“La bellezza aiuta poco, l’arte non perdona”: un insolito Francesco Consiglio con le farfalle allo stomaco intervista Vanessa Benelli Mosell, la diva del piano

Posted on Gennaio 02, 2019, 11:17 am
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In una sala da concerto, sopra un palco poco elevato e spoglio, una giovane donna bionda suona il piano. La sua bellezza incatena il mio sguardo con tanta forza da non farmi più sentire. Sono tutt’occhi, un unico senso. Scruto i suoi tratti così teneri, l’espressione estatica, deliziosamente rapita dalle note. Nella mente ho solo spazio per pensare all’ingiustificabile immaturità emotiva del mio cuore.

Questa pianista andrebbe ascoltata a occhi chiusi, perché guardarla vuol dire dimenticare cosa sta suonando. Ho i miei occhi nei suoi, e non soltanto: sulle labbra, sulle mani, sulle dita che danzano tra i tasti bianchi e neri. Gli occhi bruciano. Lo sguardo di un innamorato può essere paragonato al fondo di un vulcano: fuoco interno, temperatura altissima, disintegrazione di ogni cosa. C’è lei, Vanessa Benelli Mosell, fasciata da un abito elegante, rosso e aderente, e tutto il resto è il Grande Nulla. The Big Nowhere, ma niente a che vedere con l’omonimo poliziesco di James Ellroy e il jazz suonato nei bassifondi metropolitani. Qui il nulla è pieno di un’immagine bionda e potente, romantica e drammatica. Riuscite a comprendermi?

vanessa benelli mosellComunque sia, mi fermo qui. Lei non merita questi vaneggiamenti da Sturm und Drang. Vanessa è un’artista di talento con una tecnica formidabile e una schietta personalità musicale. Ha suonato nelle sale da concerto più prestigiose del mondo ed è stata l’ultima allieva di Stockhausen, personalmente invitata dal compositore a studiare con lui in Germania. Nel luglio 2012 è stata chiamata a sostituire Martha Argerich, una delle più autorevoli pianiste della nostra epoca, suonando il Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 di Chopin con l’Orchestra “I solisti di Mosca”. Come solista, si è esibita con numerose orchestre internazionali, quali la Israel Camerata, la Jerusalem Symphony, l’Orchestre Philharmonique de Strasbourg, la Edmonton Symphony e la Zurich Chamber Orchestra. Il suo ultimo album, Echoes, con musiche di Philip Glass e Rachmaninov, ha suscitato il grande plauso della critica internazionale. Di questo vorrei parlare, e del suo percorso artistico. Non delle mie paturnie. Vanessa, mi perdoni?

Hai lasciato molto presto l’Italia per studiare nelle scuole più prestigiose d’Europa: il Conservatorio di Mosca, il Royal College di Londra. Sei stata una delle ultime allieve di Karlheinz Stockhausen, riconosciuto dalla critica come uno dei più importanti compositori del XX secolo. Partire è stata una scelta obbligata, perché ritenevi che il livello dell’insegnamento musicale in Italia non fosse adeguato alle tue aspettative, oppure hai semplicemente fatto una scelta esistenziale di avventura e d’amore per il nuovo? Cosa consiglieresti a un giovane desideroso di intraprendere la carriera pianistica? Andare via o restare?

Partire è essenziale per non restare nella ‘comfort zone’, una condizione mentale altamente demotivante per intraprendere con determinazione e sicurezza in sé stessi qualsiasi strada professionale, in particolare un percorso artistico. Confrontarsi con il resto del mondo è indispensabile per essere competitivi e reggere il confronto con un numero sempre maggiore di persone che hanno al loro attivo studi ed esperienze lavorative all’estero, e conseguenti conoscenze linguistico e culturali. Per questo consiglio di partire non solo dall’Italia, ma da qualunque luogo ci abbia cresciuto e accudito. Bisogna andarsene da ciò che ci preserva da ansie e paure che, prima o dopo, rimanendo irrisolte, riaffiorano, compromettendo il vero dialogo con se stessi. Quando sono partita, più di dieci anni fa, ho intrapreso una scelta all’epoca contro-corrente, mentre oggi sono felice di constatare che rappresenti la normalità. Tuttavia, mentre vivevo studiando all’estero, sapevo che il sacrificio di crescere lontano da casa e dagli affetti, era volto solo e soltanto al raggiungimento di uno scopo professionale e non all’appagamento di un mero desiderio di avventura e amore per il nuovo.

Parlare della crisi della musica classica è diventata l’occupazione principale di molti critici. Un continuo lamento: non ci sono abbastanza soldi per organizzare stagioni concertistiche di rilievo, la cultura è l’ultimo interesse dei politici, il pubblico dell’Opera è costituito quasi esclusivamente da un’élite di ricchi anziani, i conservatori sono malati di burocrazia, e l’elenco potrebbe continuare. Si tratta di supposizioni, percezioni o dati confermati? Viaggiando molto, hai potuto appurare che quest’alone di negativismo è presente anche in altre parti del mondo o si tratta di una depressione tipicamente italiana?

