“Voglio risvegliare la coscienza della gente, così che nessuno sprechi la propria vita”. Kierkegaard, il pensatore necessario

Posted on Agosto 21, 2020, 11:26 am
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Alla grande domanda “come si può essere umani in questo mondo?” implicita in tutte le opere di Søren Kierkegaard, si può cadere nella tentazione di rispondere: “bisogna non essere Søren Kierkegaard”. Il grado di ricerca della sofferenza da parte del filosofo danese rasenta i confini del masochismo. Infatti, se qualcuno gli avesse mai chiesto cosa significava per lui essere cristiano, Kierkegaard gli avrà probabilmente risposto: soffrire incommensurabilmente. Poco prima della sua morte, nel 1855, all’età di soli 42 anni, scrisse che “essere cristiani è la più abominevole delle agonie; è – e così dev’essere – come avere il proprio inferno qui sulla terra”. I titoli dei suoi libri – Timore e tremore, La malattia mortale, Il concetto dell’angoscia – certamente veicolano questa affermazione, così come la sua vita scandita dalla sofferenza praticamente dall’inizio alla fine.

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Nato nel 1813, Søren è stato uno dei soli due fratelli su sette ad aver vissuto oltre i 33 anni di età. Nel 1840, chiese la mano di Regine Olsen, ma dopo un anno ruppe il fidanzamento; una scelta necessaria, secondo Kierkegaard, per compiere il suo destino di autore. Per i successivi 14 anni visse in solitudine, producendo una quantità di scritti abnorme tanto che il suo cagionevole corpo faticava a sostenere. Inoltre, veniva spesso coinvolto in numerose controversie dai giornali o dalla chiesa danese e ciò lo rese un esiliato nella sua stessa patria, almeno secondo il suo biografo Joakim Garff.

Ciononostante, Kierkegaard era convinto – in modo non dissimile da Gesù – che la sua sofferenza avrebbe salvato il genere umano. “Voglio risvegliare la coscienza della gente, così che nessuno sprechi la propria vita,” scrisse nel 1847. Ne La malattia mortale (1849) dichiarò che smarrire sé stessi “può passare sotto silenzio e come una cosa da niente in questo mondo; mentre qualsiasi altra perdita, un braccio, una gamba, cinque dollari, propria moglie, etc., salta subito all’attenzione”. Si trattava di un pericolo tipico della società contemporanea. Kierkegaard riconosceva l’industrializzazione repentina, l’ascesa delle masse e del materialismo delle economie capitaliste, come minacce alla psicologia dell’individuo. In Postilla conclusiva non scientifica alle briciole di filosofia (1846), Kierkegaard sosteneva che “l’astrazione del livellamento, quest’autocombustione del genere umano indotta dall’attrito che si crea quando viene a mancare l’isolamento religioso dell’interiorità personale, resterà alta come diciamo di un aliseo che corrode ogni cosa”.

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Come ci illustra Clare Carlisle nella sua nuova e straordinaria biografia, Philosopher of the Heart, Kierkegaard fu “probabilmente il primo grande filosofo a vivere nel mondo riconoscibilmente moderno dei giornali, dei treni e delle vetrine, dei luna park e dei grandi negozi del sapere e dell’informazione. Anche se la vita stava diventando materialmente più semplice e confortevole per le persone più abbienti come lui, stavano sorgendo nuovi tipi di problematiche riguardo alla propria identità e alle proprie apparenze”. In altre parole, Kierkegaard esperì le ambiguità, le contraddizioni e le difficoltà della vita moderna che esplorò nella propria opera. Disprezzava la venuta della società di massa, tuttavia passò la propria vita nei quartieri centrali di Copenaghen; si espresse con sdegno sulla borghesia, eppure visse nella ricchezza e nelle comodità che gli erano state concesse dall’eredità paterna; era un fervente cristiano, però fu l’antagonista più noto della cristianità stabilita. Per di più, Kierkegaard si addentrò nelle condizioni moderne non come un predicatore o un oratore o con un supporto istituzionale accademico: scrisse “senza l’autorità”, come lui stesso afferma. “Kierkegaard vedeva l’intera industria accademica come una scappatoia dall’esistenza autentica”, osserva Carlisle, “metteva in relazione questo distacco intellettuale con la cinica commercializzazione della conoscenza: i professori delle moderne università vedevano le proprie idee come i mercanti vendono le proprie merci, ma in modo ancora più ipocrita, poiché le loro astrazioni furbescamente infiocchettate non contengono un briciolo di autentica saggezza”.

Per il pensatore scandinavo, la crisi spirituale dell’umanità necessitava di una risposta opposta a questo tipo di presuntuoso distacco. La minaccia all’io moderno era troppo grande. Essere costantemente circondati da persone assorte non nel rapporto con Dio, ma negli spettacolari luccichii della società borghese, rappresentava il rischio di perdere la coscienza di sé stessi. Kierkegaard vedeva nell’io la sintesi fra finito e infinito, fra temporaneo ed eterno, in continuo divenire, in costante cambiamento. Ciò esponeva le sue vulnerabilità: il solipsismo, la disintegrazione; in breve, l’interruzione del rapporto con Dio, che per Kierkegaard era l’aspetto più importante della reale individualità. Una vita che non si fonda sinceramente su Dio, per quanto piena e felice resta una vita vissuta nella disperazione, dal momento che la disperazione è la “perdita dell’eterno e dell’io”. Il compito dell’individuo è avere fede, ossia l’opposto della disperazione: “mettendosi in rapporto con sé stesso, volendo essere sé stesso, l’io si fonda in trasparenza nella potenza che l’ha posto”.

