“Donare la vita è davvero qualcosa di incredibile”. Utero in affitto, donne in vendita: un romanzo racconta la fabbrica dei bambini

Posted on Giugno 21, 2020, 10:17 am
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Le nuove frontiere del sogno americano yes we can si sono trasferite, ormai da qualche tempo, nello scivoloso campo della maternità e della gravidanza per conto terzi. Ad esplorare le nuove, drammatiche derive della mercificazione del corpo femminile una filippina del Wisconsin, Joanne Ramos, una scrittrice al suo esordio che, con una laurea a Princeton, ha lavorato nella finanza e, oltre ad aver scritto per l’Economist, si è presa la briga di dedicarsi a uno dei più spinosi e sottaciuti temi di attualità: l’utero in affitto, con The farm. La fabbrica (uscito da poco in Italia per Ponte alle Grazie, traduzione di Michele Piumini) smaschera un inquietante incubo, la drammatica realtà dell’America di oggi (e diffusa in altri paesi occidentali) del nuovo sfruttamento economico del corpo femminile in stato interessante.

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Jane è una madre single, immigrata filippina che vive in un dormitorio nel Queens, a New York insieme alla figlia Mali, Amalia, e alla cugina Evelyn, Ate, che vanta una ricca esperienza come tata delle più facoltose famiglie di Manhattan. Jane che viveva con Billy e i suoi in un seminterrato al confine tra Elmhurst e Woodside ben presto, con l’arrivo della bimba, si accorge che lui ha già un’altra e per giunta si fa beffe di lei, che non è intelligente, non ha studiato. Nel dormitorio del Queens si sta stretti, ma è pieno di filippine, tra cui molte sono madri che hanno lasciato i figli a casa, nei paesi di origine. E mandano nelle Filippine ogni misero dollaro che guadagnano. La fabbrica mette al centro la donna come madre, senza dare pronte risposte o sputando facili giudizi. La madre che cresce i figli degli altri, la madre che abbandona i suoi per amore, “come se al mondo esistesse una madre che si vuole separare dai figli”, la donna che per esigenze estetiche o per orologio biologico non sa rinunciare alla maternità e ricorre ad una madre surrogata, un’altra donna disposta ad affittare il suo utero per nove mesi.

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Jane che aveva trovato, grazie alla cugina, un lavoro come tata presso l’agiata famiglia dei Carter per il loro piccolo neonato Henry, lo perde improvvisamente. In un momento di distrazione, per sfamare il piccolo e per la necessità di svuotare il seno del suo latte, decide di allattarlo. Il licenziamento arriva immediatamente. La cugina Ate la convince così a entrare a Golden Oaks, una residenza da sogno, idilliaca, nelle campagne del fiume Hudson, che ospita donne e ragazze, perlopiù immigrate, filippine e afroamericane, che concedono il proprio ventre a facoltose clienti per un compenso che potrà trasformare per sempre la loro vita, il biglietto per quell’ascesa sociale che magari sognano da generazioni. Golden Oaks significa, letteralmente, querce dorate e più che alberi la spietata donna d’affari di origini cinesi che dirige la residenza, Mae, ha trovato la gallina dalle uova d’oro. Il residence lussuoso in verità è una prigione dorata, il luogo dove “massimizzare il potenziale fetale”, la realtà surreale che vorremmo conoscere ma che, al contempo, non vorremmo mai vedere.

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Leggere La fabbrica significa mettere a fuoco una realtà che abbiamo sentito dire, en passant. Che ne è di quella donna che ha prestato, in cambio di soldi, il suo corpo per nutrire e crescere il figlio di un’altra? Quale delle due donne è giusto chiamare mamma? La maternità moderna è un mondo, dal punto di vista narrativo, ancora inesplorato e questo libro accessibile e schietto ha il pregio (e il coraggio) di guardare una realtà in espansione con cui in pochi vogliono fare i conti. Non si tratta più di pannolini firmati o di attrezzature per l’infanzia con prezzi da capogiro. Ci siamo avventurati fin dentro l’intimità più segreta della nascita dell’uomo. E anche lì abbiamo piantato la bandiera del libero mercato.

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“I ricchi – e oggigiorno non siamo più in pochi – sono ossessionati dalla prole molto più delle generazioni precedenti. Mia madre fumava quando era incinta, Cristo! Non si tratta più soltanto di passeggini da tremila dollari e pannolini firmati. Il mercato del lusso sta scendendo la scala anagrafica fino alla fase neonatale e gestazionale, e noi abbiamo il vantaggio della prima mossa”. C’è una frase che rimbomba nel libro: “Donare la vita è davvero qualcosa di incredibile”; cosa significa, propriamente, donare la vita? A chi poi? Che differenza morale c’è tra chi perde nove mesi della propria esistenza per crescere il figlio di un’altra per garantire al proprio di figlio una vita migliore e chi non si accolla la gravidanza (con tutto il corollario di malesseri, nausee, problematiche variegate) che si conclude con un travaglio più o meno doloroso? Quanto siamo disposti ad accettare chi ricorre alla pratica della madre surrogata per evidenti patologie personali e chi per non perdere la silhouette? La fabbrica (di neonati) è un’esperienza straziante perché le ospiti sono tenute sotto rigida sorveglianza. Lo sguardo tenero che pure riesce a evocare un insieme di donne con il pancione cozza con la scena di un’ecografia in cui la ginecologa mostra, in videochiamata, il feto esclusivamente alla legittima proprietaria e la chiama “mamma”.

