“Dream is over”: elegia per gli 80 anni di John Lennon, morto nel 1980

Posted on Luglio 04, 2020, 12:52 pm
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“Immagina come siamo fioriti dalla nostra fine. Penso che la mia musica sia migliorata di un milione di volte in termini lirici e tutto il resto”.

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Agli 80 ci sarebbe arrivato quest’anno, a ottobre. Un folle però ha preferito accorciare la storia, o renderle ancora più infinita. New York, dicembre 1980. Siamo a Manhattan, New York, più precisamente davanti al palazzo The Dakota. Un giovane aspetta. Il cielo annotta, è buio. Sono da poco passate le 22.50 quando li vede arrivare. Lo chiama e gli scarica addosso cinque colpi di pistola. “I was shot”. “Mi hanno sparato” sussurra mentre è a terra. Poi perde i sensi.
“Hello, Goodbye”.

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Lo hanno arrestato poco dopo, Mark Chapman. “Ascoltavo quella musica e diventavo sempre più furioso verso di lui, perché diceva che non credeva in Dio e che non credeva nei Beatles. Questa era un’altra cosa che mi mandava in bestia, anche se il disco risaliva a dieci anni prima. Volevo proprio urlargli in faccia chi diavolo si credesse di essere, dicendo quelle cose su Dio, sul paradiso e sui Beatles! A quel punto la mia mente fu accecata totalmente dalla rabbia”.

Pam, pam, pam, pam. Pam.

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John Lennon è stato il genio puro, il lato più creativo. A Paul McCartney si devono le ballate migliori, quelle d’amore. Al primo i testi più densi, bizzarri, non-sense. Se le “Love song” facevano innamorare le ragazze, i brani cerebrali di Lennon erano linfa per le menti più profonde, quelle assetate di conoscenza, di letteratura. Di commistioni, prestiti, rimandi, citazioni. Un mondo “altro”, alto. Cime innevate accessibili solo a chi scala le rime.

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Lennon è stato “Fab four” per circa 10 anni o poco meno, dal 1962 al 1970. Poi è diventato “Fab two” ma solo quando la sua immagine ha iniziato a rispecchiarsi negli occhi tagliati di Yoko Ono.

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Il vertice compositivo della sua prima vita – quella trascorsa assieme a Paul, George e Ringo – è l’allineamento di quattro parole che rimandano ad Alice nel Paese delle Meraviglie. Si intitola I’m the walrus, lì dove “Walrus” è il tricheco.

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“Non mi passò mai per la testa che Lewis Carroll stesse criticando il sistema capitalista. Per me era solo una poesia carina. Non mi ero mai messo a cercare di interpretare cosa volesse significare veramente, come invece fanno le persone con le canzoni dei Beatles. Poi, ci riflettei e tornai a leggere il poema e realizzai che era il tricheco il cattivo della storia, mentre il falegname era quello buono. Pensai, Oh merda, ho scelto il tizio sbagliato. Avrei dovuto dire: ‘Sono il falegname’. Ma non sarebbe stata la stessa cosa, vero? La prima strofa la scrissi mentre ero in acido un fine settimana. La seconda durante un altro ‘viaggio’ il weekend dopo, e la terminai dopo aver incontrato Yoko. Avevo visto Allen Ginsberg e alcune persone a cui piacevano Bob Dylan e Gesù andare fuori di testa per gli Hare Krishna. Era Ginsberg, in particolare, quello a cui mi riferivo. Le parole ‘Elementary penguin’ stanno a significare che trovavo così naif l’andare in giro tutto il giorno a cantare ‘Hare Krishna’ o riporre tutta la tua fede in un idolo”.

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La registrazione del brano comprende nella coda strumentale finale uno dei pezzi di improvvisazione più celebri nel canone beatlesiano, con l’introduzione di un estratto di una trasmissione radio della BBC inerente al Re Lear di William Shakespeare che venne aggiunta dallo stesso Lennon registrandola in presa diretta direttamente dalla radio.

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La sua seconda vita artistica è stata più libera: non doveva strizzare l’occhio ai mercati o alle major. Two Virgins è un delirio anarchico: suoni e rumori della natura. Uccellini, vento, poco altro. A parte la copertina, che vede i due completamente nudi.

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Certo, Imagine è il brano più noto e indiscutibilmente più nobile. Ma non è il solo: tra il 1971 e il 1980 ha cesellato vasi compositivi di straordinaria bellezza. Molti sono conosciuti – Give peace a chance, Happy xmas (war is over) per esempio – altri meno.

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Nel disco John Lennon / Plastic Ono Band si incrociano i fasci di luce di tre fari: Mother, Working class hero e God. La prima canzone – che nella versione live diventa un’esplosione di dolore – parla del difficile rapporto con i genitori che si separarono quando John aveva due anni. Il padre, Alfred, lasciò la famiglia quando John era ancora un bambino; Julia, la madre, morì investita da un’automobile guidata un poliziotto ubriaco fuori servizio. Straziante il finale con la ripetizione del ritornello “Mama don’t go, Daddy come home”, cantato a ripetizione finche la voce si fa zebrata, surriscaldata, rassegnata.

La seconda invece è un inno al socialismo più puro eseguito solo con voce e chitarra classica. Il pezzo parla dell’insensibilità provocata dai condizionamenti sociali, affermando che in questa società solo il “conformarsi” è remunerativo. La libertà e una società non più divisa in classi sono miti concepiti allo scopo di oscurare la mancanza di controllo sulle vite delle persone “mentre i media, la religione, la sessualità commercializzata e le droghe cospirano tutte allo stesso modo per smorzare il nostro desiderio di cambiamenti sociali”.

God è musicalmente è un brano lento, quasi maestoso nella sua progressione melodica ripetuta e circolare, mentre il testo è suddiviso in tre sezioni. Nella prima il musicista esordisce con una propria definizione di Dio, immaginata durante una seduta terapeutica e in cui il Creatore viene descritto come un concetto attraverso il quale noi misuriamo il nostro dolore (“God is a concept by which we measure our pain”). La seconda parte del brano è un lungo elenco di idoli, di miti generazionali, in cui John non crede più: la Magia, la Bibbia, Hitler, Gesù, Kennedy, Buddha, Elvis, Dylan, Beatles. E si chiude sul suo presente: “I just believe in me, Yoko and me”. Il sogno è finito. Dream is over.

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How? si trova nel disco Imagine ed è un pezzo sulla terapia primaria dello psicologo americano Arthur Janov: una serie di domande che il mental coach rivolge per motivare la coppia. John ci pennella la sua risposta: “E il mondo è così duro, certe volte penso di averne abbastanza”.

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Tristissima e resa ancora più bella nel disco postumo Once Upon a time, la ballata Nobody loves you (when you’re down and out) inserita in Walls and bridges è un’amara e disperata consapevolezza della solitudine. “Ti ho mostrato tutto, non ho niente da nascondere” dice. Ma solo quando capisci che lei non tornerà più.

Alessandro Carli