“Lo sprofondamento verso il punto zero dell’esistenza”: dialogo con Jonathan Bazzi, il vincitore (morale) del Premio Strega

Posted on Luglio 01, 2020, 8:19 am
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Outsider al Premio Strega, tanto da mutare la tradizionale cinquina in sestina, Febbre di Jonahan Bazzi, edito da Fandango, è tra i finalisti di quest’anno il testo che sta più incuriosendo e affascinando il mondo letterario. Dichiaratamente autobiografico, se ne è parlato come di un libro sull’omosessualità e sulla sieropositività, in realtà è molto altro e molto di più.

È uno spaccato sociale, con l’efficace ambientazione nella periferia milanese di Rozzano, un quartiere popolare con tutto il suo carico di violenza, ignoranza, mancanza di futuro. È un libro sull’infanzia, ferita, negata, manipolata, narrata con finezza psicologica rara, fin dalla dedica, “ai bambini invisibili”. È un libro sulla diversità, su quello “stress da minoranza” ben conosciuto da chiunque non corrisponda alle aspettative dell’ambiente in cui vive, si tratti della preferenza di un maschio per i giochi “da femmina” o anche solo di una particolare sensibilità nel percepire l’altro. Ma soprattutto è un libro sulla ricerca di sé – l’orientamento sessuale ma anche le proprie passioni, i propri talenti – e sul desiderio di amore e accettazione che tutti ci accomuna.

La febbre del titolo è quella febbricola tenace e logorante che accompagna il protagonista poco prima della scoperta della sua sieropositività, e nel lettore si ribalta in positivo divenendo un febbrile desiderio di proseguire nella lettura, complice uno stile vivace e tagliente, che sa accarezzare il lettore così come prenderlo a pugni. Non è un libro buonista, forse nemmeno buono: Bazzi non fa sconti, né alla realtà né a sé stesso, e sa stare nudo in pubblico, come ogni vero scrittore dovrebbe fare. Alla vigilia dell’importante finale del 2 luglio, possiamo conoscerlo meglio in questo dialogo.

Tra i candidati allo Strega il tuo libro è stato il primo a invogliarmi alla lettura, e già questa è una grande dote, anzi, è la dote primaria e irrinunciabile. Poi è scritto con stile moderno, veloce e avvincente, tanto da spingere il lettore a girare pagina senza annoiarsi, e questa è la seconda dote. Della terza ti accorgi solo alla fine, cioè se ti ha lasciato qualcosa o se è stato tempo sprecato. Per quanto mi riguarda, trovo che questo romanzo sia un’altalena di emozioni, e possa a tratti diventare quasi un manuale di autoaiuto, non solo per chi sia affetto dall’HIV, ma da qualsiasi malattia, o anche e soprattutto da nessuna malattia, ma da quella che tu stesso chiami “la ferita dei non amati”, come da titolo del saggio di Peter Schellenbaum. Qual è la definizione del tuo libro che ti è piaciuta di più, da parte di un qualsiasi critico o semplice lettore?

Devo confessare di non essere un gran collezionista: trattengo poco, pochissimo. Leggo, apprezzo o mi esalto, ma vado subito avanti, dimentico. Però la motivazione con cui Teresa Ciabatti mi ha presentato allo Strega resta uno dei regali più belli di questa avventura: «Febbre di Jonathan Bazzi è un romanzo che testimonia un presente che è già futuro prossimo. Questa è una storia del tempo nuovo: perché il fuoco è sorprendentemente altrove rispetto a dove è stato messo fin qui da letteratura e senso comune. Esula dai giudizi e sposta il baricentro sull’accettazione delle fragilità. Una lingua contaminata – la lingua di una periferia dove si parla un pidgin febbrile di milanese, napoletano, pugliese e siciliano – a tratti interrotta, a tratti fluida, distorce, denuncia, svela, innalza e abbassa la soglia della gioia. Così il protagonista, creatura in divenire, non cerca un’identità, o almeno non nelle categorie esistenti, ma ne inventa una sua personale in cui si ama su internet (“usatemi per studiare il cuore del nuovo millennio, quello che prima s’innamora e poi ti vede in faccia”), in cui si può essere tutto, felicemente tutto: colto, balbuziente, emotivo, gay, ironico e anche sieropositivo. L’Orlando di Virginia Woolf qui si condensa, e trova realizzazione in pochi anni. Non servono più secoli».

