“La Chiesa dovrebbe essere il mattatoio dell’anima”. Cronache dalla fine: dialogo con Don Claudio, il sacerdote che lotta contro il Nemico (quello vero)

Posted on Maggio 19, 2018, 10:43 am
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Don Claudio è un sacerdote di cinquantanove anni.

Ci incontriamo in un vecchio bar sull’Aurelia antica. Nessun altro a parte noi.

“Ti avrei invitato in parrocchia”, dice don Claudio, “ma non voglio che i miei fedeli possano identificarmi in questa intervista. Non dirò cose di comodo”.

Don Claudio non entra nei dettagli parlando della sua malattia. Lo vedo florido, in salute. Lui mi conferma che è solo un’impressione.

“Dentro sono un campo di battaglia senza più soldati”, dice sorseggiando una Red Bull.

Don Claudio: Ma c’è una questione che forse è più importante del morire. La nascita. Il percorso dal ventre di nostra madre alla luce. Ci hai mai pensato?

GG: Ti riferisci alle sensazioni della nascita?

Don Claudio: No, non così terra terra. Al problema di quel buio, al suo significato.

GG: Per ora non ti capisco; ma ti seguo.

Don Claudio: Ci si interroga tanto sulla morte, che è scontata, e non sul venire al mondo. La nostra Chiesa, ad esempio, è sempre stata elusiva su quello che precede la nascita. Si è parlato dell’Eterno Presente di Dio, una condizione che noi uomini, in quanto finiti, non possiamo concepire. Una dimensione in cui passato, presente e futuro accadono in maniera simultanea. Noi, questa dimensione, possiamo soltanto teorizzarla a parole. E allora si nasce forse dalle parole? Sarebbe bello pensarlo, Gabriele. In origine siamo lettere: caratteri vaganti nella Luce che a poco a poco Dio mette assieme in parole. Si nasce quando Dio finisce di scrivere la frase che ci spetta.

GG: E moriamo quando se la dimentica.

Don Claudio: O decide di riscriverla.

GG: L’idea, così, di una riscrittura divina e quindi di una volontà mobile, oscillante, mi fa pensare alla reincarnazione; ed è strano, considerando che tu sei un sacerdote della Chiesa Cattolica…

Don Claudio: Non è strano. In ambito teologico, senza clamore, è sempre rimasto vivo un dibattito sotterraneo sui vari sottintesi del termine “Resurrezione”. E uno di questi, a detta di alcuni, sarebbe proprio la metempsicosi. Ti posso dire che all’interno della Chiesa, oggi, ci sono più correnti di pensiero che ai tempi d’oro della patristica. Mesi fa ho conosciuto a Milano alcuni sacerdoti che, nella clandestinità di una parrocchia dell’hinterland, professavano il culto perenne delle statue e delle croci velate. Come il Venerdì Santo, ma sette giorni su sette. Tutto l’anno.

GG: Per quale motivo?

Don Claudio: Secondo loro è in questo modo che ci si avvicina al Signore: intuendolo. Li ho lasciati che volevano coprire anche le pitture sulle pareti. Non so se l’abbiano fatto. Ma il loro mi è sembrato, al di là di tutto, un discorso interessante. Posso dire una cosa, senza essere tacciato di eresia o di scandalo?

GG: Puoi dire tutto quello che vuoi. Siamo qui apposta.

Don Claudio: Ma, oggi come oggi, sinceramente, a che serve il volto dei santi? Di Gesù? Per me può bastare la Croce, il simbolo della Croce. Questi sono gli anni dell’Immagine. Gli anni in cui qualsiasi cosa viene sviscerata, anatomizzata, esposta a ogni luce. La Chiesa dovrebbe porsi controcorrente. Rifiutare l’esposizione, il volto. Il volto dell’amato, o dell’amata, è consolatorio – e di questi tempi la Chiesa tutto ha da essere tranne che consolatoria.

GG: Cosa pensi dovrebbe essere la Chiesa, oggi?

Don Claudio: Uno scannatoio.

GG: Spiegati.

Don Claudio: Il mattatoio dell’anima. Un’esperienza dolorosa, ma trasformante.

GG: Questo allontanerebbe ancora di più i fedeli.

