“Dalle cose che feci o dissi non cerchino d’indovinare chi fui”. Le poesie di Kavafis, l’uomo che con timida sicurezza varcò i secoli

Posted on Settembre 07, 2020, 12:15 pm
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Costantino – o Konstantinos, come vi viene meglio – Kavafis è uno dei poeti più prossimi e tradotti nel mondo che ancora cerca se stesso in una vigna di versi. È strano per un poeta che ha scritto poco, di nascosto, poesie, si direbbe, incise nella cera, fatte per sparire. Eppure, nato in Alessandria d’Egitto, nella convergenza esatta di svariate culture, Kavafis è stato preso da Iosif Brodskij come l’emblema dell’espatriato, del poeta che passeggia tra i secoli con timida sicurezza. “Costantino Kavafis ci ha lasciato una delle più originali e commoventi rappresentazioni del tempo umano che sia dato trovare nella storia della letteratura mondiale”, attacca Nicola Gardini narrando “La musica di Costantino Kavafis”, introducendo la raccolta delle “Poesie scelte” del grande poeta, da poco pubblicata da Crocetti, nella sua nuova vita (Feltrinelli). Ora non c’è editore che non abbia il ‘suo’ Kavafis, sorta di amuleto poetico. Non è secondario l’affetto di Guido Ceronetti verso questo poeta che in caffè riviveva la gloria e la disfatta di una civiltà. Pubblicato la prima volta in Italia nel 1956 da Scheiwiller, nella traduzione di Filippo Maria Pontani – con “un ricordo” di Giuseppe Ungaretti – il nome di Kavafis è strettamente legato a Nicola Crocetti. La sua casa editrice, quarant’anni fa, nasce all’ombra di Ghiannis Ritsos e di Kavafis, di cui traduce le “Poesie erotiche”, introdotte da Vittorio Sereni. Negli anni usciranno le “Poesie segrete” e diverse antologie. Qui riproduciamo alcune poesie dall’ultima pubblicazione.

***

Cose nascoste

Dalle cose che feci o dissi
non cerchino d’indovinare chi fui.
C’era un impedimento a trasformare
il mio modo di vivere e di agire.
C’era un impedimento, e mi fermava
molte volte che stavo per parlare.
Dalle mie azioni meno appariscenti
e dai miei scritti più velati –
da questo solo mi conosceranno.
Anche se forse non varrà la pena
che facciano tanti sforzi per capirmi.
Più avanti – in una società perfetta –
apparirà di certo qualcun altro
che mi somigli e agisca da uomo libero.

*

Anna Comnena

Nel prologo dell’Alesside, Anna Comnena
piange la propria vedovanza.

È in preda alla vertigine. “E”, ci dice,
“fiumi di lacrime m’inondano
gli occhi… Ahimè, i flutti” della sua vita,
“ahi, le rivoluzioni”. Per la pena brucia
“fino alle ossa, alle midolla, all’anima lacerata”.

Ma la verità sembra un’altra: quella donna
avida di potere ebbe un unico cruccio,
ebbe un solo grave dolore
(anche se non l’ammette) quella superba Greca:
non aver potuto, lei, scaltra com’era,
conquistare il trono; glielo tolse
quasi di mano quell’impudente di Giovanni.

*

Malinconia del poeta Iasone, figlio di Cleandro, a Commagene, 595 d.C.

L’invecchiare del corpo e dell’aspetto
è la ferita di un coltello atroce.
Non lo sopporto più.
Arte della Poesia, mi appello a te,
che sai qualcosa di rimedi, e tenti
di alleviare la pena con Fantasia e Parole.

È la ferita di un coltello atroce. –
Porta i tuoi farmaci, Arte della Poesia,
che alleviano – per poco – la ferita.

*

Dalla scuola del celebre filosofo

Fu studente di Ammonio Sacca per due anni;
ma lo annoiarono la filosofia e Sacca.

Poi entrò in politica. Ma piantò
anche quella. L’eparca era un idiota;
intorno a lui, marionette ufficiali, sussiegose;
orrendo e barbaro il loro greco, poveracci.

Per un po’ fu persino attratto
dalla Chiesa: battezzarsi,
diventare Cristiano. Ma ben presto
cambiò opinione. Avrebbe senz’altro rotto
con i suoi, ostentatamente pagani;
gli avrebbero subito sospeso – orrore! –
le loro generose sovvenzioni.

Qualcosa, però, doveva fare. Diventò
cliente abituale delle case corrotte,
dei segreti covi del vizio di Alessandria.

In questo la sorte gli era stata amica;
gli aveva regalato un corpo stupendo.
E di quel dono lui si deliziava.

Almeno per altri dieci anni ancora
sarebbe durata la sua bellezza. Poi
forse sarebbe ritornato da Sacca.
Se nel frattempo il vecchio fosse morto,
avrebbe scelto un altro filosofo o sofista;
si trova sempre qualcuno adatto al caso.

Oppure, infine, si sarebbe dato di nuovo
alla politica – encomiabilmente memore
delle tradizioni di famiglia, del dovere
verso la patria, e simili pompose fesserie.

Costantino Kavafis