La Croce in classe: due opinioni a confronto. La cristiana cattolica e l’uomo a precipizio sull’abisso

Posted on Ottobre 08, 2019, 11:52 am
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Non posso fare a meno di domandarmi cosa c’entri il crocefisso in una scuola “pubblica”

Sono cristiana cattolica e con un certo pudore confesso che Cristo, al cui fulgido esempio cerco indegnissimamente di uniformarmi, scandisce le mie giornate, eppure non posso fare a meno di domandarmi cosa mai c’entri il crocifisso a scuola. Vivo da anni in Francia e qui la croce nelle scuole dell’Education Nationale proprio non c’è (e non se ne lamenta nessuno), anche perché non è da nessun’altra parte se non dove dev’essere, cioè prima di tutto nel cuore e poi in chiesa.

Nel leggere alcune polemiche scoppiate in Italia in questo momento mi stupisce che molti fra i cattolici che stimo preferiscano soffermarsi più sull’importanza della Croce come simbolo religioso e civile, che è anche di missione, accoglienza e soccorso, e meno sul fatto che in classe i bambini dovrebbero semplicemente studiare. Da cattolica praticante mi chiedo in cosa mai possa offendermi il fatto che il crocifisso in classe non ci sia, visto che la scuola che è ‘pubblica’, quindi aperta a tutti, deve limitarsi ad insegnare a ragionare, a rispettare, a riflettere, a convivere (che già è tanto) e non a pregare.

Se proprio si vuole scomodare la memoria storica che la Croce rappresenta per la cultura europea, mi viene subito da dire che in una scuola italiana, o francese, o tedesca, non si può non imbattersene studiando Michelangelo, Leonardo, Raffaello, Caravaggio, la filosofia o la storia dell’architettura. Ogni epoca che si delimiti con il “prima o dopo” la nascita di Cristo testimonia fino a che punto della presenza della Croce la nostra cultura è pervasa.

“Chi ha paura di un uomo in croce?” Si chiede allarmato in questi giorni qualche cattolico. Ma nessuno, mi verrebbe subito da rispondere, anche perché nelle scuole si insegna che della nostra cultura umanista essa ne è simbolo. Una croce di legno appesa in classe nella scuola pubblica non spaventa di certo, né tantomeno converte, visto che la Croce di Dio è legno vivente ed i suoi chiodi son piantati nel cuore di chi Cristo ospita. Accanirsi con la presenza o meno in classe di un oggetto il cui significato ha forgiato il pensiero occidentale, presenta invece un unico e solo rischio: perdere di vista la Croce interiore.

E allora perché non lasciare che i muri bianchi delle classi vengano imbrattati dai pensieri dei bambini cui son stati insegnati il rispetto, la tolleranza, l’accoglienza, l’apertura al diverso, al prossimo, e tutte quelle altre belle cose di cui è lastricata la strada che conduce fino a Gesù?

Manuela Diliberto

*Il commento di Manuela Diliberto è stato pubblicato in origine su “La Sicilia” con il titolo “Le polemiche, la Croce e la crocifissione”, lunedì 7 ottobre 2019

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È l’unico segno che abbiamo, teniamocelo stretto, ci dice che la vita è un chiodo, amare è una stimmate

In Italia tutto si riduce a una questione di forme, cioè di superfici, cioè di fatti superficiali. La riduzione del numero dei Parlamentari al posto della verifica di come lavorano i Parlamentari, ad esempio. Che importa il numero? Se lavorano bene, raddoppiamoli: avremo una rappresentanza più capillare. Se lavorano male, licenziamoli tutti. Infine, il Crocefisso in classe. Che paradosso: a scuola non si apre la Bibbia – in effetti, è un libro tremendo –, ma se è per questo non si studia neanche il Corano, il Sutra del Diamante, il Daodejing, il corpus mitico degli aborigeni australiani, eppure ci si occupa del Crocefisso in aula. Anzitutto penso questo: portiamo la storia delle religioni in classe. Leggiamo Omero, l’epopea di Mosè, le imprese di Gilgamesh, gli aforismi di Confucio. Non tanto per incontrare Dio o gli dèi, ma per conoscere l’uomo, stare nel precipizio della questione sulla vita e la morte.

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Manuela Diliberto abita a Parigi, è nata a Palermo, ha scritto un bel libro, controcorrente, contro i confusi canoni del contemporaneo, L’oscura allegrezza, per La Lepre Edizioni. Quando ho letto il suo editoriale su “La Sicilia” le ho chiesto di ripubblicarlo: mi sembra esatto. Esattamente, però, io la penso al contrario.

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Il nostro non è uno Stato confessionale, ma il legame con la Chiesa Cattolica è particolare: stabilito dai Patti Lateranensi, elevato a fatto di Costituzione (articolo 7), sottolineato a Villa Madama nel 1984. C’è un rapporto particolare – frutto della storia del nostro paese – tra questo Stato e la Chiesa Cattolica, questo è un fatto, inevitabile.

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Questa, però, è ancora una forma, e il cristianesimo, si sa, nasce in contrapposizione con tutte le forme: contro il Tempio – i discepoli vanno in un ventoso vagabondaggio –, contro l’idea ebraica del Messia, contro i capi (spirituali o civili). San Paolo, poi, sancisce lo iato tra Legge e Grazia (“Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge”, Rm 3, 28). Il cristianesimo si contrappone alle forme, senza romperle. Il cristiano non ha bisogno di rosari, di affreschi, di bastoni istoriati, di abiti rosso porpora (la storia del cristianesimo, da sempre, è attraversata da una tenera nostalgia verso l’epica povera dei primi cristiani). Per questo, è ovvio, la Croce in classe non serve a niente: non certo a convertire. Sarebbe meglio appiccicare la fotografia di un mortale, mi dico, il Presidente della Repubblica, lo zar di tutte le Cine?

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La Croce in classe non deve servire a nulla, è quello che è: un segno di contraddizione, una cicatrice sul muro, una ferita. Che scandalizzi ancora è segno che ha ancora valore. Il punto, attenti, non è la fede – vi parlo come uomo gettato nell’abisso, non come fedele – ma il segno. In un tempo costellato di loghi fugaci e fallaci – il marchio delle ditte automobilistiche, delle marche di moda, dei distributori di cibo, dei dispositivi elettronici: è un assedio di loghi che ambiscono a farsi segno – preferisco, appunto, un segno. Il segno indica la statura di uno Stato. Se visito un Paese, è inevitabile, voglio vederne l’identità, non il grigiore del condizionale (farei, direi, dovrei), il carisma del forse, il gioco delle equivalenze. Le identità si verificano per segni – non per fedi o appartenenze religiose, quello è l’enigma del cuore, ciascuno ha il proprio. Per alcuni il segno è la falce&martello, per altri la mezzaluna, per alcuni il sole che si leva e per certi il dollaro. Il nostro segno è la Croce. Un uomo che muore, ingiustamente. Di cui non si sa nulla. Che non ha scritto un rigo. La Croce è segno di tortura. Il crollo nelle domande micidiali: tu, per cosa dai la vita?, che cosa significa la parola ‘giusto’?, che cos’è la pietà?, che cosa la solitudine dell’abbandono?, chi vuole ancora baciarmi, ora, ridotto a brandelli? La vita è un chiodo, amare è una stimmate: meglio saperlo subito. (d.b.)

*In copertina: Matthias Grünewald, “Crocefissione”, 1523-24