John Steinbeck era sadico, schiavizzava la moglie e amava i topi più dei figli. La moda di castrare i titani non ha mai fine…

Posted on settembre 20, 2018, 6:54 am
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Tempismo da avvoltoi. Quando muore, nel 1976, il New York Times, cavalcando il ‘coccodrillo’, la descrive come “scrittrice, cantante, compositrice”. Aveva 58 anni, morì in seguito a una crisi respiratoria, acutizzata dall’asma. In realtà, letterariamente parlando, Gwyndolyn Conger combinò poco. La sua fama si deve al fatto di essere stata la “ex moglie di John Steinbeck”. Ex moglie, per altro, cornificata. E ora, dal passato, la vendetta postuma, atroce.

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John Steinbeck è, insieme a Hemingway e a Faulkner, lo scrittore statunitense più rappresentativo dell’altro secolo. Nobel per la letteratura nel 1962, ha scritto alcuni libri diventati memorabili grazie alla trasposizione cinematografica: Furore, Uomini e topi, La valle dell’Eden (che fu il primo, mitologico film di James Dean). John impalma Gwyn nel 1943, divorzia nel 1948, due anni dopo porta all’altare l’attrice Elaine Scott, che lo sopporta fino alla morte, accaduta nel 1968. Tempismo da avvoltoi. A cinquant’anni esatti dalla morte di Steinbeck viene pubblicato il manoscritto della ex moglie che lo sputtana.

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Evidentemente, tra John e Gwyn non funzionava. Nella Valle dell’Eden, per ammissione dell’autore, la sinuosa Gwyn è l’ispirazione di Cathy Ames, “mostro psichico” dall’“anima deforme”. D’altronde, Gwyn continua a torcersi nell’amore per John firmando un taccuino, ora pubblico come My Life with John Steinbeck, pieno di ingiurie, una autobiografia dell’orrore.

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steinbeckDurante il matrimonio con Gwyn, Steinbeck scrive alcuni dei suoi libri più celebri come Vicolo Cannery e La perla. Lo scrittore, però, per sua natura, è fedifrago e istrione. “Come molto scrittori, aveva diverse vite, in ognuna era vizioso, in ciascuna era un re. Da quando si svegliava a quando andava a letto, io dovevo essere la sua schiava”, ricorda, dall’aldilà, Gwyn. L’amore matrimoniale comincia male (la prima notte di nozze, pare che Steinbeck si dilungasse al telefono con l’amante, la misteriosa “Lady M, con cui aveva abboccamenti almeno tre volte la settimana”), continua peggio. Gwyn dona a Steinbeck due figli, Thomas e John Jr., che per lo scrittore sono un fatale ostacolo alla carriera. “Voglio che muoia, Cristo! Piglierà troppo del tuo tempo del cazzo”. Era il 1946, primo figlio.

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Il libro, costruito intorno a un testo ritrovato in Galles e a un paio di interviste concesse da Gwyn nel 1972 e nel 1975, s’inserisce nel genere ‘castrare il titano’, o meglio, infangare la memoria del ‘classico’. In epoca di #MeToo vampirizzante, la moda è quella, decenni dopo, di dilaniare la fama dei grandi. Resta un piccolo, indiscutibile, dettaglio: Gwyn non ha scritto nulla di importante, Steinbeck è uno scrittore di genio. Sarà sufficiente? Penso di no. Tra poco compileremo le antologie letterarie benedicendo la moralità degli scrittori, misurandone lo scaltro buonismo più che gli attributi estetici. Non si salverà nessuno.

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Quando Gwyn pensa di stordire il lettore medio-borghese, al contrario, eccita la nostra facoltà fantastica. “Non ha mai pianto per me. Non ha mai pianto per i suoi figli. Non ha mai pianto per qualcuno. Ma ha pianto per un topo chiamato Burgess. John era un sadico… avrebbe liberato Burgess in mezzo a un mucchio di invitati, godendo nel sentirli urlare e scappare”. Spietato con gli umani e delicato con i topi. John Steinbeck – scrittore verso il quale non nutro molto affetto narrativo – comincia a starmi simpatico. D’altronde, Gwyn era galvanizzata dal passare il Natale, lo racconta lei, con Robert Capa, Humphrey Bogart, e gli amici altolocati di Steinbeck.

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“Un amore tremendo ci univa. Nessuna parola può esprimerlo. Il mio amore per John era tale che senza esitazioni ho rinunciato a tutto per lui – è stato un errore. Quando John flirtava con altre donne, soffrivo, ma ho accettato, immaginando che ignorasse il dolore che mi arrecava. Infine, il nostro matrimonio ha smarrito ogni identità. Mi ha reso una cosa sottomessa, non ho più potuto cambiarlo. Ho vissuto con lui, con il suo masochismo, con la sua cleptomania, il vizio, il bere, le donne”. Amare è perdersi nel labirinto delle perversioni altrui, fino a scoprire il Minotauro nel proprio amato.

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Desiderio delle donne è ‘cambiare’ i propri uomini, cannibalizzandoli. Avere parenti o intimi che ne testimonino la vita è un delitto per lo scrittore. Lo scrittore deve compiere una catabasi nel disgustoso, per afferrare la fiamma deve scavare nel fango, deve sporcarsi e ferirsi: chi può accettarlo? Chi può accettare di amare un uomo interamente dedicato agli altri, che scrive tagliandosi a fette? (d.b.)