“Arancia meccanica” fa ancora male. Malcolm McDowell racconta la gloria e l’ultraviolenza a 20 anni dalla morte di Kubrick

Posted on Aprile 06, 2019, 6:36 am
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Quando si spiega, la rappresentazione diventa ramanzina, l’opera si fa paternale. Nella fatidica articolessa sul Los Angeles Times Anthony Burgess parla di Arancia meccanica così: “La mia parabola e quella di Kubrick vogliono affermare che è preferibile un mondo di violenza assunta scientemente – scelta come atto volontario – a un mondo condizionato, programmato per essere buono o inoffensivo… Se Arancia Meccanica, così come 1984, rientra nel novero dei salutari moniti letterari – o cinematografici – contro l’indifferenza, la sensibilità morbosa e l’eccessiva fiducia nello Stato, allora quest’opera avrà qualche valore”.

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Evidentemente, il problema è più ampio. Lo Stato esiste come forma coercitiva: costringe a non fare delle cose. Se uccidi chi ti sta antipatico, lo Stato, a cui è demandato il potere della sicurezza di tutti, ti punisce, ti mette in carcere. Il compito dello Stato è far sì che siano tutti buoni, che tutti convoglino la connaturata ferocia in altro ambito (i consumi, il lavoro, la sessualità). Lo Stato esiste perché non sappiamo difenderci da noi da forze travolgenti. A volte lo Stato può sopraffarci, può approfittare di noi.

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L’uomo è una macchina: può diventare, sotto costrizione, muovendo qualche rotella qui e qualche valvola là, buono? E poi: essere buoni significa semplicemente non dar fastidio al prossimo? Arancia meccanica esce nel 1962 e propone, con clamore di paradosso, il problema del male, anzi, della violenza. L’uomo ha il virus del violare: se non viola la propria natura – uscire di sé, spaccarsi, rompersi, corrompersi per essere altro – violenta quella altrui. Se non ha il coraggio di ulcerare se stesso, scoprendosi, ammazza gli altri, sperando di capirsi, lì, nell’atto d’offesa.

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Nel 1971 Stanley Kubrick costruisce una sceneggiatura dal romanzo di Burgess e gira il suo film più sconvolgente. Entrambe le opere – libro e film – conservano una potenza provocatoria assoluta. Arancia meccanica è ancora ‘di moda’: il rischio dell’opera è che ogni interpretazione è pertinente – o impertinente. Non si può aggiustare il tiro di un’opera che è un pugno in faccia.

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Quest’anno sono i 20 dalla morte di Kubrick – che ha vinto il suo unico Oscar 50 anni fa, per i ‘Migliori effetti speciali’ in 2001: Odissea nello spazio – e in UK si torna a strologare di Arancia meccanica. Sul Guardian ci torna sopra Malcolm McDowell, che ribadisce l’ovvio: “Fare questo film mi ha precipitato nella storia del cinema. Ogni nuova generazione lo riscopre, non tanto per la violenza in sé, vecchia storia rispetto all’oggi, quanto per la violenza psicologica. Quel dilemma, sulla libera scelta dell’uomo, è ancora attuale”.

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McDowell, imprigionato nel ruolo di Alex, non era esattamente uno sconosciuto all’epoca. Nel 1968 aveva 25 anni e un film pazzesco all’esordio, Se… di Lindsay Anderson, che ritrae un gruppo di studenti – capeggiati dal folle Malcolm – che dai tetti di una scuola fan fuori coetanei e prof. Il film ottenne una palma a Cannes, nel 1969, attirando l’attenzione di Kubrick. “Aveva messo da parte il suo adattamento del romanzo di Burgess. Poi vide Se…, in cui, in fondo, interpreto una ennesima vittima dell’istituzione, toccò la moglie e disse, ‘Abbiamo trovato Alex’”.

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Kubrick sembra stritolare Artaud: la società – costume, legge, coercizione imposta attraverso il tribunale e la scuola, un piccolo tribunale – ti suicida. O ti fa assassino. E se, al contrario, ti facesse artista, poeta?

