“Più che altro, sono un pagliaccio. Di classe”. Intervista a John Malkovich. Parla di: quando era grasso, quando Madoff gli ha fregato tutti i soldi; quando si è innamorato di Michel Pfeiffer…

Posted on Maggio 22, 2020, 1:56 pm
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Potresti passare una vita a preparare un’intervista a John Malkovich. Intanto, ci sono i suoi film, una novantina, di ogni genere. Ma lui dice che non gli piacciono i film. Poi ci sono i progetti più ‘esoterici’, diciamo così: ad esempio la mostra fotografica di Sandro Miller in cui Malkovich ricrea alcuni ritratti iconici, da Lincoln a Hemingway, da Einstein a Che Guevara. Poi c’è il teatro, il suo vero amore. Fortunatamente, Malkovich non si attende che tu conosca il suo lavoro. Anzi, spera che tu non lo conosca affatto.

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Oggi dovrebbe promuovere Space Force, la commedia in onda su Netflix dal 29 maggio, ma non vuole parlarne. Parla, piuttosto, di ciò che ha perso. Peso, capelli, soldi, fratelli. Parla della perdita con voce sommessa, soffusa, che tradisce l’indole all’ottimismo d’acciaio. John Malkovich ha 66 anni, lavora nell’industria cinematografica da cinque decenni, dice che non lo disturberebbe non ricevere più offerte. “Cambierei il mio modo di vivere. L’ho già fatto. Lo rifarei”.

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Malkovich allude a ciò che gli è accaduto nel 2008, quando perse tutti i suoi risparmi. “Chi amministrava i miei soldi aveva investito praticamente tutto ciò che avevo con un tizio di nome Bernie Madoff”. Madoff ha truffato migliaia di investitori per una cifra stimata intorno ai 65 miliardi di dollari, è stato condannato nel 2009 a 150 anni di carcere. “Tutto ciò che avevo, è sparito”. Malkovich aveva appena diretto una commedia a Città del Messico, era atterrato da poco a New York. “Ho visto una fotografia di Madoff in manette e ho detto a mia moglie, ‘Vado a comprare un pacchetto di sigarette, credo che abbiamo un problema’”. Come si sentiva? “Un paio di giorni di shock, suppongo”. Racconta con languida insensibilità. Eccolo, Malkovich.

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Quanti milioni ha perso? “Non lo so. Un sacco. Non credo che abbia importanza. Abbiamo iniziato a vivere in modo diverso”. Cioè? “Ho lavorato di più. Continuamente. E ho smesso di pagare per parenti e amici per un po’. Prima spendevo molti soldi per produrre film che perdevano molti soldi. Non l’ho più fatto”. Era arrabbiato? “No. Forse i primi due giorni”. Malkovich parla lentamente. Appoggia ogni parola a una pausa. Il suo linguaggio è sobrio, neutro, inconsapevolmente teatrale, anche quando racconta storie drammatiche. “Al terzo giorno ti dici: sei fortunato, sei vivo, hai un lavoro”.

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Malkovich è cresciuto in una famiglia piuttosto abbiente, in una piccola città nel centro degli States. La madre editava il giornale di Benton, Illinois, il padre era giornalista; è cresciuto con tre sorelle più giovani e un fratello maggiore, Danny. Ha parlato delle violenze subite dal padre, dal fratello. “Era comune a quel tempo. Superavi il limite e ti menavano. Ho subito violenze da ragazzo: e allora?”. È vero che ha inseguito suo fratello con un coltello da macellaio? Lunga pausa, secondo gli standard di Malkovich. “Mio fratello non ha ricevuto ciò che non meritava. Ciò non significa che non l’abbia amato – ora non c’è più. Poteva essere divertente, era intelligente e spiritoso… era anche un torturatore”. Pausa. “E dopo un po’ le persone si stancano di essere torturate”.

