Ballare nel fondo di una piscina, mentre il mondo è in fiamme. Sul talento di Julie Gautier, un verso di Valéry, il genio di Ezio Bosso, Marcel Proust e l’agente di Minneapolis

Posted on Giugno 06, 2020, 11:49 am
9 mins

Il video è del 2018, la piscina – termale, da primato – è stata inaugurata nel 2014. La novità – mi dico – è stata la morte del compositore, per questo motivo il video sarà tornato a circolare, a scalare i ranking, perciò durante una sera qualsiasi l’ho visto. In realtà me l’hanno mostrato. Ne ho visto un frammento. Poi l’ho voluto rivedere, tutto. E rivedere ancora. L’ho rivisto pochi minuti fa. Lo rivedrò. Il compositore è Ezio Bosso, morto il 15 maggio del 2020: perché la malattia neurodegenerativa si è aggravata, perché il cancro cerebrale è ritornato. La composizione è Rain, in Your Black Eyes del 2016; durata: 11 minuti e 24 secondi. La piscina è la Y-40, è a Montegrotto Terme, profondità massima 42 metri. Il video è AMA, di Julie Gautier, dedicato a tutte le donne; durata 6 minuti e 37. Sei minuti e trentasette in apnea in più di quattromila metri cubi di acqua nella piscina termale più profonda del mondo. In ogni storia che viene raccontata puoi ascoltarci una storia a modo tuo.  “Me la immagino così – mi sono detto, una delle volte del riascolto – la camera in cui Marcel Proust ha scritto e riscritto senza riuscire a completarlo il suo Alla ricerca del tempo perduto”. Non gli era bastato il tempo. Proust morì di bronchite curata male.

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Julie Gautier è filmaker, apneista e ballerina. Nell’intervista reperibile online di Giannarita Martina, a domanda risponde: la madre era insegnante di danza, il padre un pescatore subacqueo, unire le due cose le è riuscito spontaneo, come fosse una conseguenza logica. Se la madre fosse stata una suonatrice d’arpa e il padre fantino? La mamma scultrice e il padre astronauta? Mamma poetessa e papà inventore di armi di distruzione di massa? A curare la coreografia dello short film AMA è stata Ophélie Longuet. La Longuet è morta in un incidente stradale nel luglio del 2018: nei pressi di Avignone un camion invade la corsia opposta, prende fuoco, coinvolge nell’incidente due auto: in una ci sono Ophélie Longuet e il compagno; il compagno è trasportato in condizioni gravi nell’ospedale di Marsiglia. Nell’altra auto altre due persone, di cui una incinta, morte entrambe, quindi a fare bene i calcoli nella seconda auto i morti sono stati tre. Il video AMA comincia con una donna dall’incarnato chiaro in un abitino nero, su un fondo nero attraversato dai proiettili bianchi di una pioggia dura, sassosa. Piove anche adesso mentre scelgo le parole per dire la pioggia in apertura del video AMA: che beffarda questa pioggia avvisata dalle previsioni meteo per il ponte del Due Giugno, Festa della Repubblica che ha perso il conto, l’ultimo ponte prima della fine della quarantena da Covid-19 che per due mesi ci ha prelevato e portato tutti sul fondo della piscina Y-40, in apnea. Come pesci rossi in una boccia di cemento.

