“Vivere la catastrofe dell’essere umano completo è terribile, ma raccontarla?”. Discorso su “Fine”, l’ultimo libro di Karl Ove Knausgård

Posted on Agosto 18, 2020, 8:24 am
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“La tua vita sembra un romanzo: dovresti scriverla”. A molti sarà capitato di pronunciare questa frase, o sentirsela dire. Se la frase in questione viene affibbiata alla vostra, di vita, ci pensate su un attimo. Poi ribattete: “ma no, non potrei mai”. Perché? Un po’ perché bisogna fare i conti con se stessi, la propria capacità di scandaglio interiore e con la propria attitudine alla scrittura. E, non da ultimo, i personaggi. Amici, nemici e parenti che si potrebbero ritrovare, riconoscere in ruoli o situazioni non sempre felici. Tutti vogliono fare bella figura, insomma, persino in letteratura. Ci vuole una certa dose di coraggio e di incoscienza, dunque, per scrivere un’autobiografia. Le stesse virtù da riconoscere all’affascinante (e un po’ matto) scrittore norvegese Karl Ove Knausgård che è giunto, finalmente e dolorosamente, alla conclusione della sua battaglia, dopo i volumi La morte del padre, Un uomo innamorato, L’isola dell’infanzia, Ballando al buio, La pioggia deve cadere, tutti pubblicati da Feltrinelli e con la traduzione di Margherita Podestà Heir.

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Il romanzo fiume Fine, pubblicato da poche settimane in Italia, arriva a milleduecentosettanta pagine, raddoppiando il volume dei precedenti (mediamente di cinquecento pagine). Per intenderci: se lo collezionate, nella vostra biblioteca, come me, vi conviene dedicare una mensola soltanto allo scrittore norvegese. Ufficialmente di lui, nella quarta di copertina si sa questo: “Karl Ove Knausgård è nato a Oslo nel 1968. Ha studiato letteratura all’Università di Bergen e vive a Malmö, in Svezia, con la moglie Linda e i loro figli. Per il suo primo romanzo, Ute av verden (1998), è stato insignito del Norwegian Critics Prize for Literature, primo caso di assegnazione del premio a un debuttante. Il secondo romanzo, En tid for alt, ha vinto molti premi ed è stato giudicato tra i migliori 25 romanzi norvegesi di tutti i tempi”. Ma se ci si avventura dentro il folto della foresta dei suoi romanzi si finisce per precipitare nella sua vita, tra le sue frustrazione di scrittore e di padre di bambini che pretendono un tempo per sé e di marito di Linda. Nella Nota della traduttrice, in appendice a Fine, Margherita Podestà Heir paragona il suo lavoro di traduzione dell’ultimo tomo di Knausgård alla scalata di una montagna. “Mi sono serviti pazienza, dedizione, coraggio, umiltà. Poi, mentre procedevo, mi sono resa conto che un quinto elemento era altrettanto necessario: la libertà. Libertà di seguire l’Autore nei suoi ragionamenti e, al contempo, dialogare con lui, come se fossimo seduti da qualche parte davanti a un caffè. Libertà, soprattutto, di partire dalle sue parole, quelle norvegesi, sulle quali ha costruito una piramide infinita di riflessioni e significati che permeano l’intero libro. È questo il motivo per cui spesso ho preferito partire dalla versione norvegese di poesie e citazioni per ricostruirne il flusso pressoché perfetto, composto da singole parole che meritavano fedeltà e, appunto, libertà”.

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Dentro e dietro a tutte queste infinite pagine c’è la sua sterminata sofferenza, il suo ottimismo depresso. Narrando la sua vita senza alcun filtro, non selezionando le scene in una sceneggiatura pulita, ma gettando ogni singolo particolare, come passeggini & pannolini, wurstel e pulizie dell’asilo, le bottiglie vuote sparse per casa del padre alcolizzato, in pasto ad ogni singola pagina, Knausgård ha sfidato se stesso. “Quando ci pensavo, era come se dentro di me qualcosa iniziasse a bruciare. A bruciare erano la disperazione, la colpa e la paura e l’unico modo con cui riuscivo a tenere in scacco quelle sensazioni era immaginando che loro ancora non sapevano, che non era ancora successo nulla, ma anche questo mi aiutava sempre meno perché presto sarebbe arrivato il giorno in cui avrei dovuto consegnare il manoscritto a Linda e lei avrebbe cominciato a leggere ciò che avevo scritto sulla nostra vita. L’unica cosa che sapeva era che io avevo scritto di noi. Non aveva idea di cosa né come”. Chi sarebbe disposto a fare la stessa cosa in tutte quelle pagine? Ammettere a se stesso e a migliaia di lettori di preferire il lavoro al gioco con i propri bambini e tantissimo altro.

