La Chiesa è il McDonald’s del sacro: omelie veloci & banali come hamburger per rincretinire le masse (e i preti esultano). Per fortuna c’è Ceronetti e Gesù il rinnegato che ci morde la faccia

Posted on settembre 17, 2018, 10:44 am
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La domenica parlano – con sperabile ispirazione – i preti. Il lunedì, da incosciente, metto il cranio dentro la liturgia domenicale. Screziando, da dis-graziato, i testi. La liturgia la trovate, per comodità, qui. Io uso il Nuovo Testamento interlineare, bisciando tra italiano, greco e latino. Pigliate questi come appunti sul margine sfinito, come punti d’appoggio – o di rovina – sulla roccia.

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Fraintendimento. Le parole evocano il fraintendimento, l’ideogramma del volto è una fuga. “Chi dicono che io sia?” (Mc 8, 27), dice Gesù ed è lì il fuoco drastico del cristianesimo, tra le fauci dell’interrogativo impossibile. Il cristianesimo non offre soluzioni né assoluzioni: è una domanda. “Ma voi, voi chi dite che io sia?” (Mc 8, 29). Cioè, uno squarcio. Dio non dice – attende una risposta – mette tenda sui nostri intendimenti.

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Fraintendono. “Dicono alcuni: Giovanni che battezza, altri Elia, altri che sei uno dei profeti” (Mc 8, 28). Gesù è preso per un altro – desidera questa latitanza di identità. Siete voi – cioè, noi – a dare identità – cioè, essere – a Dio.

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Il primo che lo dice – Tu es Christus – è il primo che lo tradisce, Pietro. C’è un fraintendimento anche nella riconoscenza. Così Gesù, che riconosce in Pietro il prediletto, lo maledice: “Via da me, Satana, perché non pensi le cose di Dio ma degli uomini” (Mc 8, 33).

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Pietro non riconosce che la via della vita è la sofferenza: “il figlio dell’uomo deve soffrire molto ed essere condannato da anziani, sommi sacerdoti, scribi ed essere ucciso e risorgere dopo tre giorni” (Mc 8, 31). Gesù si oppone alla riconoscenza – non sono chi dici che io sia, sono chi credi che sia – si oppone alla fama – “comandò che di lui non dicessero nulla”, Mc 8, 30 – si oppone all’ordine canonizzato – anziani, sacerdoti, scribi. Si oppone alla vita – predilige la sofferenza e l’espiazione – e si oppone alla morte.

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L’opera a cui allude Giacomo – “la fede, se non ha opere, è morta”, Gc 2, 17 – non si risolve nel cristianesimo ‘del fare’. Al contrario. L’unica opera è la via del soffrire e del redimere, del morire e del risorgere. Quanto fraintendimento intorno al verbo ‘fare’, alla parola ‘opera’.

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Chi ci capisce? Chi sa chi siamo? Noi siamo alimento di menzogna. Desideriamo un’altra vita ma non questa, troppo angusta rispetto al nostro desiderio. Desideriamo un’altra identità perché questa è contraffatta dalle nostre parole e dai giudizi degli altri: siamo una novità che nessuno comprende. Prediamo l’imprendibile. Per questo, Gesù dice, “chi vuole seguirmi rinneghi se stesso, prenda la croce, mi segua” (Mc 8, 34). Gesù – il rinnegato, colui che sarà rinnegato, che giace nel fraintendimento – dice di rinnegarci, cioè di scartavetrare il nostro viso con paglia di diamante, di bucarci gli occhi, di segare naso e orecchi. Esci dal fraintendimento della vita: cambia via, cambia nome, muta alfabeto.

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Fare delle parole, delle singole lettere, scalpelli con cui sbriciolare la nostra icona, con cui disintegrare l’idea che gli altri hanno di noi. Scomparire agli altri – restare un resto. Annientati. Risorgere altro – cioè se stessi.

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L’uomo di dolori è il prediletto di Dio. Lo dice Isaia, qui risolto nella magnifica traduzione di Guido Ceronetti: “Da scherni e sputi/ La faccia non allontano// Il mio signore Iah/ Viene in mio aiuto// Nessun oltraggio mi può scalfire”. Il cristianesimo è più violento: non c’è altra via che il dolore, e nessuna riconoscenza, nessun applauso. L’irriconoscenza autentica il gesto supremo.

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Il fraintendimento scandisce l’identità – il contrario della fama: agli occhi di Gesù è famoso chi è confuso per un altro, non chi è riconoscibile, riconosciuto. Il dolore sigilla il piacere: non c’è sadismo, ma radicalità – solo attraverso il dolore mi è chiaro l’amare.

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Domenica, Messa. Il prete, plurisettantenne, esulta: “farò come dice il Papa, Messa di 40 minuti, omelia di 8 minuti”. Pare il cambio gomme della Formula 1. Anche la Messa si allinea alla velocità impressa dal mondo economico. L’omelia del prete, in effetti, è rapida e satura di ovvietà. La Messa dovrebbe durare un paio d’ore, dovrebbe essere il ristoro domenicale, la parentesi dal resto, apparentamento alle altezze e alle parole veritiere. Il commento alle letture, poi, il cuore della liturgia, dovrebbe essere disteso, lungo, profondo. Al contrario, ora c’è la liturgia fast, si va in Chiesa come al fast food, i McDonald’s del sacro, dove dispensano hamburger celestiali – pappa rancida per fedeli barbari – e rincretiniscono le masse. I preti sono ben felici, per altro: almeno i Vangeli non devono leggerli, è sufficiente fraintenderli. (d.b.)