“Avete marciato attraverso il bagliore di un eroismo interiore”. James Joyce, a 19 anni, scrive a Henrik Ibsen, il suo maestro

Posted on Luglio 04, 2020, 8:31 am
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In quegli anni, Joyce leggeva, con eguale entusiasmo, Tommaso d’Aquino e Henrik Ibsen: da un lato l’uomo che organizzava la vita di quaggiù in funzione di quella di lassù, dall’altra il drammaturgo che squarciava la finzione della vita borghese, mostrando la lebbra esistenziale. Iscritto all’University College di Dublino nel 1898, Joyce, diciottenne, scrive il primo testo importante sulla “Fortnightly Review”, rivista inglese di una qualche importanza, che qualche anno prima aveva pubblicato la prefazione al “Picture of Dorian Gray” di Oscar Wilde. Si tratta, firmata Joyce, di una recensione a “Quando noi morti ci risvegliamo”, lavoro terminale di Ibsen. Il drammaturgo norvegese si stupì e volle complimentarsi con quello studente di talento. Joyce è agli esordi: nel 1901 scriverà il saggio “The Day of the Rabblement”, l’anno dopo atterra a Parigi, nel 1904 sarà il tempo di “A Portrait of the Artist”. In questa lettera, Joyce fa gli auguri al grande Ibsen: la paralisi lo aveva falciato l’anno prima, morirà a Kristiania nel 1906, ha fatto in tempo a ‘battezzare’ lo scrittore più estremo e rivoluzionario del nuovo secolo.

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A Henrik Ibsen
marzo 1901

8 Royal Terrace, Fairfield, Dublino

Onorato signore,

Vi scrivo per porgervi i miei auguri per il vostro settantatreesimo compleanno e per unire la mia voce a quella di tutti i vostri amici di ogni paese. Forse ricorderete che a breve distanza dalla pubblicazione della vostra ultima opera, Quando noi morti ci risvegliamo, un commento di ammirazione, firmato da me, è apparso in una rivista inglese, The Fortnightly Review. So che l’avete visto poiché poco tempo dopo Mr William Archer mi scrisse che in una lettera di alcuni giorni prima gli scriveste: “Ho letto, o meglio, decifrato una recensione davvero magnanima del signor James Joyce in The Fortnightly Review e per cui vorrei caldamente ringraziare l’autore, se solo avessi una conoscenza sufficiente della sua lingua”.(Anche la mia conoscenza della vostra lingua non è ottima, come potete vedere, ma confido che sarete in grado di comprendere ciò che intendo). Riesco a malapena a esprimere quanto il vostro messaggio mi abbia emozionato. Sono giovane, molto giovane, e forse il confidarvi tali scherzi dei nervi vi farà sorridere. Tuttavia sono certo che se ripercorreste la vostra vita e pensaste al tempo in cui foste uno studente universitario quale sono io, e se consideraste il significato che avrebbe avuto per voi essersi guadagnato una parola da chi tenevate in così alta stima come quella in cui io tengo voi, capireste il mio stato d’animo. Ho solo un rammarico, ovvero che sia stato proprio un articolo immaturo e frettoloso a giungere ai vostri occhi, invece di qualcosa di meglio e più degno del vostro elogio. Sebbene non vi siano scritte sciocchezze intenzionali, proprio non riesco a dire altro. Potrebbe infastidirvi vedere la vostra opera alla mercé di fanciulli, ma sono certo che preferiate persino l’impetuosità ai paradossi fiacchi e “acculturati”.

Che altro posso dire? Con insolenza ho fatto risuonare il vostro nome all’interno di un’università in cui era ignoto o solo vagamente e oscuramente conosciuto. Ho rivendicato il posto che vi spetta di diritto nella storia del teatro. Ho mostrato quella che, a mio parere, è la vostra suprema eccellenza: il vostro superbo e impersonale potere. I vostri prestigi secondari, la vostra satira, la vostra tecnica e armonia d’orchestra, anche questi ho esibito. Non mi pensate come un idolatra, non lo sono. E ogni qualvolta parlassi di voi, nei gruppi di dibattito e così via, ho sempre richiamato l’attenzione senza futili farneticazioni.

Tuttavia le cose più care le custodiamo solo per noi stessi. Non ho detto loro quello che più mi vincola a voi. Non ho detto come ciò che ho potuto debolmente discernere della vostra vita sia stato per me motivo di orgoglio, come le vostre battaglie mi abbiano ispirato; non le palesi battaglie, ma quelle che avete combattuto e vinto dentro la vostra mente, come la vostra ostinata risoluzione di ghermire il significato della vita mi abbia dato coraggio, e come nella vostra assoluta indifferenza ai canoni pubblici dell’arte, agli amici e alle parole d’ordine, abbiate marciato attraverso il bagliore di un eroismo interiore. Ed è questo ciò che vi scrivo di adesso. La vostra opera sulla terra volge al termine e siete prossimo al silenzio. Stanno calando le tenebre su di voi. Queste sono parole che molti scrivono, tuttavia loro non sanno. Voi non avete che aperto la via, sebbene non avreste potuto arrivare più lontano di quanto abbiate fatto, fino all’epilogo di John Gabriel Borkman e la sua verità spirituale, poiché la vostra ultima sceneggiatura, a mio parere, si eleva. Ma sono certo che una ancor più alta e sacra illuminazione attenda – oltre.

Quale esponente della nuova generazione, a nome di cui avete parlato, vi porgo i miei omaggi – non con umiltà, perché io sono ignoto e voi illustre, non con tristezza perché voi siete vecchio e io giovane, non con presunzione, non con sentimentalismo – ma con gioia, con speranza e con affetto, vi porgo i miei omaggi.

Sempre vostro,

James A. Joyce

*Da Letters of James Joyce di James, Joyce Richard Ellmann, Stuart Gilbert, New York, Viking Press, 1957; 1966. La traduzione italiana è di Valentina Gambino