Ecco perché dobbiamo ricominciare a leggere quel porco di John Updike. Per David Foster Wallace era il “Magnifico Narcisista”

Posted on Luglio 19, 2019, 10:05 am
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Che fesso che sono. Ancora non ho imparato che il titolo di un articolo potrebbe dire il vero: prendete ad esempio questo pezzo del supplemento di Times. “Diamogli quel che si merita” certo è ambiguo. Il sottotitolo però è lampante: “Claire Lowdon ci illustra perché dobbiamo continuare a leggere Updike”.

Un autore sferzante, John Updike, che fu allievo di Nabokov negli Stati Uniti e ha prodotto romanzi in quantità torrentizia. Com’è come non è, oggi Updike vien letto poco. Anche nel mondo anglofono.

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Claire Lowdon che firma il pezzo per il “TLS” potrebbe essere una mia coetanea, è una che si smazza nel contesto editoriale e giornalistico londinese. Il suo articolo obbedisce alla legge aurea e triviale del “chi disprezza compra”.

Perché la Lowdon ti impegna per una mezz’ora e ti illustra come nei suoi maggiori lavori romanzeschi Updike, classe 1932, fosse un becero maschilista. Punto per punto, citazione dopo citazione.

Discutere di sessismo è ormai un totem: almeno, se lo fate in inglese. Ma provate a farlo in lingua italiana e vi prenderanno per gnorri. Va bene, vi compiangeranno, ancora a parlare di guerre, guerriciole e balle varie tra sessi e tra generi? Ma se lo fate siete degli indifferenti o peggio ancora – degli sciocchi.

Il sottinteso è che non c’è bisogno di parlarne da noi in Italia perché siamo troppo pudici in confronto ai liberi (e alle libere!) anglosassoni.

Proverò a dimostrare il contrario.

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La Lowdon si è studiata per bene tutto Updike e spulcia nei vari rmanzi Corri, coniglio (1960), Il centauro (1963) e altri testi che non occorre enumerare. Altrimenti facciamo il suo gioco. Meglio lasciar parlare i testi.

Guardate che racconto scriveva nel 2008, a 76 anni, quel vecchio laido di Updike. S’intitola Bicchiere pieno: “Ripensando al passato, nel tentativo di individuare nella mia esistenza altri momenti dominati dalla sensazione del bicchiere pieno, mi si riaffaccia alla memoria un episodio avvenuto a Passaic, nel New Jersey. Ero là per un giorno di vacanza rubata, con una donna che non era mia moglie, ma la moglie di qualcun altro, sebbene anch’io avessi una legittima consorte, e la particolare pienezza di tali circostanze rischiava di traboccare e riversarsi oltre il bordo. Allora però ero abbastanza giovane da vivere nel presente, convinto che il mondo mi dovesse la mia quota di felicità. (…) A un certo punto della giornata saremo andati a letto, ma sono altre le cose che mi sono rimaste impresse nella memoria: lo stare vicino a lei nell’abitacolo dell’automobile, orgogliosamente conscio dei suoi capelli opulenti, del suo ampio sorriso e dei suoi fianchi larghi”.

Viscido, ne siamo sicuri? Intanto, leggete il racconto nell’originale, qui, o in traduzione italiana con Guanda, nella raccolta Le lacrime di mio padre tradotta da Federica Oddera nel 2010.

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La Lowdon ha ragioni da vendere nel proclamare il sessismo e la brutalità di Updike, ma è di un candore santo e idiota quando rivela, a fine articolo, che “in quanto donna, preferisco essere guardata da Updike piuttosto che sentirmi la lezioncina di Wallace”.

Già, Wallace: povero grullo. La Lowdon segue il sentiero di una recensione acre e matura di Wallace, provetto lettore che nel 1997 sbeffeggiò il vecchio Updike chiamandolo lo scrittore per i “grossi maschi narcisisti”. Il pezzo di David Foster Wallace è puntuale e va letto qui.

Morale della favola: scegliete voi che leggere, se Updike, Lowdon o Wallace. Ma non lasciatevi influenzare troppo…

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Qui vorrei aprire una parentesi perché, in un certo senso, come si fa all’amore in inglese non è lo stesso che in Italia. Cosa voglio dire: proviamo a fare l’esperimento che la Lowdon ha compiuto sul sessista Updike trasportandoci nei territori ameni degli scrittori italiani. Uno che era ossessionato dalla lotta tra sessi, e forse per questo oggi gode di poca fama, era Cesare Pavese. Al di là delle citazioni minchione che di lui fanno le librerie Feltrinelli sui loro muri biancorossi, Pavese rimane un interdetto. Toccate il suo diario Il mestiere di vivere e vedete come uscite graffiati da quel suo maschilismo cieco. Vi concerà come se voleste tenere chiusa in camera una gatta in calore.