Già nelle prime pagine dai una definizione della malattia che è a mio parere illuminante. “Per ogni malato la sua condizione è un evento assoluto. L’enigma che dovrebbe fermare il corso del tempo, la vita degli altri. La malattia recinta, scinde, confina chi ne è portatore in una sfera a parte – egoista, impaurita – lo riporta nell’io-me primordiale che non vede altro che se stesso”. Mi torna in mente quando Nadia Toffa suscitò polemiche per aver definito il cancro, “un dono”. Premesso che ogni essere umano ha tutto il diritto di parlare della propria malattia nel modo che sente e che preferisce, nel tuo caso ritieni che la scoperta della sieropositività ti abbia reso più egoista o più generoso? Migliore o peggiore, o soltanto diverso?

I primi sei mesi del 2016 hanno costituito per me un tracollo completo, lo sprofondamento verso il punto zero dell’esistenza. Sicuramente il punto più basso mai raggiunto. Ho cercato di raccontarlo in questo libro ma credo di essere riuscito a rievocare solo alcuni aspetti di quelle settimane misteriose e dolorosissime. Forse la diagnosi, e tutto ciò che ne è conseguito, mi hanno reso più stabile, quieto, terreno: prima ero in balia di molti, troppi stimoli e interessi. Prendevo e mollavo, in modo bulimico, saltando da un proposito all’altro. Credo di essere diventato un po’ meno reattivo, frugale. Ho sviluppato un ritmo generale più lento. So sostare di più, insistere di più.

Grande importanza nel tuo libro ha l’ambientazione, prima nella provincia, nel quartiere popolare di Rozzano, dove sei cresciuto, e poi a Milano, dove hai studiato. Ho trovato la parte su Rozzano, che definisci “una specie di Sud senza il calore del Sud”, particolarmente interessante e ben riuscita, per come hai saputo descrivere il variegato campionario umano, la “voglia di ringhiare e menare le mani” che non passa mai del tutto. A un certo punto dici “nonostante i miei sforzi, Rozzano mi raggiungerà sempre e mi riporterà a casa”. Ora che sei arrivato alla finale del premio Strega, dovrebbe essere ben distanziato questo inseguitore, oppure no?

Da un certo punto di vista dovrebbe essere così, ma dall’altro Rozzano non è davvero un inseguitore. Rozzano è in me, sono io. È la mia parte inadeguata, assediata, in allerta. E in questo senso non è tanto distanziabile, accompagna sempre il resto della mia identità, le altre parti – più decorose, funzionali – di me. Rozzano è insieme un motore e un’ancora: mi spinge ad andare minacciando però sempre al contempo di riportarmi giù in basso. Una presenza contraddittoria, ambivalente, che mi impedisce di appartenere, di far davvero parte di qualcosa. Uno scarto, un solco. Un glitch.

“Tuo padre la colpa, tuo padre il colpevole. Cresco all’ombra di questo giudizio unilaterale, cresco con la paura di essere come lui”. Nel libro emerge la figura di un padre assente, inaffidabile, narcisista, e di una madre affettuosa ma a tratti anche dura e autoritaria. Sicuramente saprai che questo è uno dei pilastri delle teorie, o forse dei luoghi comuni, sull’origine psicologica dell’omosessualità. Cosa accogli e cosa respingi di queste teorie? Credi che l’ambiente e la storia familiare possano influenzare l’orientamento sessuale?

Non lo so, forse propendo più per l’origine genetica. Dal punto di vista dell’appartenenza di genere (gusti estetici, preferenze, interessi) io ero non conforme già a due-tre anni. Trovo poi interessante come queste teorie si concentrino sempre sull’omosessualità maschile. La verità è che quel tipo di scenario – padre assente, madre autoritaria – è molto diffuso, più diffuso dell’omosessualità. Quindi tracciare linee rette di collegamento mi pare impossibile. In generale il tema delle “cause” dell’orientamento sessuale non mi appassiona granché, e poi oggi gli orientamenti sessuali sono sempre di più: pansessuali, polisessuali, demisessuali, asessuali… Questo spariglia le carte. La prospettiva binaria è insufficiente.

