“La bambina si rammenta di una misteriosa dama vestita di bianco”: in disparte, seguiamo il feretro di Emily Dickinson

Posted on agosto 06, 2018, 7:13 am
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L’eccentrico, estasiante Luca Merdone, dietro a cui si nasconde un ardito lettore, mi ha fatto conoscere Christian Bobin un tot di anni fa. Fui rincuorato da questo scroscio di farfalle sotto la camicia. Felicemente tradotto in Italia da una miriade di piccoli, delicati editori (provo a non dimenticarli tutti: Gribaudi, Servitium, Quiqajon, San Paolo, AnimaMundi, Camelozampa…), nel 2007, per Gallimard, pubblica il delizioso “La dame blanche”, in omaggio a Emily Dickinson. Abbiamo eletto questo fascicolo, dedicato al poeta irraggiungibile, come nostro, condiviso ‘libro dell’estate’. Dopo un primo assaggio, ecco altre pagine, tradotte da Anna Maria Biondi.

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dame blancheUna bambina guarda le genti irlandesi attraversare il prato fiammeggiante recando sulle loro spalle una cassa bianca.

La bambina ha sei anni.

È la figlia di Mabel Todd, amante del fratello d’Emily.

Sua mamma è là, nel corteo.

La bambina – che si chiama Millicent – guarda gli afflitti, titubanti sotto il sole cinico, avanzare lentamente verso il cimitero dove un pezzo di terra apre la sua gola spalancata, pronta a inghiottire il legno della bara e la carne della morte.

La piccola Millicent non sopporta il legame di sua madre.

La sua sofferenza arreca ai Dickinson i tempestosi colori dei personaggi dei racconti: dietro la bara camminano “la strega” Vinnie, con le sue braccia nodose “come le fascine di una riserva di tronchi” e “il re” Austin che Millicent ha l’abitudine di vedere a casa sua, seduto, accigliato, davanti al caminetto con la sua donna, attizzando le fiamme con il suo bastone dorato di cui il pomello è “una testa d’oro”.

A sei anni il naso è incollato al vetro della verità.

Non si vede che qualche dettaglio, il nostro fiato fa troppo vapore.

È di Emily che Millicent ha il minor numero di ricordi.

La bambina si rammenta di una misteriosa dama vestita di bianco con i capelli rossi che non usciva mai. Qualche volta, da una persiana socchiusa della sua camera al primo piano, la dama faceva scendere in un paniere di vimini attaccato ad una corda, un pane speziato uscito bruciante dal forno, per un bambino vicino di casa.

Il solo favore che il mondo abbia mai fatto a Emily è stato di assegnare, nell’ottobre del 1856, un secondo premio per il suo pane di segale, alla fiera di Amherst. La parola giusta, ogni volta che la si trova, illumina il cervello come se qualcuno avesse pigiato un interruttore dentro il cranio. La scrittura è di per sé una ricompensa.

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Cinquantaquattro anni. Si nasconde il proprio viso il più possibile, si vorrebbe essere visti solo da Dio, dato che neanche la nostra madre ci può vedere, poi moriamo e il primo bimbo arrivato guarda con indifferenza la nostra bara navigare al di sopra di un prato elettrizzato di api. C’è sempre uno straniero che guarda la nostra morte, e il distacco emotivo di questo testimone fa della nostra fine un avvenimento pacifico, vestito a festa, concordante con l’enigmatico susseguirsi dei giorni semplici.

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Pini e felci ombreggiano il quadrato della famiglia Dickinson al cimitero. Dei fiori vengono gettati a pioggia sulla tomba al momento in cui discende nella fossa, poi si va via. I fiori nelle mani della morta sono come un sfolgorio nell’oscurità.

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Qualche ora passa come niente. II tempo non entra nel regno dei morti. Un sole irrompe senza far rumore nel feretro, dove è improvvisamente più giorno che a mezzodì.

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Cinquantatre anni prima il cielo sopra Amherst diviene nero come alla morte di Cristo. Scoppia un temporale allorché un calesse attraversa un bosco di pini. I fulmini fucilano gli alberi, i diavoli del diluvio mitragliano il tetto del calesse costretto a fermarsi. All’interno vi si trova la piccola Emily, due anni e mezzo, che sua madre, sul punto di addormentare Vinnie, ha appena lasciato dalla zia Lavinia. La bambina fissa l’apocalisse, supplica la zia: «riportami dalla mia mamma, riportami dalla mia mamma». I soldati agonizzanti chiamano così e nessuno risponde loro. Nessuno risponde neanche alla piccola guerriera di due anni e mezzo smarrita in mezzo al campo di battaglia del mondo. Spesso, accovacciata sulla panchetta di cuoio, in maniera sovrannaturale, tace.

«Se non vi inghiottite la morte e la paura in un sol colpo, non sarete mai in grado di fare nulla di buono», disse Teresa d’Avila. È ciò che ha appena fatto l’abbandonata: il terrore di tonnellate d’acqua, l’irreparabile silenzio della madre – lei ha appena inghiottito tutto questo in un sol colpo.

I diavoli se ne vanno altrove a dare i pugni, il cielo brilla ammirevolmente, il viaggio può riprendere.

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Da zia Lavinia c’è un pianoforte. Le note che ne escono sono come i petali dei fiori di ciliegio: degli atomi di luce che sciacquano l’aria e il cuore. Emily è libera di far correre le sue dita sulla tastiera. Parla ogni tanto dei suoi genitori e del “piccolo Austin” ma non manifesta alcun desiderio di vederlo. Non v’è alcuna differenza fra l’assenza e la morte. Ha perso tutti i suoi e porta impavidamente il lutto, sforzandosi di non pesare su nessuno. Non causò mai alcun problema, a parte una domenica, alla messa dove la si portava e dove parlava un po’ troppo forte, cosa che le valse uno schiaffo. Avere ricevuto il nero battesimo dell’abbandono ha reso Emily invulnerabile come sono i morti. Chi ha perso tutto può salvare tutto. Vicino a lei le anime si infiammano come dei rosai: ella irradia tanta calma che sua zia ama, la sera, all’ora di andare a dormire, allungarsi qualche istante al suo fianco, come si ruba ad una santa la sua povera pace, toccando un pezzo del suo vestito.

Zia Lavinia, fornendo notizie, scrisse che la bambina “correva sempre da lei alla minima preoccupazione”. Più tardi Emily confiderà, con un’angelica brutalità, di non avere mai avuto una madre e di “supporre” che una madre è “qualcuno a cui ci si rivolge quando una cosa ci tormenta”.

È una perfetta definizione di che cos’è una madre. Non si apprende mai così bene a conoscere una cosa se non quando ci manca.

Christian Bobin