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Non c’è solo Jane in questo potente affresco di un incubo americano in chiave moderna ma ci sono anche personaggi dal temperamento più o meno spietato. Le donne bianche sono pagate di più per il subappalto della gravidanza, sono considerate “ospiti Premium”. “Conosci forse una donna che si affiderebbe a una madre surrogata qualsiasi che abita a casa del diavolo?”. Meglio una bianca, ancor meglio se laureata. Una come Reagan. “Reagan ha conosciuto Golden Oaks al college, tramite la clinica dove si è fatta prelevare gli ovuli. Probabilmente era convinta anche lei di aver agito per altruismo, e che i soldi non fossero un fattore determinante nella scelta di donare gli ovuli”. La soluzione è facile e la resa è immediata, salvo anomalie del feto che sono contemplate anche nel contratto. Le gestanti hanno persino un bonus per il parto. “Essere un’Ospite ti permetterà di realizzare i tuoi sogni artistici, e al tempo stesso realizzerà il sogno di una donna che vuole disperatamente un figlio. È una soluzione win-win”. Eppure, guai a cercare di allontanarsi dalla gabbia dorata, sarebbe un reato, un rapimento di minore. “Fiona dell’Ufficio Legale. Sta cercando di capire se nello Stato di New York il feto sia considerato legalmente una ‘persona’: in caso contrario, Jane (e Golden Oaks) non potranno essere accusate di ‘rapimento’. Una circostanza che potrebbe diventare una circostanza attenuante”.

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Il romanzo, senza essere una vera e propria inchiesta né un capolavoro letterario, si propone come storia vera, ispirata ai racconti di diverse donne filippine, come spiega Joanne Ramos nella Nota in appendice al volume, che l’autrice ha conosciuto a cavallo tra Filippine e Wisconsin. Ma è anche un dialogo con se stessa e le sue origini, durato venticinque anni. La disuguaglianza sociale e razziale Ramos l’ha vissuta sulla propria pelle: “Una volta finito il liceo mi sono spostata a est, per studiare alla Princeton University, e tutte le mie certezze sono crollate, non solo in senso intellettuale. A Princeton ho conosciuto la vera disuguaglianza: economica, di classe, di esperienza e di opportunità. Qualche anno più tardi – dopo aver lavorato nel settore finanziario ed essermi data al giornalismo – ho deciso di prendermi una pausa per dedicarmi ai miei bambini. Un giorno, mi sono resa conto che le uniche persone filippine che conoscevo a Manhattan, dove abitavo con la mia famiglia, erano quelle che lavorano per i miei amici: baby nurse, tate, governanti, donne delle pulizie. Anche io e mio marito, per un certo periodo, abbiamo avuto una meravigliosa tata filippina”. La scrittrice ammette di essere “l’incarnazione del Sogno Americano”, eppure si tratta di una questione di fortuna, coincidenze e merito.

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Il romanzo ha ovviamente (e tristemente) un happy ending, Jane ha portato a termine non solo la sua gravidanza al Golden Oaks e ha poi dato alla luce anche Victor, il primogenito della terribile signora Mae, che l’ha assunta come tata. L’autrice, forse per pudore, non illustra il momento inevitabile del parto delle madri surrogate, ma ritrae i bambini già nati. L’ingordigia di chi appalta ad altri il lavoro duro (o il lavoro sporco) di una gravidanza ci mette in chiaro di che pasta siamo fatti. Chi non vorrebbe bypassare tutto quel lungo e tortuoso periodo di gravidanza e cullare tra le braccia il proprio bambino, carne della propria carne, pronto per essere ninnato? Gli ovuli vitali della signora Mae sono parcheggiati, “immagazzinati” a Golden Oaks, la donna potrebbe essere madre di nuovo. Vorrebbe una bambina, una sorellina per Victor. Il suo compagno Ethan le domanda se non le piacerebbe dare alla luce lei il loro secondo figlio. “Cosa stava insinuando riguardo alla prima gravidanza?”. Mae va su tutte le furie, che egoismo da parte sua proporgli una ‘vera’ gravidanza! Non è certo la vita degli uomini ad essere messa in gioco, a cambiare neppur minimamente, nel corso di una gravidanza.

Linda Terziroli