Dici di Rozzano: “Nel posto in cui sono cresciuto le cose sono chiare: i maschi sono fatti in un modo – motorino, calcio, figa – le femmine in un altro. Si sta da una parte oppure dall’altra. Servono certezze, non c’è spazio per le sfumature”. Poi invece di Milano, dove andrai alle scuole superiori, dici “Questa è Milano. Essere queer va di moda, certe mie compagne sono lesbiche solo per una stagione. Gli etero decisi – non possibilisti – sono la minoranza”. Trovo che in questi due passaggi tu abbia descritto perfettamente la spaccatura che sta avvenendo, a mio parere, in Italia sia nei confronti del mondo LGBT che del tema delle minoranze in generale. Un’élite intellettuale che come una scheggia va avanti a mio parere anche troppo – penso alla volontà di abolire il maschile e il femminile nel linguaggio tramite asterischi o in certi atti censori di film e serie tv in seguito all’omicidio di George Floyd, addirittura l’abolizione della parola “bianco” da alcuni prodotti – mentre vaste aree di popolazione, nelle zone provinciali e popolari ma non solo, non riescono a stare al passo e rimangono molto arretrate, immerse nei pregiudizi. Qual è la tua posizione rispetto a questo tema?

È un punto interessante, a cui penso spesso. Ritengo che un ruolo centrale sia giocato dai social: sui social la sensibilità è ormai intensissima, ci sono tanti attivisti che producono contenuti e presidiano con competenza e passione questi temi. Sui social si condivide una prospettiva, e ci si abitua a essa. Poi c’è la vita reale, la strada, gli uffici, le scuole, le liti al semaforo, i commenti tra gli adolescenti. E lì le cose vanno diversamente. Non dico che non ci sia interscambio, comunicazione, ma i discorsi sono altri, le parole che si usano sono spesso altre. Tutto è meno ponderato, controllato, teorico, astratto. Per questo, ad esempio, trovo un po’ sciocco dire che oggi vige il politicamente corretto, che “non si può più dire nulla”, che siamo diventati tutti moralizzatori, preti. Là fuori, nel mondo, molto, troppo è ancora lecito, in qualche caso dolorosamente, tragicamente lecito. Semmai il punto è riuscire a immaginare strumenti nuovi che leghino la militanza virtuale e il mondo dei corpi e delle relazioni concrete. O forse è solo questione di tempo.

Grazie a certi improbabili parenti e vicini di casa la tua infanzia assume anche elementi superstiziosi e arcaici, parli spesso della paura, paura dei bulli, delle urla, delle botte, ma anche di sgabuzzini e cantine in cui si può finire rinchiusi, di specchi che si rompono e portano anni di guai, di zingari, streghe, uomini neri. Paura che però non è sempre negativa, è anche fascinazione per l’ignoto, avventura. Qual è il tuo rapporto con la paura e che cosa ti fa paura oggi?

È un elemento con cui sono in confidenza, ho avuto e ho paura di molte cose. Ma come dici tu paura non è solo una cosa negativa: spesso la paura è un presupposto dei miei obiettivi, dei miei sogni. Per esempio, amo parlare, raccontare oralmente, e sono balbuziente. Bene e male si mischiano. Il desiderio si intreccia al terrore. Credo che la paura di per sé alla fine sia neutra, ovvero che abbia capacità mimetiche, camaleontiche: sa modularsi in più sensi, contaminarsi con tutto, cambiare di segno. Può essere paralisi nera o tremore per una gioia troppo grande. E senza paura non ci potrebbe essere cura, di sé e degli altri. Non ci sarebbero il soccorso e l’autoconservazione.

