A 50 anni da “Self-Portrait”, la performance di John Lennon e Yoko Ono. Un supplizio pornografico di 42 minuti, con il pene più famoso del mondo per protagonista, che fa fatica a rizzarsi

Posted on Giugno 15, 2019, 8:56 am
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“Il mio caz*o è tutto ciò che si vede, e alla fine gocciola, anche se non era previsto. L’idea era che si alzasse e si abbassasse, ma non è andata così”. E infatti quel pomeriggio per Yoko Ono fu una faticaccia farglielo rizzare, a John Lennon, e la performance porno del marito alla fine si rivela poca roba, una piccola, semi-erezione, e quel puntino di sperma, nel finale, dopo 42 minuti di estenuante ripresa su quel pene famoso più di Gesù Cristo, però che noia, che sfinimento visivo, che supplizio assistere all’evento per quei giornalisti invitati alla prima di Self-Portrait: quei tre quarti d’ora a quei martiri parvero infiniti, ne uscirono esausti, e sfogarono il loro risentimento sui tasti delle macchine da scrivere, a ingiuria del nuovo ‘capolavoro’ firmato Ono-Lennon.

Quando danno al mondo Self-Portrait, John e Yoko sono sposati da 6 mesi: coppia mediatica come quasi nessun’altra, optano per due lune di miele pubbliche, la prima a Amsterdam, 7 giorni all’Hilton Hotel, settimo piano, stanza 702, suite presidenziale dove i giornalisti sono invitati e giungono a frotte perché, come racconta John Lennon, “tutti si aspettavano di vederci sc*pare a letto. Maratone di sc*pate. Invece dalle 9 del mattino alle 9 di sera noi li accoglievamo sì a letto, ma in pigiama, dicendo ‘Pace, fratello!’, ad ognuno di loro. Che divertimento!”.

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John Lennon e Yoko Ono a letto in pigiama a parlare, e parlare, e parlare di pace, insieme al pene di Lennon mezzo ammosciato protagonista di Self-Portrait: sono espressioni artistiche che da 50 anni esatti la società occidentale ha fatto sue mitizzandole, alimentando ciò che agli occhi smaliziati di noi generazioni successive appare nient’altro che una gran caz*ata: il ‘bed-in’, l’equivalente del ‘sit-in’ ma fatto a letto, la protesta pacifica contro quello che i nostri nonni e padri sessantottini vedevano comodamente in tv: l’infamia della guerra, e nell’estate 1969 la guerra più mediatica di tutte era quella del Vietnam.

Dopo una settimana a letto a non sc*pare per la pace, nemmeno dopo le 9 di sera perché, stando a quanto ci dice Yoko, “c’era una luna bellissima e quando tutti andavano via, io e John in estasi  rimanevamo ad ammirarla”, i due sposini vanno a Vienna a fare un ‘bagism’, cioè indicono una conferenza stampa e poi quando i giornalisti arrivano si fanno trovare chiusi in un sacco e questo significa la fine del razzismo e del pregiudizio e il trionfo della pace secondo la filosofia lennon-ononiana, per cui se tutti noi fossimo chiusi in un sacco non litigheremmo più bensì vivremmo in armonia senza giudicarci (!). Dopo Vienna, John e Yoko vanno alle Bahamas ma solo per una notte, lì fa troppo caldo per fare bed-in pure in uno tra gli alberghi più in e costosi e dotato di aria condizionata e di ogni comfort possibile: allora ripartono e vanno in Canada, a Montréal, e prendono 4 stanze al Fairmont Queen Elizabeth Hotel e inscenano un secondo bed-in, che si differenzia dal primo perché oltre ai giornalisti con John e Yoko ci sono Petula Clark, Allen Ginsberg, Timothy Leary e tanti altri loro amici che fanno i cori e partecipano alla registrazione di Give Peace a Chance, inno pacifista che ci rompe i maroni tutt’oggi.

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Il bagism fece scoppiare la scintilla tra John Lennon e Yoko Ono quella sera del 9 novembre 1966, quando John si precipita alla Indica Gallery mica perché interessato ad elevare la sua cultura, ma perché gli avevano detto che dei ragazzi avrebbero fatto “uno show in un sacco, e io ho pensato subito: ‘Sarà roba di sesso!’,  immaginando che avrebbero fatto un’orgia davanti a tutti, invece arrivo lì e non succedeva niente, c’erano solo alcuni oggetti in mostra, una mela, dei chiodi, ognuno col suo prezzo scritto su un cartellino, e c’era questa giapponese, che nemmeno sapeva chi IO fossi! Non parla e mi si avvicina, mi porge un foglietto con su scritto ‘Respira’. Basta”. John e Yoko si rivedono due settimane dopo, alla mostra di Claes Oldenburg dove, ricorda Lennon, “c’erano tutti quei cosi… cos’erano… oggetti di gomma, a forma di hamburger: una schifezza!”. Peccato che a Yoko quella sera Lennon pareva “un drogato fuori di testa in acido, diversissimo dal tipo che avevo visto all’Indica”. E forse proprio per questo, secondo John, “ci vollero altri 2 anni per ‘combinare’ qualcosa!”.

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Yoko Ono cambia idea dopo che legge In His Own Write e A Spaniard in the Works, i due libri di John Lennon. Cominciano a uscire insieme, John finanzia una mostra di Yoko, la invita negli studi di Abbey Road dove i Beatles lavorano al White Album. La prima volta che rimangono davvero soli è a una sosta di queste registrazioni, in una garçonnière a disposizione dei Fab Four, e John lì apre un divano-letto, ma Yoko reputa il gesto “gretto e volgare, davvero non adeguato”. Morale: non gliela dà. Però i due si scrivono, si scambiano lettere per mano di una terza fidata persona, di nascosto perché sono entrambi sposati: fino a che Cynthia, (prima) moglie di Lennon, va in vacanza in Grecia, quindi lascia la casa libera dove arriva di corsa Yoko, e con Lennon registra Two Virgins “fino all’alba, poi facemmo l’amore e fu tutta un’unica cosa meravigliosa”. Cynthia quando ritorna trova “un paio di mutandine giapponesi” di certo non sue. Ne è così scioccata che riparte in vacanza, questa volta in Italia, a Pesaro, da un albergatore che dopo il divorzio da Lennon sposa. Sull’ex marito Beatle, Cynthia scrive A Twist with Lennon, e 20 anni dopo John, due libri uno più avvelenato dell’altro.

P.S. Il primo bed-in, quello di Amsterdam, figlia un’opera d’arte a sé, 14 litografie di John Lennon, che schizza le sue porno ossessioni: Yoko, il suo corpo, lei che si masturba, sul letto, le sue mani nel sesso, lei che si contorce con lui che la lecca. 14 disegni proibiti chiusi nella Bag One, cartella sequestrata per oscenità, poi divino cimelio da esposizione che fa il giro del mondo, e fa tappa in Italia già nel 1971, a Roma, alla Galleria di Ponte Sisto.

Barbara Costa

*In copertina: John e Yoko visti da Annie Leibovitz