John Kennedy, il presidente premio Pulitzer che andava “pazzo per le bionde”. All’asta appunti & diari (e il discorso di insediamento più corto della storia)

Posted on Marzo 21, 2020, 11:16 am
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I fogli gialli. Gli stessi su cui ha scritto di suo pugno il discorso di insediamento, tra i più se non il più corto della storia, 12 minuti, e famoso al pari di quello di Abraham Lincoln a cui è ispirato. Quei fogli solcati da quella calligrafia illeggibile, comprensibile solo ai suoi occhi, e agli occhi dell’unica donna che gli stava tutti i giorni intorno, e che però non solo non si portò mai a letto, ma nemmeno ci provò, e sto parlando di Mrs. Evelyn, la sua segretaria personale. La quale deve non so se a un foglio giallo, ma di sicuro a un pezzo di carta, il suo ingresso nella Storia: “Lei comprende quello che scrivo?”, ed Evelyn fu la sola tra le candidate a leggere quel foglietto scritto e a rispondere sì, l’unica a intendere sotto forma di parole chiare ciò che rimase un mistero alle altre. Sorpresa: il prossimo aprile saranno battuti all’asta un centinaio di fogli gialli, vale a dire appunti e pensieri sparsi che John Fitzgerald Kennedy scrisse tra la primavera e l’autunno 1960, durante la campagna elettorale che lo portò alla Casa Bianca. E cosa svelano queste ingiallite note di 60 anni fa? Che John Kennedy andava “pazzo per le bionde”, che soffriva di laringite e così spesso comunicava per iscritto, e che era pignolo nelle strategie politiche e carogna con gli avversari, uno che ambiva la Casa Bianca temendo però che diventando presidente “i miei giorni di sesso finiranno”, anche perché qualcuno tra i media “sa quello che faccio”, ed è possibile che “prima che questa campagna sia finita, mi colpiranno con qualcosa”, anche perché, stanne certo, “tra i giornalisti non mancano i figli di p*ttana”.

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Che John Kennedy cadesse nel turpiloquio, già lo sapevo, basta leggere le trascrizioni dei nastri che hanno registrato le sue riunioni nello Studio Ovale, sfuriate comprese, racchiuse in un libro con cd allegati, Listening In. The Secret White House Recordings of John F. Kennedy. Il quale era sì grafomane ma pratico, e da presidente bisognoso di annotare qualcosa, spingeva un tasto sotto la scrivania, così attivando microfoni e dita di segretarie diligenti che scrivevano quello che lui dettava. E tra queste segretarie c’è la titolare dei fogli gialli in esame, Janet De Rosiers, che, insieme ai suoi eredi, se li è ben custoditi per ben monetizzarci su, e tu credi che all’asta che si svolgerà a Dallas (!) non si toccheranno cifre notevoli? (lo ammetto: avessi i soldi, farei un’offerta io per prima. A ognuno i suoi feticci…). Fonti non so fin quanto autorevoli dicono che la signora De Rosiers abbia avuto frequentazioni orizzontali con JFK, e però, se tu vuoi farti i fatti privati del più chiacchierato presidente americano, hai amplia scelta di testi da consultare, firmati sia da storici i più autorevoli, che da giornalisti i più affidabili, ma pure dalle amanti, vere, o presunte, o autoproclamatesi tali quando il loro salvadanaio piangeva, e da camerieri, autisti, un po’ chiunque abbia incrociato anche per poco, non solo corpo e sguardo, ma la strada e il tempo del presidente che lasciò pezzi del suo cervello in Texas.

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I fogli gialli, non quelli di Janet De Rosiers, ma vergati da John Kennedy certamente, sono ad esempio materiale principe su cui si regge parte di Kennedy, biografia politica esagerata (1046 pagine!) di Ted Sorensen, braccio destro del fu Kennedy senatore e poi presidente, colui che lo affiancava nella stesura dei discorsi, e che poteva non dico cambiarli ma integrarli, modificarli, dargli quella forma attirante studiata tutt’oggi. Nel suo librone, oltre a dirci quanto fossero amici lui e ‘Jack’ – tanto che Jack dava a lui facoltà di rispondere al telefono al posto suo, e della voce diversa nessuno pareva accorgersi – Sorensen, per confutare le accuse che Kennedy non sapesse mettere in fila due frasi, e per questo indebitamente si appropriasse di roba scritta da altri, mette a confronto, forte dei fogli gialli in suo possesso, il suo lavoro accanto e sovrapposto a quello di JFK, così evidenziando l’esatto contributo dell’uno e dell’altro (col Kennedy scrittore, meglio non cercar rogne: nel 1956, all’uscita del suo secondo libro, Ritratti del Coraggio, best-seller e premio Pulitzer, John Oakes, sul New York Times, insinua che l’autore non sia Kennedy: quest’ultimo affronta Oakes in privato, in uno scontro verbale che degenera, e Kennedy gli sbatte sul muso le bozze dattiloscritte del libro, riportanti battute a macchina le sue righe stese a penna sui fogli gialli. Ma c’è pure Drew Pearson che in tv, a ABC, ospite di Mike Wallace, dà del falso a Kennedy: quest’ultimo fa muovere i suoi avvocati, ABC fa pubbliche scuse, Pearson e Wallace nicchiano). I fogli gialli di Kennedy sono altresì spina dorsale di Ask Not, libro di Thurston Clarke, giornalista che ricostruisce nei dettagli la genesi del discorso di insediamento, la faticaccia per trovare le parole le più adatte, farle funzionare, condensare, per poi tale discorso alla fine non leggerlo perché sia Kennedy, sia il poeta Robert Frost, salito a tessere gli elogi del presidente insediante, su quel palco, su quel leggio leggono un beato cavolo, dacché i fogli che hanno davanti riflettono talmente i raggi del sole che baciano la neve ghiacciata tutt’intorno, che insomma, lì, al cospetto del popolo americano, non vedono nulla, e vanno a memoria.

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John Kennedy era un gran lettore, ed era così a suo agio con la parola scritta che pretendeva dai suoi collaboratori la stesura minuziosa ma stringata di tutte le loro idee, piani, risoluzione dei compiti assegnatigli. Il 21 novembre 1963, giorno della sua partenza per il Texas, Kennedy chiede a Mike Forrestal, funzionario del Dipartimento di Stato, di “preparare uno studio approfondito di ogni possibile azione per il Vietnam, compreso il modo in cui andarcene di là”. Forrestal stila una lista dei punti principali da sviluppare, protocollata allo Studio Ovale il 22. Quel foglio sta sulla scrivania di Kennedy lunedì 25 novembre. La mattina del suo funerale.

Barbara Costa