Posted on Ottobre 24, 2017, 7:00 pm
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Ci sono libri che pretendono di essere rubati. Ti guardano implorando. La loro costa è come un labbro imbronciato. Portami via da qui, ti dice. Mi sentii chiamato, implorato a questo modo da Il gioco del mondo. Il vero titolo di quel romanzo è una sinfonia. Rayuela. La ‘rayuela’ è il nostro gioco ‘della campana’: la bimba tira una pietra, salta nei quadrati segnati sul terreno, fa avanti indietro. Quella roba lì. Poco importa. Il gioco del mondo è pubblico nel 1963. Lo ha scritto Julio Cortàzar. In quello stesso 1963, in una lettera, Cortàzar delinea i confini della sua nascita. “Sono nato a Bruxelles nell’agosto 1914. Segno astrologico, la Vergine; di conseguenza, astenico, con tendenza all’intellettualità, il mio pianeta è Mercurio e il mio colore il grigio… La mia nascita fu un prodotto del turismo e della diplomazia; mio padre fu aggregato a una missione commerciale presso l’ambasciata argentina in Belgio, e poiché si era appena sposato, portò mia madre a Bruxelles”. Un’amica di mia cugina, di dieci anni più grande di me, infoiata di Alessandro Baricco, mi disse, ‘che stai a baloccare con Conrad? devi leggere assolutamente Cortàzar’. La tizia, all’epoca, non era neppure male – ora è l’ennesima quasi cinquantenne frustrata dalla vita – e io, prendendo le sue parole per il vangelo della Vergine, mi precipitai in Biblioteca. Trovai Il gioco del mondo. Leggo una pagina. Leggo l’altra. Leggo la terza. Chi conosce quel romanzo sa che bisogna saltare di qui e di là: puoi leggere il libro da cima a fondo o seguendo i numeri in calce alla pagina. Insomma, è un gioco. Restai strabiliato. Dalla scrittura – sorniona, jazzistica, sincopata, magnetica – più che dal gioco. Il libro parlava di Buenos Aires – il mate, bevanda più divina dell’assenzio, scorreva in quantità – e di Parigi, patria eletta di Cortàzar e di ogni argentino che vuol darsi alla follia letteraria. Il libro mi implorava, ‘portami via’. Dapprima, lo lasciai lì. Per aumentare la seduzione letteraria. Andai a casa. Mi informai. Cortàzar era una specie di mito. Un Prometeo di gesso. “Fin da bambino ciò che avesse relazione con un labirinto mi affascinava”; “Fin dall’infanzia sono stato affascinato dall’idea del mostro”; “Il primo romanzo lo finii a nove anni”; “Ho iniziato a frequentare gli incontri di boxe… mi sono fabbricato una sorta di filosofia della boxe, eliminando tutto l’aspetto sanguinario e crudele”. Cortàzar pareva il mio omologo, ben più geniale. L’amica di mia cugina mi prestò un libro. Tanto amore per Glenda. Stampava Guanda. Restai sbalordito. Allora… si poteva scrivere così! Esempio. Il racconto Anello di Moebius. Incipit. “Perché no, forse basterebbe proporselo come avrebbe poi fatto lei con tutte le sue forze, e si riuscirebbe a vederla, a sentirla altrettanto nitidamente come lei si vedeva e si sentiva mentre pedalava in mezzo al bosco nella mattina ancora fresca, seguendo sentieri avvolti nella penombra delle felci, in un angolo della Dordogna…”. E avanti. Cortàzar sapeva dare il senso del caos e dare ordine al caos, pigliava il magma della vita per farne un affresco. Prima vedevi solo una caviglia, poi, magicamente, ti appariva l’intero Giudizio Universale. A 15 anni misi insieme 100.000 lire dell’epoca per comprarmi il volume Einaudi-Gallimard – di marmorea bellezza – che radunava tutti I racconti di Cortàzar. Fu il tempo di tornare in Biblioteca. Mio padre, prima di morire, ne era stato il direttore. Era mio diritto. Sfilai Il gioco del mondo. La costa mi voleva. Fu un bacio appassionato. Che è durato un tot di anni. Poi, i grandi amori bibliografici appassiscono. Poco importa. Sintesi. Cechov è inimitabile, Hemingway è bravissimo, Borges è un genio. Eppure, è Cortàzar ad aver redatto una specie di enciclopedia per lo scrittore di racconti. Cortàzar è il Picasso del racconto. Ha scritto ogni sorta di racconto immaginabile, Cortàzar, anche capovolto. Libri come Bestiario, Storie di cronopios e di famas, Un tal Lucas sono miliari. Nel 1980, già saturo di gloria, Cortàzar tiene un corso all’Università di Berkeley, California. Cortàzar è molto ben tradotto in Italia e il libro è passato per le nostre sponde, via Einaudi, nel 2014, come Lezioni di letteratura. Cortazar libroQuest’anno l’editore New Direction pubblica quelle lezioni nel luogo dove sono state pensate, gli Usa, come Literature Class. Improvvisamente è tornata negli Usa la mania di Cortàzar, riconosciuto maestro di scrittura. Tra i tanti articoli oltreoceano, quello del New Yorker (qui) fa leva sul più atavico dei problemi: come si insegna la scrittura? La domandina va bene anche posta alle nostre latitudini, visto che le scuole di scrittura sorgono come funghi nocivi – ma non dovrebbero insegnare a scrivere le Università, ma perché le Università italiane non arruolano scrittori e poeti per la bisogna? Semplicemente, insegnare a scrivere – a meno che non sei un maestro elementare – è impossibile, elementare Watson. Cortàzar, dopo le preliminari ammissioni – “non sono uno sistematico, non sono un critico, non sono un ideologo”, “per me ‘letteratura’ e ‘vita’ sono la stessa cosa” – afferma, “una risposta è poco importante, è importante vivere intensamente la domanda”. La letteratura non è il luogo delle risposte, l’Eden delle certezze; è rischio, supremo, solare. “Ho sempre scritto senza la reale consapevolezza del perché scrivessi” scrive lui. Mandando all’aria i piani di tranquillità quinquennale degli scrittori che per vivere insegnano scrittura, degli scrittori fatti con lo stampino, il marchio di fabbrica della banalità. Ogni scrittura, al contrario, mette in questione tutto. Intanto, la sanità mentale dello scrittore.