere mi serve a tenere insieme le cose che vivo quotidianamente, a catturare una minima porzione di tutto quello che vedo scorrere davanti ai miei occhi. Ma anche per la semplice bellezza di una pagina scritta bene, per il piacere che mi danno le parole, per tentare di ordinare quello che all’apparenza è così disordinato. E, poi, anche come gesto politico, come denuncia, come partecipazione. In fondo, anche il più nichilista dei libri è pur sempre un gesto affermativo, un segno, seppur piccolo, della bellezza.

Matteo Fais