Pavese non ebbe fortuna con le donne. La sua prima fidanzata, Tina Pizzardo, si rifece una vita dopo che lui fu spedito in esilio dal fascismo. Tra i vari amanti che la super-Tina si ripassò c’era anche Altiero Spinelli. Ora, Spinelli era un alfa, un chad, chiamatelo come vi pare. Prendete quella pagina del suo diario (stampava il Mulino) dove stende una nota lunghissima sull’amore e poi descrive una scena, bellissima, in Capannina a Forte dei Marmi dove lui è l’unico che fa ballare la propria donna alla “vecchia” maniera e non alla nuova (con i due separati e distanti), mentre le altre donne guardano la sua invidiose! Scena da bordello di Buenos Aires: che immaginario.

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Ancora una parola su Spinelli. Il dramma, buffo ma dramma, di tutta la storia, è che lui era il trombante, Pavese l’insicuro, Pizzardo la gaudente: tutti e tre infelici, ma con l’amato Cesare pieno di sensi di colpa e frustrazioni. Sia lode alle femministe, se Pavese fosse vivo troverebbero un avversario alla loro altezza.

Il fatto è che Spinelli era un personaggio dalla personalità veramente controversa.  Fu comunista e poi anticomunista e poi di nuovo comunista ma liberale al tempo stesso e anche anticristiano: un uomo con un fortissimo senso della politica, una visione nichilista del mondo. Uno che voleva le élite al comando. Un egocentrico. Un sognatore. Infine, a quanto sembra, anche un amante focoso. La Pizzardo, del resto, non era da meno. Una donna libera e disinibita, piena di vita e di socialità, volubile, aperta a più relazioni contemporaneamente. Chissà se la Pizzardo era così anche con Pavese: il dubbio è lecito, se la storia deve avere un senso. Perciò tanti uomini (compreso Spinelli che dichiara di amare), ma non Pavese!

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Dal diario di Spinelli. 16 dicembre 1952. Aveva 45 anni, mica 20!

Quale terribile impoverimento religioso e poetico ha causato il cristianesimo facendo scomparire Afrodite e gli altri dei e dee dell’amore. Oggi gli uomini, almeno quelli della civiltà europea, possono sentire il divino in tutta la loro vita morale e intellettuale, in guerra ed in pace, persino in quell’arida cosa che è la politica. Sentire il divino significa sentire come una specie di esaltazione che mette al di sopra di se stessi un qualcosa di eterno nell’atto transeunte che si sta compiendo. Saffo sentiva il divino nella sua passione amorosa. Afrodite e Gongila, la dea e la donna si mescolavano nella sua fantasia, l’amore si sublimava e la dea era presente, ascoltava e parlava. L’eros era un dramma universale. Il cristianesimo ha cacciato Eros dal recinto delle cose sacre, riducendo tutto al rito matrimoniale, che è un rito sociale e non dell’anima. Eros è diventato animalesco, e “l’amore” di cui tanto si parla è diventato una romanticheria sentimentale. Se si pensa quale enorme proporzione nella nostra vita è erotica, come essa compenetra nei modi più impensati il resto delle nostre attività, si comprende bene la grettezza del cristianesimo”.

Mi dico: allora nel resto del diario ci saranno degli ammaestramenti, insomma il canone inverso rispetto ai raschi d’angoscia misogina di Pavese.

Invece. Non trovi mai una punta piccante in tutto Spinelli, anzi: è tutta una tensione sulle tensioni politiche del primo dopoguerra, assai interessante dal punto di vista storico, ma con pochissimi sprazzi di natura filosofica o semplicemente esistenziali. Meravigliosi, in realtà.

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E Updike cos’era? Maschio alfa, chad? Cosa provavano con lui moglie e amanti? Insomma, per dirla con Kundera, Vronkji è riuscito a far godere Anna Karenina? A questo punto non so che senso abbia discettare di cotto e di crudo, sessismo al nord e sessismo abbronzato al sud. Gli stimoli sono quelli, la letteratura è sempre lì a trarre in inganno, a salvare, a sproloquiare. Godetevi questi brani da Bicchiere pieno di Updike. A proposito: la ragione del discettare di Updike è questa: la Library of America ha pubblicato le sue Novels 1959-1965. Insomma, è un classico. tanti inchini.

