Ode sul corpo di Kurt Cobain: ossessionato da uteri e feti, amava Courtney e Rimbaud, bestemmiava il successo. Con un colpo di fucile, 25 anni fa, ha ucciso una generazione e cambiato la storia della musica

Posted on Aprile 05, 2019, 9:05 am
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“Dove vai, str*nzo, torna subito qui! Non mi lascerai fare tutto questo da sola!!!”, e Courtney riacciuffò il marito e se lo riportò in sala parto, mise al mondo Frances Bean, e poi trovò pure la forza necessaria a massaggiare lo stomaco di Kurt, in preda a conati di vomito e semisvenuto per quanto aveva appena visto. E pensare che uteri, feti, placenta e sangue erano la mania, l’ossessione di Kurt Cobain, il soggetto preferito dei suoi quadri. Kurt era un po’ maiesiofilo, cioè aveva il feticismo della gestazione, si eccitava al pensiero d’un ventre gravido, ma poiché dipingeva in prevalenza aborti putrefatti, mi sa che era anche misofilo, un feticista dei morti in decomposizione. Guardate il retro copertina de In Utero: vi è riprodotto un collage di feti e corpi e pubi sventrati, opera di Cobain. Di feti morti appesi a alberi rinsecchiti, è pieno il video di Heart-Shaped Box, l’ultimo dei Nirvana. Lì Cobain gioca con una scatola a forma di cuore: è di Courtney, è dove lei custodiva le lettere di Billy Corgan, front-man degli Smashing Pumpinks, e suo amore prima di Kurt. Si dice che Courtney iniziò a flirtare con Kurt mentre ancora stava con Corgan e quando quest’ultimo, a corna scoperte, la cacciò di casa, lei corse da Kurt, con uno sciroppo per la tosse che se preso in dosi massicce ti manda in orbita, e così ‘stonati’ fecero sesso la prima volta. La loro storia dura 3 anni, anni di assoluto delirio, anni in cui stanno insieme, sempre, ininterrottamente, anche in tour. Kurt e Courtney si sposano il 24 febbraio 1992, alle Hawaii: c’è Dave Grohl, Krist Novoselic non è invitato, un roadie fa da testimone, celebra un ministro donna. Courtney indossa un abito bianco appartenuto a Frances Farmer, attrice degli anni ’30/’40 finita in manicomio, Kurt un pigiama blu, collana di perline, e borsa guatemalteca. Bouquet di fiori bianchi e rosa per entrambi, Courtney è ‘pulita’ perché incinta, lui è in lieve trip da acido.

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“La cocaina rende socievoli, ma l’eroina ti fa sentire assonnato e lieto, è la droga perfetta se stai in un hotel di lusso, a crogiolarti su te stesso, perché sai che hai milioni in banca”: Courtney Love ha mille difetti però parla chiaro, e i dollari, a palate, arrivano dopo Nevermind, disco che ci ha segnato la vita, a me e a Cobain, il quale coi soldi aveva un rapporto particolare, da contabile: “A me va il 100 per cento per i testi, 75 per la musica. Ho comprato una casa per 400 mila dollari. Ho pagato 300 mila di tasse. Ho prestato soldi a mia madre. Ho comprato una Lexus, l’ho data via per una Volvo usata. E mangio sempre la stessa pasta al formaggio”. Kurt odiava essere una rockstar, e odiava la fama: “C**sto di Dio, non ce la faccio a reggere!”, bestemmiava sul suo diario all’apice del successo, ricordando che per Bleach, primo album dei Nirvana, erano bastati 606 dollari e 17 centesimi. Era incastrato in un ingranaggio in cui non voleva stare, o starci per distruggerlo logorandolo dall’interno, ma con quali mezzi, con quale forza? Di nascosto, nei suoi diari, Kurt se la prendeva con se stesso, e col mondo intero, rivelando una lucidità pazzesca, vi si legge una chiara, spietata disamina del rimbambimento che la tv opera su chi la guarda, e sul modo in cui il governo USA vi ‘vende’ la guerra – nei diari di Kurt, la prima guerra del golfo – per farla piacere e approvare al popolo/pubblico (“Prendi la tv e buttala dalla finestra!”, tuonava Kurt su carta, “oppure vendila, e comprati uno stereo migliore!”). Lo hanno scritto tutti che Kurt era un uomo infelice, e nessuno l’ha capito. Tormentato da dolori dell’anima e fisici (una strana ulcera non curata) non aveva mai superato il divorzio dei genitori, l’esser cresciuto in un anonimo posto di provincia “identico a Peyton Place, tutti osservano tutti, e giudicano”. Kurt si rammaricava di non aver finito la scuola, di aver studiato poco letteratura, era uno che vedeva nei libri una salvezza dallo squallore. Leggeva Beckett, Burroughs, Bukowski, Burgess, adorava Lester Bangs, e nel suo diario scrive di “tutta quella marijuana, mi ha danneggiato i nervi e rovinato la memoria, ma mi dà anche la pazienza di suonare la chitarra 5 ore al giorno, tutti i giorni”.

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In pochi gli parlavano, ancora meno s’interessavano a lui. Diceva Kurt Cobain poco prima della fine: “Io sono dipinto come quello rompicog*ioni, drogato, lamentoso, schizofrenico, che non vede l’ora di farsi fuori. Il brano I Hate Myself and I Want to Die, l’ho tolto da In Utero apposta. Nessuno ne avrebbe inteso l’intento satirico, e pensare che volevo intitolarci l’intero disco. Io sono più felice di quanto la gente pensi”. Non era vero, ma forse un tratto della personalità di Kurt tra i peggiori, l’aveva intuito Fernanda Pivano, che vedeva nella passione di Kurt per le armi il più serio pericolo. E casa Cobain era piena di armi. Erano motivo di liti furiose nella coppia, Courtney le odiava ma Kurt era cresciuto nella cultura e nell’idolatria delle armi. Quel colpo di fucile fu uno sconquasso nel silenzio di quella casa vuota, per il mondo della musica, e per la mia generazione, eppure nessuno lo udì, quell’aprile di 25 anni fa. Dopo tre giorni, due elettricisti accorsi per dei lavori, videro il cadavere e avvertirono prima le radio (“è lo scoop del secolo!”), poi la polizia. A Kurt fu necessario ricucire gli occhi. E quel viso straziato Courtney lo volle vedere. Si immerse in quel sangue, prima di lasciarlo. Dopo un funerale senza morto né bara (in cui vengono lette le Illuminazioni di Rimbaud, adorato da Cobain) Courtney ne regalò vestiti e oggetti ai fan in preghiera davanti casa, poi si fece di tutta la droga che aveva, e si mise a letto. Lì dormì per notti con la madre di Kurt: “La mattina mi sveglio e penso sia lui. Hanno lo stesso corpo”.

Barbara Costa