Temo, ahimè, che il continuo lamento di molti critici sia basato su dati reali. Posso ad ogni modo confermare che l’attitudine autocritica è presente in tutti i paesi che ho avuto occasione di abitare, visitare o conoscere, e rappresenta un segnale generalmente positivo. Il pubblico, al contrario, varia molto a secondo della geografia: in Asia ad esempio, il pubblico dei concerti di musica classica è composto per di più da persone al di sotto dei cinquant’anni, fra cui molti giovani, spesso studenti di musica. Anche la scelta del repertorio influisce: il pubblico dei concerti di musica contemporanea è molto più giovane rispetto all’audience dei concerti tradizionali. Questo è dovuto al fatto che i giovani, o i meno anziani, sono tendenzialmente più aperti a nuove e più o meno recenti forme sonore.

vanessa benelli mosellStockhausen è stato tuo maestro per oltre un anno, l’ultimo della sua vita. Quando l’ho saputo, ho pensato a un mio progetto letterario, non ancora realizzato: un libro che dovrebbe raccontare gli ultimi giorni di vita dei grandi artisti e il loro modo di sfuggire o accettare l’angoscia della morte. Penso di non dire nulla di originale se affermo che la creazione artistica è il nesso fra la morte e l’eternità. Si fanno figli per avere l’illusione di continuare a vivere in qualcuno, ma sono anch’essi destinati a morire, e solo le nostre creazioni hanno almeno un’ipotesi di immortalità. Anche se eri molto giovane quando lo hai conosciuto, sei riuscita a percepire come Stockhausen si poneva di fronte all’evidenza dell’imminente fine del suo transito terrestre?

Quando l’ho conosciuto non potevo certamente immaginare che la sua morte fosse imminente, sebbene dopo la sua scomparsa mi sia stato riferito a più riprese che Stockhausen sapeva di non poter più vivere a lungo. Ho sempre percepito in lui una grandissima energia, una forza e una linfa vitale contagiose, fino a quando ha vissuto. Il suo carattere esigente e intransigente mi ispirava fiducia, stima e ammirazione. Era un artista geniale e dava l’impressione di sapere di esserlo. Fino agli ultimi giorni corrispondevamo attivamente su temi musicali e professionali come se niente fosse; per questo la notizia della sua morte mi ha colto di sorpresa, lasciandomi un vuoto dentro.

Dopo una domanda filosofica, passiamo a qualcosa di più frivolo. Sei indubbiamente una ragazza molto bella, allegra, simpatica. E non dico questo perché sto provando a corteggiarti! Voglio chiederti invece fino a che punto l’avvenenza fisica possa aiutare a farsi amare dal pubblico in un’arte che richiede un livello molto alto di competenza tecnica.

Molto poco, l’arte non perdona. Tuttavia, sentirsi bene con se stessi aiuta nella vita in generale, e il prendersi cura del proprio corpo grazie a una regolare attività fisica e una sana alimentazione è essenziale per me e per il mio lavoro e si riflette sia interiormente che esteriormente. Anche un’attitudine costruttiva è sempre positiva. Sono un’inguaribile ottimista e mi piace comunicare con il mio pubblico e i miei followers con i quali condivido la mia passione per la musica.

vanessa benelli mosellPochi sanno che Mozart aveva una sorella che si esibiva con lui da bambina per le corti europee ma fu costretta ad accantonare lo studio per sposare un ricco nobile. E dire che Wolfgang le riconosceva un grande talento, al punto da scriverle: “Non sapevo fossi in grado di comporre in modo così grazioso. Ti prego, cerca di fare più spesso queste cose”. Sembra quasi che le donne non abbiano mai composto musica, e invece si tratta di una storia di discriminazione che gli storici della musica dovrebbero studiare a fondo. Maddalena Casulana, compositrice vicentina del tardo rinascimento, scrisse, nel suo primo libro di madrigali: “Voglio mostrare al mondo il vanitoso errore degli uomini di possedere essi soli doti intellettuali, e di non credere possibile che possano esserne dotate anche le donne”. Ancora oggi, nella quasi totalità dei concerti è suonata musica composta da un uomo. Come porre fine a questa sorta di misoginia dell’ambiente musicale?

Per poter comprendere è necessario tenere presenti diversi fattori che non hanno permesso alle donne del passato di essere ricordate fino ai giorni nostri. Innanzitutto il fattore numerico: molte meno donne rispetto agli uomini intraprendevano in passato lo studio della musica e della composizione. Di conseguenza, diminuiva la probabilità di trovare artiste di grande genio e talento. Inoltre, molte di loro non erano disposte a sacrificare la vita familiare per la vita professionale, intraprendenti carriere che comportavano una forte ambizione necessaria a imporsi in un ambiente esclusivamente maschile. Anche la sfiducia nelle doti intellettuali femminili al quale fa riferimento la Casulana, oggi datato e definitivamente smentito nel corso dell’ultimo secolo, incideva e minava la sicurezza in se stesse di molte donne del passato. Consideriamo che ancora adesso la condizione femminile in molti paesi del mondo è pari alla nostra di due secoli fa, e l’emancipazione ottenuta grazie a donne coraggiose ed anticonformiste non è affatto scontata. In ogni caso, non è da considerare una colpa il desiderio femminile di crescere i figli piuttosto che dedicarsi a una carriera, cosi come può non rappresentare un’ambizione maschile ascendere professionalmente. Ogni scelta merita rispetto, l’importante è avere parità di opportunità, fiducia e considerazione, fortemente meritate dalle donne al giorno d’oggi, anche nel campo compositivo. Sono in numero sempre crescente infatti le compositrici contemporanee riconosciute e largamente eseguite nel mondo, e sono pronta a scommettere che presto entreranno in repertorio.

Infine, la più classica e inevitabile delle domande: progetti per il futuro?

Tanti: un imminente impegno con la London Philharmonic Orchestra presso la Royal Festival Hall il 7 di Febbraio, il concerto di apertura del festival di musica contemporanea “Presences” presso l’Auditorium di Radio France a Parigi il 12 Febbraio, e poi impegni direttoriali a Berlino in marzo e il debutto al Festival Al Bustan di Beirut con il Concerto in sol di Ravel.

Francesco Consiglio