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Kierkegaard sapeva ciò di cui parlava. La sua gigantesca opera può essere vista come un lungo, compulsivo ed esasperante tentativo di capire chi fosse e quale fosse il suo posto nel mondo. Come osserva Carlisle, Kierkegaard “era invischiato in una discussione fra traguardi terreni e la rinuncia estetica”: era combattuto fra il desiderio di continuare a scrivere e la tentazione di ritirarsi in campagna e abbandonare per sempre la sua attività autoriale. A tal proposito, la vita di Kierkegaard, come quella di Nietzsche, è un monologo, un monodramma al quale il pubblico rispondeva contestualmente con assoluto smarrimento. Nessuno sapeva cosa fare del suo lavoro. Quando nel 1843 i due volumi di Aut-Aut iniziarono a circolare a Copenaghen, Signe Læssøe scrisse a Hans Christian Andersen, che al tempo si trovava a Parigi: “Comprendo solo una piccola frazione del libro – il tutto è troppo filosofico”.

Con i suoi molti pseudonimi, la propensione all’ironia e l’abilità nel mescolare generi letterari e filosofici, Kierkegaard propiziava questo tipo di risposte. Nulla di ciò che faceva o scriveva era mai chiaro. “Il paradosso”, scrisse nel suo diario nel 1838, “è l’autentico pathos della vita intellettuale, e come soltanto le grandi anime sono esposte alle passioni, così soltanto i grandi pensatori sono esposti a ciò che io chiamo paradossi, i quali non sono che grandiosi pensieri prematuri”.

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“Ha scoperto”, scrive Carlisle, “che vivere in una moderna metropoli intensifica il livello di ansia da lui stesso riconosciuto come universalmente umano. Fin dai tempi di Adamo ed Eva, gli esseri umani si sono sentiti ansiosi e ora, accerchiati dalle migliaia di riverberi della città, le loro ansie si moltiplicano, poiché diventano inquieti spettatori delle loro stesse vite”. Nonostante il personaggio pubblico polemico, Kierkegaard era estremamente gentile con amici e parenti, soprattutto se in difficoltà. Scrisse lunghe e premurose lettere alla cognata che soffriva di depressione, ricordandole di “amare sé stessa”. Un amico, Hans Bröchner, una volta disse che “lui lo capiva come pochi altri e che non lo sollevava dalle proprie tristezze nascondendole, ma facendogliele capire, snocciolandole fino alla chiarezza più assoluta”.

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Alcuni si potrebbero chiedere se davvero Kierkegaard sia stato credente, una domanda evidentemente paradossale che in tanti rigetterebbero con un po’ di alterigia. Com’è possibile dubitare della fede di Kierkegaard, che praticamente si uccise scrivendone? Eppure, questa domanda contiene un’intuizione valida. Dopo tutto, la concezione di cosa voglia dire vivere una vita cristiana, per Kierkegaard, è così esigente da diventare inumana nella quotidianità. “La fede non si può comprendere, il massimo a cui si arriva è poter comprendere che non si può comprendere” scrisse ne Il mio punto di vista, un’osservazione che Albert Camus avrà avuto sottomano quando, ne Il mito di Sisifo, dichiarò che Kierkegaard “fa qualcosa di meglio che scoprire l’assurdo: lo vive. […] Quel viso tenero e insieme sghignazzante, quei movimenti repentini, seguiti da un grido che parte dal fondo dell’anima, sono lo spirito dell’assurdo stesso alle prese con una realtà che lo supera”.

Dove Camus vedeva la soglia dell’assurdo, Kierkegaard si librava in un salto di fede. Ma la sua versione del cristianesimo è spesso indistinguibile dallo stato dell’assurdo; tant’è che, come Camus afferma, Kierkegaard attribuisce a Dio le caratteristiche principi dell’assurdo: ingiustizia, incoerenza e incomprensibilità. E nelle sue feroci sferzate alla chiesa danese e alla cristianità stabilita, Kierkegaard si avvicina a Nietzsche: come il tedesco, riconosce che non solo Dio è morto, ma che la fede si è estinta nelle anime degli uomini d’oggi, e in particolare nell’anima di chi si proclama emissario di Dio. “Kierkegaard si sente fortemente combattuto nei confronti del cristianesimo, e utilizza il termine “cristianità” in modo denigratorio,” commenta Carlisle all’inizio. “Crede che il cristianesimo – le sue tradizioni, i suoi concetti, i suoi ideali – sia diventato così familiare e dato così tanto per scontato, che presto potrebbe scomparire sotto la linea dell’orizzonte”.

Così, sia per quelli che non possono che librarsi in quel salto, sia per chi invece pensa che il cristianesimo sia effettivamente tramontato, l’opera di Kierkegaard ha il paradossale effetto di restituirci all’assurdo, ossia dichiarare il confronto fra il nostro desiderio di significato e il silenzio dell’universo. E restituendoci all’assurdo, rivelandoci l’impraticabilità e l’efferatezza di una vita cristiana, ci aiuta – forse inavvertitamente – a iniziare a rispondere alla questione che Kierkegaard stesso si è posto in principio: come si può essere umani in questo mondo?

Morten Høi Jensen

*L’articolo è stato pubblicato in forma completa su “The American Interest”; la traduzione è di Giacomo Zamagni