Ho trovato molto interessante la parte in cui parli del tuo nome, Jonathan, che forse esprime proprio quel desiderio di evasione tipico dei quartieri popolari. “Ambrogio Fogar, Jonathan – Dimensione avventura. Prendo il nome da una trasmissione sulla natura e gli sport estremi condotta da uno finito male”. E ancora “I nostri avatar per somma o sottrazione ci determinano. I nomi mancati di un figlio, la sua storia già iniziata prima di venire al mondo. Le aspettative, i sogni degli altri, la prima missione che ci hanno affidato”. Ho sempre avuto un pensiero analogo su tutti quelli che come me hanno il nome simile al cognome, una sorta di patronimico: come se ci fosse la volontà di estendere il nome familiare, che rappresenta il passato e le radici, sul nome proprio, che rappresenta il futuro e il sé. Una volontà quindi di appartenenza ma anche di possesso, controllo. Davvero interessante quindi la tua teoria! Ritieni di aver oggi portato a compimento quella missione avventurosa che ti è stata affidata nel nome?

Mi piace pensare, sì, che nel nome che mi è stato dato ci fosse una sorta di investitura, di vocazione seminale. Portata a compimento, no, direi che è prematuro. Mi sento sempre in bilico, sul punto di ricadere nella fossa del fallimento. Però quello che mi è successo finora credo presenti dei tratti di sproporzione, di irregolarità, soprattutto tra me e il mio ambiente di provenienza. La scelta del nome la colloco esattamente in quella tensione lì, nella tensione tra radici e orizzonte, fondamenta e sviluppo. Non certo attribuendole un potere causale, ma ipotizzando che sia stata il segno di qualcosa di sotterraneo, e che mi sta alle spalle, mi precede. Qualcosa che ha a che fare con le persone e le famiglie da cui provengo.

Parli così della tua balbuzie, problema oggi da te superato: “Scelgo le parole al momento, sulla base di quelle che riesco a pronunciare. Per questo ami cantare, mi ha detto una volta un’insegnante di Kundalini. È il tuo quinto chakra, quello della gola. Hai bisogno di liberarlo. Non è carente: è sovreccitato, affollato”. Potrebbe venire proprio da quel sovraffollamento di parole la tua abilità scrittoria?

Abilità non lo so, bisogno di usare le parole per stare nel mondo, abitarlo, di sicuro sì. Tutto questo libro alla fine è un po’ una scommessa sul potere delle parole, sulla possibilità di usarle come abiti, medicamenti, catalizzatori, armi. La forma d’azione che, negli anni, ho scoperto essere l’unica davvero alla mia portata è quella linguistica. Usando il linguaggio ho cercato di trasformare la condizione di agente passivo in quella di agente attivo o creativo. Febbre per me è un atto, una serie di atti, fa cose. In questo senso molto centrifugo, diretto verso l’esterno. Assai poco “ombelicale”, come va di moda definire le scritture che usano materiale autobiografico.

Dici in più punti del libro che ti sono simpatiche le streghe, e ora ce n’è una molto importante che ti aspetta! Hai affermato in un’intervista che preferiresti non vincere il premio Strega, che lo troveresti eccessivo. Però nel libro, quando parli dei tuoi successi scolastici, affermi “meno del massimo mai”, per una sorta di ansia da perfezione. Ha forse a che fare con la paura di questa perfezione, la tua speranza di non arrivare primo, o semplicemente è un atto di modestia nei confronti dei concorrenti più “anziani”? In ogni caso, ti faccio i miei migliori auguri.

Da una parte si tratta solo di quel po’ di senso di realtà che ancora mi resta, dall’altra credo che vincere lo Strega col primo libro possa davvero essere anche un’insidia, un ingombro. Psicologicamente, emotivamente. Dal punto di vista creativo. Non dico che lo Strega vada assegnato necessariamente come premio alla carriera, ma lo vedo più come un traguardo intermedio. Partire dalla vittoria del premio più importante in Italia alla lunga potrebbe inaridire o bloccare, inibire qualcosa. In ogni caso, dovesse accadere l’impossibile, ovviamente sarebbe bellissimo.

Viviana Viviani

Editing di Luisa Baron