“Chi riesce a non disperdere tutto ciò che riceve?”: Kurt Diemberger, il re degli Ottomila, racconta la gloria e la morte, la maledizione del K2

Posted on Marzo 30, 2019, 11:16 am
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I monti sono maestri muti e fanno allievi silenziosi, scriveva Goethe. Chissà se la pensa così anche Kurt Diemberger, classe 1932, Piolet d’Or alla carriera, l’unico alpinista vivente ad aver scalato due ottomila in prima assoluta: il Broad Peak nel 1957 e il Dhaulagiri, nel 1960, senza ossigeno e senza nemmeno portatori d’alta quota. Negli anni ’50 Diemberger aveva già affrontato le più ardue vie di roccia e ghiaccio delle Alpi, ha proseguito poi in Himalaya e nel Karakorum, e ha conquistato ben quattro ottomila: Makalu, Everest, Gasherbrum II e K2. “Un ottomila è tuo solo quando ne sei sceso, prima sei tu che gli appartieni” afferma, le sue parole andrebbero incise nella roccia. E la voce del grande alpinista non si è spezzata di fronte alle tragedie che hanno percorso gravemente la sua verticale carriera alpinistica. E che avrebbero annientato molti fra noi. Diemberger è stato l’ultimo a vedere vivo l’amico alpinista Hermann Buhl, prima della sua sciagurata caduta sul Chogolisa e, durante la discesa del K2, dopo aver toccato la gioia, l’abisso dell’angoscia. La sciagurata scomparsa della compagna di scalate Julie Tullis.

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Il fascino della montagna non fa di lui un allievo silenzioso, ma uno scrittore e un regista. Dopo la prima volta sul K2 nel 1957, Kurt tenta la salita numerose volte, ma riesce a conquistarlo (solo) ventinove anni dopo. Al suo fianco la bella, bionda Julie, con lei forma “The Highest Film Team in the World”, il film team più alto del mondo. Gettarsi tra le sue pagine non è un’avventura priva di rischi, tra centinaia di pagine, anche chi non ama le altezze vertiginose inizierà a sentirne il fascino, bruciando dal desiderio di sfidare il destino, voltando una pagina dopo l’altra. Il mistero della vita, tra le montagne, sembra schiudersi. Dentro Il settimo senso vivere e sopravvivere tra zero e ottomila (edito da Alpine Studio, il primo libro che ho letto di Diemberger senza conoscerlo), l’alpinista austriaco ricorda che, in tempi recenti, qualcuno gli ha domandato: “come fai ad essere ancora vivo?”. Appunto. Come ha fatto a sopravvivere? Se lo chiede lui, per tutto il libro, e non possiamo fare a meno di chiederlo pure noi, a noi stessi, indipendentemente dal quel non so che di avventuroso che caratterizza le nostre vite. “Era destino? Non lo so. Se però penso ad alcune situazioni in cui mi sono trovato nel corso della mia esistenza, se le analizzo, penso di potermi avvicinare al vero. Che un “sesto senso” esista in noi è fuori dubbio, anche se, a volte, intervengono la fortuna o l’esperienza. Molte volte la fortuna ti assiste anche in relazione a ciò che “intuisci” nel momento in cui scegli un compagno o una meta. Si tratta anche in questo caso di “sesto senso”? Oppure c’è qualche cosa che va oltre?  Un incontro può dare senso e completezza a molti anni della tua vita, se non all’esistenza intera. Questo tuttavia avviene di rado. Chi riesce a non disperdere tutto ciò che riceve?”. La domanda non riguarda soltanto gli alpinisti, tira in ballo tutti, richiama alla mente i piccoli capitoli segreti delle nostre vite, gli slarghi, gli abissi, le nostre scalate impossibili. I nostri aneliti. E la metafora della montagna è così semplice, da essere totalizzante. Gli esempi non mancano. Sono sotto gli occhi, basta guardarsi le mani. Cosa dicono di noi le nostre mani? Ci parlano, come fanno a Kurt Diemberger, alla “Pagina zero” del libro K2 il nodo infinito (stampa Corbaccio). Gli sussurrano, ogni momento della sua vita, la tragica storia di ciò che ha perso e che ha vinto, gli fanno memoria di ciò che è stato, prima di quel momento. Anche provare a scrivere la propria storia richiede una certa dose di fatica fisica. “Devo scrivere con il pollice, le dita della mano destra mi fanno troppo male. Le dita… quello che me ne resta dopo il congelamento. Ecco, forse riesco a usare il “nuovo” indice, se ci arriva. Magari Susi ha un ditale… scrivere con il solo pollice mi impedisce di concentrarmi. Potrei dettare al registratore e poi trascrivere. Allora il battere a macchina diventa un’azione puramente meccanica e non importa più se è comoda o scomoda. Per lavorare al registratore, però, devi essere in clausura totale, non tanto per sbobinare, quanto per regis ssszzzz zzzz”. La esse si inceppa, siamo a pagina 11, come ci è arrivato poi a pagina trecentosettantaquattro? Il richiamo al racconto del K2, la tragedia, il nodo infinito paiono più forti di ogni impedimento, di ogni ostacolo. L’impossibile si muta in possibile.