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“Perché le avevo scritte? Mi ero sentito così disperato. Era come se fossi rinchiuso dentro me stesso, solo con la frustrazione, la scimmia nera, che a un certo punto era enorme, e come se non esistesse nessuna via d’uscita. Dunque: cerchi sempre più piccoli. Il buio sempre più grande. Non quello esistenziale, non quello che riguardava la vita e la morte, la felicità deflagrante o il dolore deflagrante, ma l’oscurità minuta, l’ombra sull’anima, il piccolo inferno personale del piccolo maschio, un inferno così piccolo da essere in realtà inesprimibile, ma capace allo stesso tempo di colmare tutto”. Knausgård, prima di rendere pubblica la sua opera, la manda via mail all’indirizzo di posta elettronica dei personaggi, che sono amici, conoscenti, parenti che nell’opera hanno un ruolo, un copione, ma soprattutto indossano il nome autentico. Non tutti reagiscono bene. Non tutti sono d’accordo. D’altronde come reagiremmo noi a leggerci nella vita scritta da un altro? Non è possibile lavar via i refusi dalle nostre esistenze, né da quelle di altri. Anche noi vorremmo fare bella figura. O no?

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Nei fatti narrati, Gunnar, il fratello del padre alcolizzato di Knausgård, risponde alla mail con parole inequivocabili. Oggetto della mail: “Stupro verbale”. Secondo lo zio, è stata la madre di Karl Ove a plagiarlo, a tal punto da spingerlo a scrivere “quella porcheria umiliante, amorale ed egocentrica per vendicarmi della famiglia e per riempirmi il portafoglio. Compiere un gesto simile era molto peggio di ciò che a mio dire mio padre mi aveva fatto durante l’infanzia”. Lo zio minaccia di portarlo in tribunale. Alcuni particolari descritti prima della morte del padre dello scrittore non sono veri, secondo Gunnar. In sostanza, Knausgård dichiara di aver scritto di se stesso e lo spiega in più punti del colossale romanzo: “Quello che ho cercato di fare è istituire nuovamente una presenza, sforzarmi affinché il testo penetrasse attraverso tutta la schiera di rappresentazioni, idee e immagini che giacciono come una sorta di cielo sopra la realtà, o come una pellicola sull’occhio, giungere alla realtà del corpo e alla caducità della carne, ma non in modo generale perché il generale è imparentato all’ideale, in realtà non esiste, lo fa solo il particolare, e dal momento che il particolare in questo caso sono io stesso, è di questo che ho scritto”.

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Questa ragione non basta a tutti. “Secondo alcuni non ne avevo il diritto perché non mi sono servito soltanto di me stesso. Ed è vero. La mia domanda è perché teniamo segreto ciò che teniamo segreto. Dove risiede il vergognoso nella caduta? La catastrofe dell’essere umano a tutto tondo? Vivere la catastrofe dell’essere umano completo è terribile, ma raccontarla? Perché la vergogna e l’occultamento quando nel loro aspetto più profondo sono forse la componente più umana di tutte? Cosa c’è di così pericoloso da non poterlo dire ad alta voce?” La sfida di Knausgård ingloba anche qualcos’altro di scandaloso: Hitler da giovane. Fine è l’ultimo volume dell’immenso corpo della Mia battaglia, titolo preso in prestito dal Mein Kampf appunto. E, ancora una volta, Knausgård getta sulla pagina cose che forse non tutti siamo disposti a leggere: “Ma Mein Kampf è così: Hitler descrive la propria povertà con un linguaggio che si distacca molto dalle conseguenze reali di questa miseria, non la nega, ma la trasforma in qualcosa di incredibilmente energico e gratificante e al contempo vi intesse una visione politica che trae molta della sua forza e trova quasi fondamento in questa distorsione della sua vita”. Il libro di Hitler, in edizione norvegese, Karl Ove Knausgård l’aveva trovato a casa dopo la morte del nonno, sei mesi dopo la morte del padre. Era un’opera proibita, che cosa ci faceva lì? Non solo. Quando muore il padre, Karl Ove e suo fratello scovano, tra i suoi oggetti, una spilla nazista, quella con l’aquila tedesca, da appuntare sul bavero della giacca.

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Fare i conti con la propria vita significa risalire pericolosamente la montagna delle nostre origini, attraversare, senza limiti e senza salvezza, i nostri sentimenti più contrastanti, le delusioni più cocenti, le gioie più grandi. Significa fare i conti con la vita stessa, la sua fugacità e certamente con la morte. Come scrive alla fine di uno dei più spietati e teneri volumi della sua battaglia: La morte del padre. “Adesso quello che vedevo era l’assenza di vita: non esisteva più nessuna differenza tra ciò che un tempo era stato mio padre e il tavolo su cui giaceva, o il pavimento su cui si trovava il feretro, o la presa incassata nella parete sotto la finestra, o il filo che proseguiva fino alla lampada da muro affissa a lato. Perché l’essere umano è soltanto una forma tra le altre che il mondo manifesta ed esprime di continuo, non soltanto in tutto ciò che è vivo, ma anche nelle cose inanimate, disegnate nella sabbia, nella pietra e nell’acqua. E la morte, che io avevo sempre considerato la dimensione più importante della vita, oscura, allettante, non era altro che un tubo che perde, un ramo che si spezza al vento, una giacca che scivola da una gruccia e cade per terra”.

Linda Terziroli