“La letteratura è una pseudoteologia in cui si celebra un intero universo”: sull’incontenibile genio editoriale di Giorgio Manganelli

Posted on Febbraio 08, 2019, 7:29 am
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Ne ho scritte a dozzine, ma soltanto a un semidio è concesso di scriversi la propria. Quando uno scrittore firma la ‘quarta’ al proprio libro esercita l’arte sottile della dissacrazione – mi commento per distruggermi. Oppure, fa della ‘quarta’ una appendice sinistra e sinuosa – né ‘intro’ né postfazione – al proprio libro. Con la stessa blindata necessità del libro tutto. Giorgio Manganelli, divinità gnostica e golosa della letteratura italiana, si scriveva le ‘quarte’ perché soltanto a lui era concesso dire qualcosa dei suoi scritti – esoterista di se stesso. La ‘quarta’ come manganellata sul muso del lettore, beato.

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La ‘quarta’ può essere uno specchio per allocchi (i lettori), un modo per attraversare lo specchio del libro. La ‘quarta’, lungi dall’essere il rispecchiamento del libro di cui parla, ne è il passepartout – oppure la fuga, il sentiero che lo accerchia.

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Esempio. Elio Vittorini che griffa la ‘quarta’ de I ventitrè giorni della città di Alba, era il 1952, per la collana Einaudi ‘I gettoni’. “Fenoglio è nato nel 1922 ad Alba, dove è vissuto fino a quando è andato soldato, e dove vive ancor oggi, procuratore d’una ditta vinicola. Fuori d’ogni descrittiva regionalistica, Fenoglio della sua provincia sa cogliere più ancora che un paesaggio naturale, un paesaggio morale, il piglio in cui s’articolano i rapporti umani, un gusto ‘barbarico’ che persiste come gusto di vita non solo nel costume del retroterra piemontese. Ed è questo sapore ‘barbaro’ a caratterizzare i racconti che ora presentiamo, rievocanti episodi partigiani o l’inquietudine dei giovani nel dopoguerra. Sono racconti pieni di fatti, con un’evidenza cinematografica, con una penetrazione psicologica tutta oggettiva e rivelano un temperamento di narratore crudo ma senza ostentazione, senza compiacenze di stile ma asciutto ed esatto”. Quarta perfetta che alterna le informazioni di massima alla nota critica – contando che Fenoglio era allora un autore ancora ignoto, inedito. Dietro le quinte, certo, c’è il Vittorini vampiro che vuole fare dei propri autori degli adepti (Fenoglio non sarà più “scrittore crudo”, “asciutto ed esatto”, ma assolutamente “barbaro”, uno che imbarbarisce la lingua di anglicismi, che la scassa con perizia da bombarolo della grammatica). La ‘quarta’ esalta, la ‘quarta’ azzoppa.

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Quarte di nobiltà di Giorgio Manganelli (Aragno, 2019) è un libro magnifico per due ragioni. La prima è che è una gita nelle basiliche linguistiche del ‘Manga’, autore dalla prodigiosa fortuna editoriale, Re Mida della lingua, talmente bravo che tra un po’ stamperanno pure i suoi biglietti del tram. Nonostante si possa prescindere dall’interpretazione che l’autore dà delle sue opere, la lettura di queste ‘quarte’ è imprescindibile. La seconda ragione riguarda il genere della ‘quarta’. Come vergare un haiku sul dorso dell’Everest. Per la ‘quarta’ il talento del poeta e il cinismo del pubblicitario debbono andare a braccio: l’eccesso lirico è sfiancante, la persuasione dello stratega del verbo pure. Luigi Mascheroni, estensore di una brillante postfazione, ha le idee chiare in merito: “E invece, eccola la quarta perfetta. Una cartella massimo, luoghi comuni al minimo. Una parvenza di riassunto, che non sia una sinossi. Un assaggio, senza riempire del tutto il piatto. (Auto)elogi: perché no? Allusioni, sapendo però che lo spaesamento è un rischio. Aggettivi studiati (pochi, ma definitivi). E soprattutto un incipit sontuoso: importante tanto quello di un romanzo. E il testo? Sintetico, preciso, pulito, (im)parziale al punto giusto e, per chi può permetterselo, persino eccentrico”. L’ombelico del capoverso, il periscopio, sta nel considerare la ‘quarte’ come un esercizio d’arte, evoluzione da trapezisti del vocabolo. Già. Il genio del romanziere non è necessario per redigere una ‘quarta’ doc. Ma quasi.