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Ci sono alcune strane cose che compaiono nelle nostre vite. Durante la convalescenza, dopo la tragedia, sul piede destro – quello meno colpito dai congelamenti – sull’unghia dell’alluce, Diemberger si ritrova un disegno, un “11”. Era forse lui l’undicesima vittima del K2? Era l’11 agosto e il tempo per riflettere non gli mancava. Il pensiero della tragica fine dei suoi compagni di spedizione gli faceva pensare di essere sfuggito al proprio destino. Ma che cosa è successo davvero quella maledetta estate del 1986? “Ciò che non hai colto da un istante non c’è eternità che te lo restituisca”, Diemberger fa appello a Friedrich Schiller. Ma è tutto racchiuso nel significato del K2, “la montagna delle montagne” e nell’istante che lui è riuscito a cogliere, lassù. Sacrificando tutto il resto. Beatitudine e dannazione sono ad un passo, coincidono in quel punto così elevato, hanno la stessa voce. “Su nessun’altra montagna la probabilità di raggiungere la cima è così bassa, e quella di non tornare più così alta”. In un solo momento, ad alcuni è schiuso il significato di una vita intera. Trionfo e tragedia, vita e morte. L’uomo e la donna, il maschile e il femminile. Julie e Kurt. La morte e la sopravvivenza. Il sogno di due vite diventa realtà, ma raggiungono la cima “la neve più alta del K2”, poco dopo le cinque e mezzo. È già tardi. Pochi istanti per assaporare quel senso d’appagamento che invade, inondandolo, il cuore. La bufera, il dramma a 8000 metri, senza più viveri né gas, prigionieri, per eterni cinque giorni, nelle piccole tende. Julie che si “addormenta” per sempre, poi uno dopo l’altro, anche i compagni muoiono. “No, Kurt, non c’è nulla da sperare, è la fine. Sotto di noi ci sono 3000 metri, il K2. Lo strappo… Per una frazione di secondo riesco a tenere e poi una forza violenta, immensa, mostruosa mi trascina, mi sbatte da ogni parte, impotente come un fuscello durante l’esplosione di un vulcano. Un nulla che precipita a velocità crescente. Annichilito attendo l’impatto. Il tempo sembra infinito… Secondi lunghissimi, eterni… il pendio, ecco, il pendio… mi aggrappo, mi avvinghio alla neve con la forza della disperazione. Una mano gigante mi strappa via. Sono di nuovo in aria, la testa in giù, in su, di lato… in un vortice senza fine”. Ma Kurt e Julie riescono, nonostante la caduta, a sopravvivere, al di sopra della balconata di ghiaccio, ma quello che accade sembra l’avvertimento della montagna. Bivaccano a 8400 metri. Ma la trappola mortale sta per chiudersi sulle loro esistenze. Il naso di Julie è brunastro, dello stesso colore di due dita della mano destra: ha un principio di congelamento.

