Kafka nel 1920. “Tutto ciò che fa gli sembra straordinariamente nuovo”

Posted on Ottobre 23, 2020, 6:18 am
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Nel 1920, un secolo fa, Franz Kafka comincia a scrivere a Milena Jesenská: la scrittrice ceca – nel 2018 l’editore Giometti & Antonello ha raccolto il suo lavoro giornalistico in Qui non può trovarmi nessuno – aveva scoperto i racconti di K., se ne era innamorata, chiese all’autore il permesso di tradurli. Milena aveva 24 anni, era sposata con Ernst Pollak, sarebbe morta nel campo di Ravensbrück, nel 1944. Da Merano, nella prima lettera che le invia, Kafka scrive della pioggia che è cessata, del “piccolo estero che fa bene al cuore” e di “lucertole e uccelli, coppie diseguali” che “vengono a trovarmi” (una nuova edizione delle Lettere a Milena è edita da Giuntina, nel 2019). È come se Kafka parlasse a Milena da un Eden tascabile: lucertole e uccelli sono legati da una genia primordiale, e l’incontro tra un uomo e una donna costituisce sempre un “piccolo estero”, una beata estraneità, è qualcosa che viene dopo la pioggia, che ha odore lucente.

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Kafka consegnerà, più avanti, i suoi diari a Milena: se la vita non può legarci, lo faccia l’intimo – non si scrive per ricordare, ma per ulcerare. È come se invadesse Milena, un piccolo falco tra i cassetti del suo costato. Nel diario, il 1920 è l’anno latitante, pressoché vuoto. Quell’anno, infatti, è riempito dall’epistolario con Milena. Eppure, una frase è lì, tra il bianco murato, come una finestra, un bombardamento di finestre: “Tutto ciò che fa gli sembra straordinariamente nuovo”. Tutto è un inizio, il nuovo mondo.

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Nel 1920 K. ricomincia a scrivere piccoli testi, come chi con un temperino alteri le fondamenta del mondo. Uno di questi s’intitola Di notte. “Sprofondato nella notte. Essere sprofondato nella notte come talvolta si abbassa la testa per riflettere. Gli uomini intorno dormono”. La scena è “una regione deserta… sotto un cielo freddo”. “E tu sei sveglio, sei uno dei custodi, trovi il prossimo agitando il legno acceso nel mucchio di stipe accanto a te. Perché vegli? Uno deve vegliare, dicono. Uno deve essere presente”. Si è presenti a se stessi solo nella veglia, di notte; e si conosce l’uomo ammirandone il sonno. Kafka sembra compiere una sfrontata esegesi del frammento di Eraclito: “occulto è agli uomini quanto al risveglio compiono e nemmeno comprendono quanto compiono nel sonno” (la traduzione è di Luciano Parinetto). L’uomo deve puntellare la notte, ampia come una tenda, rastrellare le palpebre chiuse, dare alle ciglia fervore di seme. Si è presenti solo guardando il sonno di un altro, cioè la sua nudità: perché un albero nasca dalla gola.

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Nell’agosto del 1920 Milena scrive a Max Brod. È la descrizione più esatta di Kafka, il gemello in luce (l’altro, il famelico, è inattingibile). “La vita è per lui qualcosa di ben diverso che per tutti gli altri uomini. Soprattutto il denaro, la borsa, l’ufficio dei cambi, una macchina per scrivere sono per lui cose mistiche… per lui sono enigmi stranissimi di fronte ai quali non ha assolutamente l’atteggiamento che abbiamo noi… Sì, tutto questo mondo è e rimane enigmatico per lui. Un enigma mistico. Quando gli parlai di mio marito, che mi è infedele cento volte all’anno e tiene me e molte altre donne sotto una specie di incantesimo, il suo viso s’illuminò dello stesso rispetto come quando parlava del suo direttore così veloce alla macchina e pertanto uomo così eccellente… Franz non può vivere. Franz non ha la capacità di vivere. Franz non guarirà mai. Franz morirà presto. Certo è che tutti noi siamo apparentemente capaci di vivere perché una volta ci siamo rifugiati nella menzogna, nella cecità, nell’entusiasmo, nell’ottimismo, in una convinzione, nel pessimismo o in qualcos’altro. Ma lui non si è mai rifugiato in un asilo che potesse proteggerlo… I suoi libri sono stupefacenti. Più stupefacente è lui”. Credo che di ogni creatura che ha incrociato, Kafka fosse lo specchio spaccato. Il frantume che rimanda solo un pezzo, sconciato, di corpo, e che ferisce. Tutti, in fondo, hanno bisogno della morte di Kafka per dire di lui l’elsa, il frammento, esclusivo, santo.

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Nel 1920 K. conosce Gustav Janouch, che nel ’51 pubblica i Colloqui con Kafka. “Definitivo è soltanto il dolore”; “Il giorno è un grande mago”; “È un bene quando la luce sopraffà l’uomo”: queste sono le prime cose che K. dice al giovane Gustav. Scrittore della notte, abita il prestigio del giorno, Kafka. D’altronde, l’eccesso di luce acceca, è notte.

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Nel 1920 Ottla, la più giovane tra le sorelle di Kafka, si sposa con un cattolico, Joseph David. Inutilmente il padre si oppone all’unione, che sarà infelice, se è vero che vent’anni e due figli dopo la coppia divorzia. Ottla muore poco dopo essere arrivata ad Auschwitz, nell’ottobre del 1943. Nel 1920 Kafka rompe la relazione con Julie Wohryzek e conosce Minze Eisner. Nelle fotografie che lei gli invia sembra bellissima, vestita di nero, il viso che ti viene addosso, come un falco. Nella facoltà ipnotica che Milena consacra al marito, forse, Kafka riconosceva la propria. Era una creatura attraente, K., su cui si sentiva l’urgenza di gettarsi, come sopra un coltello.

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Nel 1920 K. si ritira in un sanatorio nei Monti Tatra: nelle fotografie sembrano ruvidi, verticali, vergini. Di notte, forse, Kafka si mutava in volpe – la bestia che si insinua in più mondi – e saettava nell’etimo del bosco. I Tatra, i Carpazi, mi sembrano topografia onirica, un incastellamento nel sogno, dove vagano Odradek e gli enigmatici sciacalli di Kafka. È certo, abbiamo un Oriente conficcato sotto la spalla destra. (d.b.)