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Lo stupore non è per come Julie sia finita sul fondo ma per come riesca a restarci: come si fa a cadere e a battere col capo a terra mentre si è immersi nell’acqua? Lentamente, come negli incubi, come nei ricordi più sadici. Sai che per girare le scene Julie non ha potuto fare tutto da sola: ci saranno stati almeno un paio di cameraman subacquei a riprenderla. Erano con lei nella piscina. La Y-40 sarà stata l’ideale per la volumetria, la danza in apnea non si è svolta nel pozzo di profondità, quello che raggiunge i quarantadue metri, di sei metri di diametro; è avvenuta nella vasca con profondità dieci metri. Vuoi sperare che i cameraman abbiano una piccola bombola portatile con boccaglio da porgerle se Julie facesse un segno che intendesse: “Ehi, sono a corto di fiato”. Il fondo della piscina è un luminoso cimitero sottomarino: nei movimenti di Julie c’è pace e c’è agonia. L’armonia dei naufragi. Per Julie Gautier AMA è una storia sul dolore. Il dolore è nitido e muto. Il dolore accade in una bolla: visto da fuori è dignità e commozione, ma non vuoi entrarci dentro. Entrarci dentro significa entrare sott’acqua e bruciare presto le riserve d’ossigeno. Significa andare a fuoco in una prigione di pioggia.

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Piuttosto che entrare nella bolla preferisco la Y-40 esploda, come una diga franata: quattromila e passa metri cubi d’acqua a inondare il comune di Montegrotto Terme, rovinando il turismo locale, come non bastasse il come sta già andando, con le mie scuse agli ospiti dell’albergo al cui interno è stata costruita la piscina termale più profonda al mondo. Al quindicesimo secondo del quinto minuto del video AMA dalla bocca di Julie Gautier che è in ascensione verso la superficie dell’acqua – ma non la raggiungerà, non la attraverserà di nuovo –  si forma una bolla: è la bolla del suo respiro. Ci sarà come una esplosione di ossigeno. Un piccolo fungo atomico di aria sprigionata: sarà quell’aria a superare il confine, a infrangere il limite tra l’aria di sopra e l’acqua di sotto. La bolla dalla bocca di Julie s’ingrandisce fino a cancellarle il volto come in uno dei quadri scuoiati di Nicola Samorì.

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Guardando il video AMA di Julie Gautier mi è mancata l’aria. “Non riesco a respirare.” Dev’essere stato per l’ammanco momentaneo di ossigeno, per un fenomeno di apnea mentale, un sintomo da stress postquarantena, che la protagonista del video per alcuni secondi si è trasformata davanti ai miei occhi: non era più una donna sottile di pelle chiara e abito scuro, il suo corpo si è gonfiato, ingigantito, come la bolla che verso il finale del video le trasformerà il volto: s’ispessiscono braccia e gambe, si allargano le spalle e la schiena, non è più stata una donna bianca in abito nero a trovarsi sul fondo della piscina termale più profonda del mondo ma un uomo nero con dei pantaloncini e una canotta bianca, un corpo diverso ma vulnerabile lo stesso, schiacciato al suolo dalla massa d’acqua color divisa agente di Minneapolis. Perché non balli? Gli chiedo: Non ti arrivano le note di Rain, in Your Black Eyes? Ricordati del Cimitero Marino di Valéry, era il 1920, ricordi quei versi? Si alza il vento!…/ Bisogna vivere? Forza, non fare il pagliaccio, Mister Chocolat tirati su e rispetta la coreografia di Ophélie Longuet!

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L’autosuggestione è andata avanti, ormai non eravamo più nella vasca dei dieci metri, eravamo nel pozzo da quarantadue, e m’è parso di vedere le labbra del grande uomo nero muoversi a fatica, soffocate, citando quella frase del Sodoma e Gomorra di Proust, del 1921, che fa l’oscurità stava crescendo, e il vento, che suona come il cupo e disilluso controcanto ai versi di Valéry. Ma cosa fanno i cameraman subacquei? Perché continuano a riprendere invece di soccorrerlo, di attaccarlo al boccaglio della piccola bombola d’ossigeno tenuta in serbo in caso di emergenza per Julie? Non l’hanno capito che non respira, che sta soffocando? Non vedono come vedo io che quell’uomo sta andando a fuoco? Non si accorgono che la piscina più profonda del mondo è in fiamme? Che sta bruciando tutto? Fine della musica, fine dell’incanto opera di qualche crudele sirena. Fuori piove ma smetterà presto.

Antonio Coda