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“Se potessi scegliere il posto dove morire, vorrei essere in montagna. Quando al Broad Peak la valanga ci trascinò via, mi resi conto che non mi sarebbe dispiaciuto finire così. Più volte, ho vissuto momenti nei quali sarebbe stato facile e bello mettermi in silenzio e scivolare nel sonno eterno. Spero solo che il ciclo naturale per me non si chiuda troppo presto. Avrei ancora tante cose per cui vivere”, rifletteva Julie, prima della salita del destino. La morte la coglie nel sonno, durante l’accidentato bivacco. Il risveglio di Kurt è amaro e la notizia della morte di Julie si imprime indelebile nella sua vita. “Vorrei vedere il suo volto” scrive “Non riesco. Sposto il sacco-piumino dall’ingresso e appoggio il duvet sopra i suoi piedi. Vedo i pantaloni rossi e le calze nere. Julie… la tocco ancora una volta. Poi la lascio sola. Ecco, con lei resteranno i due orsetti, i nostri portafortuna che aveva voluto portare su con noi. Vengono da due paesi lontani, dall’Inghilterra e dall’Italia, e si sono riuniti stranamente quassù… per un attimo rivedo il sorriso divertito e fiero di Julie quando, al campo base, poco prima di partire per la montagna, era riuscita ad aggiustarne uno riscostruendogli con il filo un occhio che era andato perduto”. Lei che poco prima di morire, non ci vedeva quasi più. La discesa di Kurt è una discesa agli Inferi. Scendendo, con il cuore stretto dalla morsa della morte della compagna, scorge in lontananza altri uomini. “La vita è laggiù, ha detto Mrowka. Quassù c’è solo morte. E noi le sfuggiremo? Raggiungo Hannes. È seduto nella neve, di spalle. Un paio di metri più avanti c’è Alfred, immobile, il volto nella neve. Morto. Hannes muove ancora le braccia, sembra che nuoti nell’aria, al rallentatore. Fra le raffiche di nevischio mi reggo a fatica. Guardo il suo volto. Gli occhi sono bianchi, persi nel vuoto. No, non mi vede. Lo chiamo più volte. Non reagisce. Solo le braccia continuano a ruotare assurdamente nell’aria. Non mi sente. Forse è già in un altro mondo, lontano… Non sarebbe meglio, penso, non sarebbe stato meglio essere al campo, addormentarsi nella tenda… anche se, probabilmente, il freddo non lo avverte ormai più”. Nessuna risposta, nel cuore di Kurt si fa strada un sentimento fra l’impotenza e la rassegnazione, ma la volontà è chiaramente quella di sopravvivere.

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Il nodo infinito rappresenta uno degli otto simboli della fortuna nel Buddhismo tibetano, la catena infinita delle reincarnazioni e il carattere illusorio del tempo. Viene anche considerato simbolo della vita e dell’amore. Il K2 rappresenta per Diemberger questo nodo infinito, “un legame magico che ci avrebbe indissolubilmente accinti a questa possente cima per non lasciarci mai più”. Il desiderio, quella “tensione inspiegabile che ci pervadeva, che attanagliava Julie e me, incantati davanti al grande, affascinante cristallo slanciato verso il cielo, fino a raggiungerlo, a toccarlo”. Questo anelito di infinito trascina verso la parte sconosciuta e viscerale della vita, salendo, togliamo la zavorra del possesso, fino a raggiungere la nudità della morte, la privazione assoluta. Ma la tragedia dell’Estate nera del 1986 non era ancora finita. La montagna, come un mostro mitologico o un sublime incantesimo, richiedeva altre vittime. Molti dei sopravvissuti “negli anni seguenti morirono in montagna: Jerzy Kukuczka, Wanda Rutkiewicz, Gianni Calcagno e Tullio Vidoni, Michel Parmentier… come se l’incantesimo volesse continuare”. “La piramide sommitale e la spalla del K2 stanno nella zona della morte”. Osare l’ascensione significa inginocchiarsi al cospetto di Dio.

Linda Terziroli