Andrea Bianchi

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Avvicinandomi agli ottanta, mi capita a volte di vedermi da una certa distanza, come un uomo che conosco, ma non intimamente. Di solito non so che farmene dell’introspezione. Il mio mestiere degli ultimi trent’anni, levigare e lucidare parquet (un’attività svolta da solo, con un camioncino bianco, uno Spartan chevrolet, attrezzato di smerigliatrici elettriche di varie misure, rotoli e dischi di carta abrasiva in tutti i suoi diversi gradi scalati di ruvidità, contenitori da quattro litri pieni di poliuretano e solvente, e pennelli di ogni genere) mi ha abituato a non scavare troppo a fondo. (…)

Ma adesso che sono pensionato (alla lunga la segatura ti riempie i polmoni e i fumi delle sostanze chimiche ti corrodono le cavità nasali, malgrado la mascherina di carta) mi osservo con maggiore attenzione, come voi terreste d’occhio un estraneo che rischia di andare in pezzi da un minuto all’altro. (…)

Un altro momento di pienezza: fin dall’asilo, e poi per tutta la scuola elementare, alle medie e alle superiori, sono stato innamorato di una compagna con cui non parlavo mai. Come biglie in due piste parallele, rotolammo lungo gli anni verso il diploma. Lei era una delle allieve più apprezzate (ragazza pompon, campionessa di hockey, cantante solista alle assemblee studentesche), con molti corteggiatori. Aveva un seno prosperoso sbocciato su un fisico minuto (…) Il granaio dove si svolgeva la festa era più grande di una chiesa, e le balle di fieno autunnale ancora fresco si ammonticchiavano fino al soffitto lungo le pareti della costruzione. Avevo già partecipato a quelle danze con quelle danze con i miei cugini di campagna e ne conoscevo i movimenti: inchinarsi al proprio partner, inchinarsi dalla parte opposta, unire le mani sinistre. Alle donne queste cose piacciono, mi rendo conto ormai vecchio: connessioni e combinazioni, contatto. Mentre la mia compagna s’impratichiva nei passi, la sua vita sottile oscillava sotto le mie dita con l’impatto dinamico di un colpo di tamburo, di una presa di football, di un tiro a canestro che rimbalza sul tabellone. Sentivo i suoi fianchi umidi e la morbidezza sotto la gabbia toracica; avvertivo la tensione al ritmo del ballo. Ho sempre avuto difficoltà a immaginare il sesso in un’ottica femminile, ma un rapporto sessuale deve dare a una donna la sensazione che tutto ruoti intorno a lei. La sensazione di essere al centro di tutto. Forse, se gliel’avessi chiesto, la ragazza di cui ero innamorato sarebbe uscita con me anche prima. Ma questo l’avrebbe fatta emergere nella realtà in misura eccessiva per me. (…)

Le prime volte che andai a letto con la donna sposata a Passaic, feci le fusa. Questo particolare mi era rimasto sepolto nella memoria per anni, ma l’altro giorno mi è tornato in mente mentre tenevo in braccio il gatto di qualcuno. La signora e io ce ne stavamo sdraiati su un ruvido divano rivestito di quel cotone grezzo che un tempo era in voga per gli arredi dei quartieri alti e dopo averla avvolta per bene di me stesso (del mio surrogato genetico, avvolto nelle proteine), giacevo sopra di lei per riposarmi. “Ascolta” le dissi, e posai la gota sulla sua, ancora infiammata dalle vampe dell’amore, per farle ascoltare il lieve suono vibrato di soddisfazione animale che stava producendo la mia gola. Non sapevo di poterlo emettere, ma l’avevo percepito dentro di me, dov’era rimasto ad aspettare che la mia gioia traboccasse a sufficienza per innescarlo. Lei lo udì. I suoi occhi, a pochi centimetri dai miei, brillarono di stupore, e poi la sentii ridere. Ero stato un bambino devoto e ligio al dovere, ma là, in quel momento, compresi che si era spalancato per me il regno in cui la vita raggiunge una compiutezza superiore al bisogno di qualsiasi altra spiegazione, e provai una pace che non mi ha abbandonato del tutto, e che ancora mi porto addosso, a brandelli.

John Updike