Don Claudio: Rimarrebbero i coraggiosi. Quelli che non si piegano. Temiamo l’esperienza del dolore. E così perdoniamo il Nemico ancora prima che ci rechi danno. Io, come posso, cerco di scuotere i miei parrocchiani. Non voglio sbilanciarmi, ma sembra che la cosa stia dando i suoi frutti. Soprattutto tra i giovani. Con loro ho parlato apertamente della mia malattia. Durante gli ultimi sabato sera non stiamo parlando d’altro. Descrivo i sintomi, leggo stralci del mio diario. È inevitabile una certa commozione. Ma è bello, stiamo bene tutti. Si deve parlare della morte. Più ne parli, più il Nemico si allontana. Attenzione! La morte non è il Nemico. Il Nemico sappiamo tutti chi è e come si manifesta. Ama le pietose bugie, il Nemico. Le consolazioni carezzevoli. Il Nemico è un parassita sul corpo della Morte: e, infatti, fa leva sulla paura che noi finiti e conclusi abbiamo del grande momento, del trapasso. Così ci cattura. La Morte è santa, invece. Diretta emanazione del Signore. Parliamone così come parliamo del bene. Non ce n’è mai abbastanza.

GG: Torniamo un attimo sul discorso dello scannatoio.

Don Claudio: La Chiesa dovrebbe ritornare nelle catacombe. Il rito dovrebbe essere ancora un passaggio iniziatico, un momento di estasi e di trascendenza. Non un compito da assolvere la domenica mattina, dopo una ricca colazione. Il Vangelo può fare malissimo – solo che ce lo siamo dimenticati. E ci siamo pure dimenticati che senza male, senza passare attraverso l’estremo dolore, giungere al bene proprio non si può.

GG: E cos’è per te il bene?

Don Claudio: Tu mi chiedi di teorizzare il bene, circoscriverlo entro una definizione precisa. Non posso. Nessuno può. Vuoi che mi aggrappi alle citazioni bibliche? Alle esperienze personali? Alle prediche memorabili del mio maestro? Le ricordo tutte a memoria, ogni giorno ne ripeto tra me e me dei passi. Ma nemmeno quelle parole di luce darebbero forma al bene. Il bene lo capisci. Solo che non potrai mai spiegarlo.

GG: La migliore risposta che potessi darmi.

Don Claudio: L’unica sensata, più che altro. Tu sapresti dirmi cos’è il male?

GG: No.

Don Claudio: Nemmeno io.

GG: E il tuo male, invece? Da uomo di salda fede come lo vivi nella quotidianità?

Don Claudio: Mi curo. O meglio: rallento il corso delle cose, per quanto sia possibile un rallentamento nei piani di Dio.

GG: Rallentamento nei piani di Dio. Spiegami.

Don Claudio: Curando l’incurabile si offende il Signore. Ma io sono debole – e cerco di aggrapparmi come posso alla vita. Dio mi perdonerà questa offesa. Che poi, a rifletterci, è offesa solo in parte. Perché io mi tengo stretta la vita che Lui mi ha donato. E come potrebbe prendersela a male, quindi, se il suo regalo è per me tanto importante? Mi aspetto uno scappellotto, ma niente di più, un “mascalzone” come avrebbe potuto dirmi mio padre terreno.

GG: L’idea dell’aldilà?

Don Claudio: Per noi del clero c’è il Paradiso sicuro. Già lo so. Un angoletto recintato, come le aree giochi nei centri commerciali. Scivoli, altalene, tubi per l’acqua e piccole piscine. Staff angelico a sorvegliarci continuamente. Schermi televisivi per i cartoni animati. E noi che non sappiamo più parlare, solo fare enghé enghé enghé. Qualcuno cammina, qualcuno si trascina carponi. È questo. In Paradiso rimaniamo bambini per tutto il tempo che Dio vuole, noi preti. Poi, che sia bello o brutto, come si dice, è un altro paio di maniche.

GG: Hai mai parlato a qualche altro sacerdote delle tue idee sulla Chiesa?

Don Claudio: Me ne guardo bene. Ho molti discorsi, certo, ma poche risorse pratiche eccezion fatta per i giovani che mi seguono. Immagina l’ostracismo che subirei se divulgassi apertamente queste idee. Traviserebbero tutto. Il fedele medio, il cristiano tiepido, ancora non è pronto per un’esperienza religiosa radicale e senza compromessi: un Verbo che ti sbatta in faccia, pur con tutto l’amore del mondo, la finitezza e l’irrimediabilità della tua condizione. Solo così può crescere l’uomo. Per ora si agisce come i fiumi sotterranei che si scavano la via tra le rocce del sottosuolo. Una fatica immensa. Ma prima o poi l’acqua arriverà in superficie – con o senza di me.

GG: Hai qualche paura nello specifico?

Don Claudio: Una, ma forse è una sciocchezza.

GG: Racconta.

Don Claudio: Che una volta morto io rimanga senziente fino alla chiamata del Giudizio. E che, fino ad allora, io avverta la pelle sfaldarsi, i vermi mangiare il mangiabile – lo sgretolio delle ossa e l’umidità degli umori dispersi sul cuscino, nell’imbottitura della bara. Come macchie d’unto, impossibili da asciugare.

Gabriele Galloni