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McDowell sulla ‘cura Kubrick’: “Ho passato nove mesi con lui, prima di iniziare a girare, guardando film violenti ogni giorno. Erano film davvero orribili: campi di sterminio, corpi in cataste. Pensava di usarli come trattamento, nella sequenza in cui Alex è in terapia. Interpretando Alex, avevo in mente Laurence Olivier che fa Riccardo III – d’altronde, il Nadast parlato dai drughi è davvero shakespeariano”.

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Dettagli feticisti per fanatici. Guanti bianchi e parapalle di Alex & Co. sono frutto del caso. “Quando ho chiesto a Stanley come dovevamo vestirci lui mi fa, ‘cos’hai in macchina?’. Avevo una borsa da cricket con i guanti bianchi, che ho indossato, e il protettore inguinale. Stanley esulta, ‘indossalo!, ma dall’esterno’. Stanley era solito dire di non sapere cosa voleva, essendo certo di ciò che non voleva”.

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Dettagli per cineasti. La scena della violenza nella villa patrizia, privata, con musichetta in sottofondo, è frutto della frustrazione. “La scena della violenza di gruppo in villa ci ha paralizzato a lungo. Abbiamo cambiato i mobili, le attrici, per giorni. Poi Stanley mi ha chiesto, ‘puoi ballare?’. Ero devastato dalla noia, così sono saltato in piedi, ho messo Singin’ in the Rain e con quel ritmo ho cominciato a prendere a calci lo scrittore. Stanley si è messo a ridere così forte che lacrimava. Una volta a casa, ha acquistato i diritti per usare la canzone”.

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Ovviamente, un lavoro del genere devasta lo spettatore tanto quanto ha squarciato gli interpreti. “Ne uscii distrutto. Terminate le riprese, ho guidato fino in Cornovaglia, ho passato un paio di settimane a viaggiare, camminando in brughiera. Il film fu un successo. Era un’opera enorme, ben più grande di un film che racconta la violenza sociale. Dopo un anno, Stanley e la sua famiglia hanno ricevuto lettere con minacce di morti e la polizia gli consigliò di ritirare il film – cosa che ha fatto, ma solo nel Regno Unito. D’altronde, tutti quelli che dovevano vederlo, lo avevano visto”.

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Un’opera meravigliosa è giustificata di per sé, indipendentemente da ciò che narra? Un’opera è essenzialmente forma, i giudizi li lasciamo a censori, al cementificio delle opinioni.

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Burgess faceva finta di prendere le distanze dal libro – “non mi piace come gli altri che ho scritto: l’ho conservato fino a poco fa in un barattolo chiuso; marmellata, su una mensola, mica un’arancia nel piatto”. In realtà, Arancia meccanica – titolo interessante per la sua astrusità – è un lavorio nell’etica del linguaggio. Il pretesto che chiarifica in parte l’invenzione del Nadast, la lingua di Alex & Co., è un viaggio a Leningrado compiuto da Burgess nel 1961, “quando era raro che un cittadino britannico, durante la Guerra Fredda, potesse recarsi in Unione Sovietica, per questo Burgess è spesso scambiato per una spia… In preparazione al viaggio, Burgess, come aveva fatto per il servizio coloniale in Malesia negli anni Cinquanta, imparò la lingua. ‘Un professionista della letteratura deve mostrare interesse per la materia prima della propria altre, il linguaggio’, scrive. Oltre al russo, il Nadast si nutre di altre fonti, il cockney, lo slang della malavita britannica, l’inglese di Shakespeare e degli elisabettiani, il gergo dei militari, la lingua malese familiare a Burgess” (in A Clockwork Orange and Nadast). Il romanzo di Burgess è stato pubblicato da Einaudi, in Italia, 50 anni fa, nel 1969, da Floriana Bassi. Forse è lecita una nuova traduzione. In UK, intanto, torna il film in sala e al Design Museum di Londra, dal 26 aprile al 15 settembre, è in atto una mostra celebrativa, Stanley Kubrick: The Exhibition. Come sempre, ciò che urta diventa materia di studio, un sofà intellettuale. (d.b.)