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La ‘quarta’ è un quarto del libro, roba da macelleria editoriale: l’importante è che il taglio sia prelibato. Se la ‘quarta’ è indigesta, figuriamoci il resto del libro.

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Ne ho firmate dozzine di ‘quarte’, per ogni eresia: dal tomo biblico ritradotto al classico riscoperto all’assoluto ignoto da dare in pasto al mondo squalesco dei letterati. La ‘quarta’ è il vestito con cui mandare in giro il libro: a volte è bene cucire un maglione, altre volte è necessario lo smoking, certe volte è preferibile il nudo integrale. Spesso – se si è bravi – è efficace rompere lo schema (andare a una cena di gala senza cravatta, audacemente informali); quasi mai è gradita la ‘griffe’ del noto di turno a introdurre il libro in questione (un libro e il suo autore devono sapersi difendere da sé). Come sempre, tutte le regole servono finché arriva uno e le rompe, portandoci oltre la natura del noto, a divorare l’alba.

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Ciò che ho detto è falso. Mi è capitato di redigermi la ‘quarta’ dell’ultimo romanzo. Non l’ho firmata. In quel caso non conta il talento vispo o vespertino dell’autore ma la pigrizia dell’editore: chi ha voglia, dopo averti fatto leggere al correttore di bozze, di abbozzare una ‘quarta’?, fattela tu così siamo tutti felici. L’ultima frase della ‘quarta’ che mi sono devotamente dettato (“Ciò che sembrava certo, all’improvviso, apparirà fragile, futile, una necessaria vanità”) racchiude il senso profondo della ‘quarta’ come genere editoriale. (d.b.)

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Per gentile concessione pubblichiamo alcune ‘quarte’ esemplari tratte da: Giorgio Manganelli, “Quarte di nobiltà”, Aragno 2019 (premessa di Lietta Manganelli, postfazione di Luigi Mascheroni).

La letteratura come menzogna, 1967

le immagini, le parole, le varie strutture dell’oggetto letterario sono costrette a movimenti che hanno il rigore e l’arbitrarietà della cerimonia; ed appunto nella cerimonialità la letteratura tocca il culmine della rivelazione mistificatrice. Tutti gli dei, tutti i demoni le appartengono, poiché sono morti: ed appunto lei li ha uccisi. Ma, insieme, ne ha tratto la potenza, l’indifferenza, l’estro taumaturgico. La letteratura si organizza come una pseudoteologia, in cui si celebra un intero universo, la sua fine e il suo inizio, i suoi riti e le sue gerarchie, i suoi esseri e immortali: tutto è esatto, e tutto è mentito

Nella copertina della prima edizione, Feltrinelli editore, 1967 nessuna immagine, solo nome autore, titolo e testo quarta. Si noti la particolarità dell’inizio con la lettera minuscola e fine senza punto finale.