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A 16 anni pesava 102 chili, lo chiamavano ‘Piggy’. “I ragazzi sanno essere insopportabili”. In seguito a una dieta ferrea, perse quasi un terzo del peso. Era un eccellente lanciatore, avrebbe potuto diventare un professionista di baseball. Iniziò a recitare a teatro perché gli piaceva una ragazza. Guidava autobus, si dilettava in biologia, si era iscritto a due università in Illinois senza terminarne alcuna, a Chicago fondò un gruppo teatrale. Nel suo ensemble c’era anche Glenne Headly, che sarebbe diventata sua moglie. Dicono che il giovane John Malkovich, che indossava lunghe sciarpe viola, sembrasse un incrocio tra Oscar Wilde e Franz Liszt. Fu paragonato a Marlon Brando dopo aver recitato in True West di Sam Shepard, nel 1980. Quattro anni dopo, la prima nomination agli Oscar, per l’interpretazione del cieco in Le stagioni del cuore. Nel 1988 Le relazioni pericolose gli ha dato fama. La relazione con Michelle Pfeiffer è stata replicata fuori dallo schermo, disintegrando il matrimonio con la Headly. Restò senza donne, cadendo in depressione. Nel 1989, durante la lavorazione de Il tè nel deserto, si innamora dell’assistente alla regia, Nicoletta Peyran, con cui fa ancora coppia.

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Si riconosce in questi personaggi? “Molti sono freddi, crudeli, intellettuali”. E lei, non è freddo nella vita reale? Mi pare… ferito. “Forse timido. Chi mi conosce non mi considererebbe freddo. Ma potrei sbagliarmi. E neanche seduttore. Non sono così. Intellettuale direi meno ancora. Sono più che altro un pagliaccio. Di classe”.

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Ha la reputazione di un neo-con guerrafondaio – era a favore dell’invasione dell’Iraq, una volta ha detto, riguardo alla pena di morte, “Non avrei problemi a premere il tasto mentre sono a cena”. Oggi dice che non sopporta la politica e che non volta alle presidenziali dal 1972, quando preferì il democratico George McGovern. “Credo che il sistema sia alquanto corrotto, diciamo”. Eppure, il suo prossimo progetto, Space Force, è una satira politica. Donald Trump ha detto di voler riportare gli astronauti sulla Luna entro il 2024. “Potrebbe essere una buona idea. Preferibile a creare virus in laboratorio, ecco. Ma potrebbe anche non essere la migliore delle idee che possiamo avere”.

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Sono sconcertato nel leggere che tre dei suoi quattro fratelli – tutti diventati giornalisti – sono morti intorno ai 50 anni. Dev’essere devastante. “Già. Ma cosa posso farci? Amanda, poi mamma, poi Danny, poi Rebecca. In cinque anni. Dal 2009”. Non è andato in crisi? “No. Cerco di non occuparmi di ciò che non posso controllare. A nessuno piace veder morire la madre, i fratelli. Cosa posso farci? È l’atto finale della vita”. È impressionante questa accettazione. Ha una religione, una guida? “Non proprio”. Poi mi racconta una storia. Stava girando un film in Canada. Lo invitano a parlare con un bambino affetto da leucemia. Calvo. “Volevano che gli parlassi perché alcuni credono che in qualche modo chi recita in un film abbia il potere di fare il bene. Ero imbarazzato per i suoi capelli. Così gli dissi, ‘Abbiamo lo stesso taglio di capelli, non trovi?’. Lui mi rispose, ‘Già, ma i motivi sono diversi’. Ecco, è così che guardo la vita. Sono stato molto fortunato. Sono stato molto più fortunato di chiunque conosca. Più fortunato di tanti che sono più interessanti, talentuosi e intelligenti di me. Quindi, anche se mi sono accadute cose tristi e difficili, non sento la necessità di lamentarmi”. Insomma, questa è una specie di filosofia. “Sì”, mi dice, entusiasta. “Non ho un influsso negativo sugli altri. In fondo, sono una persona piuttosto positiva”.

Simon Hattenstone

*Si traduce parte dell’intervista di Simon Hattenstone a John Malkovich, pubblicata su “Guardian” il 21 maggio 2020

**In copertina: Sandro Miller fotografa John Malkovich addobbato come il Joker di Jack Nicholson