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Cina e altri Orienti, 1974

Quando uscirono i miei articoli sul viaggio in Cina, un lettore mi scrisse per chiedermi come si faceva ad andare in Cina; non gli risposi e ancora me ne cruccio, perché la mia risposta sarebbe stata come segue: in primo luogo, lei vada a Ferrara; poi compri un paio di bretelle; ah, mi raccomando, debbono essere bretelle blu. Poi chiacchieri con gli amici. Alla fine riparta e tenga il telefono pronto sul tavolo. Un giovedì il telefono squillerà e qualcuno le chiederà: «Domenica è libero? Andrebbe in Cina?» A me le cose sono andate in questo modo, e questo spiega la mia riluttanza a dare delle “spiegazioni” che sanno, quanto meno di improbabile. Il viaggio in Cina mi ha fatto scoprire un’altra caratteristica curiosa di codesti eventi, poco studiati di naturalisti: essi non solo implicano spostamenti, e dunque sono dotati di membra a siffatti movimenti, ma sono in grado di riprodursi, di generare altri viaggi; il viaggio in Cina partorì un viaggio nel Sud-est asiatico, e questo un ulteriore viaggio nella deliziosa Malesia. Per molti anni, forse per molte incarnazioni avevo sempre desiderato questi inverosimili viaggi intercontinentali, che possono arrivare esclusivamente come regali del destino; quali congiunzioni astrali abbiano messo in moto questa slavina di terrestri traslazioni, non so; ma spero sia di genere che vuol anni a fabbricarsi, e non si scompone facilmente. Si può chiedere perché il viaggio abbia tanto fascino per una persona di vocazione sedentaria; il lettore accanito e solitario non si illude di espatriare dalla propria biblioteca, il giorno in cui si imbarca per l’Asia; egli è sempre, sostanzialmente, un ricercatore di segni, di parole implicite, di “modi di dire”, di in-folio e di brochures. La sintassi classica, la fragile ed eterna concinnitas di Pechino si mescola agli anacoluti di Kuala Lumpur, l’iperbole pubblicitaria di Hong Kong all’enfasi Rococò del Palazzo d’Estate. E che saranno i templi di Ipoh? Enigmi, emblemi, enteroideogrammi del pianeta? Il filologo analfabeta non per questo vien meno al suo eterno destino di lettore.

Sulla sovraccoperta della prima edizione, Bompiani editore, 1974, riproduzione di autore orientale non attualmente individuabile.

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Centuria, 1979

Il presente volumetto racchiude in breve spazio una vasta e amena biblioteca: esso infatti raccoglie cento romanzi fiume, ma così lavorati in modi anamorfici, da apparire al lettore frettoloso testi di poche e scarne righe. Dunque, ambisce ad essere un prodigio della scienza contemporanea alleata alla retorica, recente ritrovamento delle locali Università. Libriccino sterminato, insomma; a leggere il quale il lettore dovrà porre in opera le astuzie che già conosce, e forse altre apprenderne: giochi di luce che consentono di leggere tra le righe, sotto le righe, tra le due facce di un foglio, nei luoghi ove si appartano capitoli elegantemente scabrosi, pagine di nobile efferatezza, e dignitoso esibizionismo, lì depositate per vereconda pietà di infanti e canuti. A ben vedere, il lettore vi troverà tutto ciò che gli serve per una vita di letture rilegate: minute descrizioni della casa della Georgia dove sorelle destinate a diventare rivali hanno trascorso una adolescenza prima ignara e poi torbida; ambagi sessuali, passionali e carnali, minutamente dialogate; virili addii, femminesca costanza, inflazioni, tumulti plebei, balenanti apparizioni di eroi dal sorriso mite e terribile; persecuzioni, evasioni, e dietro ad una vocale che non nomino, in tralice si potrà scorgere una tavola rotonda sui diritti dell’Uomo. Se mi si consente un suggerimento, il modo ottimo per leggere questo libercolo, ma costoso, sarebbe: acquistare diritto d’uso di un grattacielo che abbia il medesimo numero di piani delle righe del testo da leggere; a ciascun piano collocare un lettore con il libro in mano; a ciascun lettore si dia una riga; ad un segnale, il Lettore Supremo comincerà a precipitare dal sommo dell’edificio, e man mano che transiterà di fronte alle finestre, il lettore di ciascun piano leggerà la riga destinatagli, a voce forte e chiara. È necessario che il numero dei piani corrisponda a quello delle righe, e non vi siano equivoci tra ammezzato e primo piano, che potrebbero causare un imbarazzante silenzio prima dello schianto. Bene anche leggerlo nelle tenebre esteriori, meglio se allo zero assoluto, in smarrito abitacolo spaziale.

Sulla sovraccoperta della prima edizione, Rizzoli editore, 1979, Hiroshige, Tokaido, «Miya» (Cerimonia al santuario Atauta). Particolare. Grafica di Paolo Guidotti.