“Quella volta che dormii con Andy Warhol e gli regalai una fede nuziale”. L’autobiografia di John Giorno, un vulcano

Posted on Agosto 04, 2020, 6:28 am
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Il giorno che morì John Giorno stavo scalando, con la mia bicicletta inadatta, un colle, sul mare. Mi telefonano dal “Giornale”, telegrafici. L’Adriatico, in ottobre, torna a essere una promessa, una sfida blu. Quell’immagine, raffinata e avanguardista allo stesso tempo, mi pareva sintetizzare con potenza la vitalità di John Giorno, poeta che ha vissuto la poesia prima che scriverla, ha galvanizzato la Storia. Nato a New York da genitori di Aliano e di Tursi, nel 1936, ha attraversato e ispirato i momenti capitali della scena culturale americana. È stato l’amante di Andy Warhol e di Robert Rauschenberg, ha collaborato con William S. Burroughs, si è inventato il “Giorno Poetry Systems”, registrando versi con Frank Zappa, Laurie Anderson, i Sonic Youth. Fu buddista in India e anticonformista in Usa, un guru della controcultura, dell’altra cultura, della scena sotterranea. Collaborò con Allen Ginsberg e Charles Bukowski, sta nel video dei Rem, We All Go Back to Where We Belong. Dice, John Giorno, di un tempo in cui il verso coincideva con il corpo, della vita che andava presa a morsi, di Dioniso a Central Park. In Italia questo italoamericano di genio è tradotto poco, forse ci manca quella tensione poetica, che tendiamo a credere sia esaurita nel cortocircuito ‘beat’: nel 2006 Domenico Brancale ha tradotto La saggezza delle streghe (Stampa alternativa), nel 2005 Stefano De Angelis e Antonio Bertoli, per Giunti, hanno tradotto Per risplendere devi bruciare (che riprende una pubblicazione del 1997 per City Lights Italia). A meno di un anno dalla sua morte, la consacrazione. “Farrar, Straus and Giroux” pubblica, negli stessi giorni in cui esce una antologia di Seamus Heaney, 100 Poems, la brillante e inquieta autobiografia di John Giorno, Great Demon Kings (sottotitolo: “A Memoir of Poetry, Sex, Art, Death, and Enlightement”; a dire tutta la trama opalescente e fangosa dell’esistere, illuminazione e sesso, arte e morte). La quarta è esplicita: “Quando si laurea alla Columbia, nel 1958, John Giorno è bello, carismatico, ambizioso, con il desiderio di assorbire quanta più cultura possibile a Manhattan. Con le poesie non si pagano le bollette, perciò lavora a Wall Street, trascorrendo le serate a prime di film underground, inaugurazioni di mostre, letture di poesie. Un’intensa relazione sentimentale con Andy Warhol – non ancora la superstar globale che sarebbe diventato – le pongono al centro della scena, ma dopo aver recitato nel primo film di Warhol, Sleep, i due si separarono. Giorno fu coinvolto con Robert Raushenberg e poi con Jasper Johns, tutti rapporti che alimentarono la sua creatività. Divenne presto poeta riconosciuto, rinomato, lavorando sui legami tra letteratura e tecnologia, attraversando i generi, lavorando con artisti del calibro di William Burroughs e Brion Gysin”. Pubblichiamo una parte del capitolo che racconta il rapporto di Giorno con Andy Warhol (che interamente leggete qui). C’è come una incondizionata fede nel fato, nel fatto che si deve amare con contraddittoria esclusività, che la poesia non giace in una stanza, muove continenti.

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La prima volta che vidi Andy: all’apertura della Green Gallery di Richard Bellamy e alla mostra di Pop Art alla Sidney Janis Gallery, era il 31 ottobre del 1962. Era la prima mostra di artisti originalmente Pop – Warhol, Lichtenstein, Rosenquist, Segal, Wesselmann, Dine, Indiana – tanto che gli espressionisti astratti della vecchia guardia (de Koonig, Rothko, Motherwell…) finirono per lasciare la Janis Gallery. Era Halloween, un Halloween che cambiò per sempre la storia dell’arte.

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Qualche giorno dopo, alla Stable Gallery, con il mio amico pittore Wynn Chamberlain, la prima personale di Andy Warhol. Era appena passata la crisi dei missili cubani, tutti credevano che una guerra nucleare potesse davvero accadere da un momento all’altro. La “Gold Marilyn Monroe” era appesa al muro, all’ingresso. C’era Troy Donahue, Red Elvis, le lattine Campbell, le bottiglie di Coke, le banconote da un dollaro. C’era tutto il mondo dell’arte.

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La galleria era affollata – ero stordito. Sapevo che era bene non avere pensieri complicati sull’arte, ma viverla, e basta. Oltre i concetti, nella stanza rumorosa. Ci avvicinammo a Andy. Wynn fa, “Le presento un giovane poeta, John Giorno”. Presi la mano di Andy, così morbida, che pendeva dal polso, la strinsi. “Ohhh!”, sussurrò Andy. Lasciai la sua mano. Nei mesi successivi ho incontrato Andy a qualche festa, a qualche mostra. Non c’era alcun contatto tra noi.

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Primavera 1963: alla galleria di Leo Castelli c’era una mostra di Salvatore Scarpetta. Wynn disse a Andy, “Vieni a cena, domani. John e io vedremo Yvonne Rainer alla Judson Church, andiamoci insieme”. “Oh, sì”, disse Andy. Ne fui sorpreso. Ci precipitammo al Judson, Yvonne ballò magnificamente, Andy e io eravamo seduti uno vicino all’altro. Fu meraviglioso. Alla fine, salutandolo, gli ho detto, “Buona notte, è bello stare con te. Perché non stiamo insieme?”. “Domani sera? C’è la prima di Flaming Creatures di Jack Smith”. Accettai, ovviamente. “Questo è il mio telefono”. Lo scrisse su una scatola di fiammiferi.

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Scene da “Sleep” (1963), il film di Andy Warhol. John Giorno dorme

Andy e io abbiamo cominciato a uscire insieme, continuamente, condividendo la nostra peculiare visione della cultura a New York. Il 1963 fu un anno cruciale, più di molti altri. Andy e io ci vedevamo ogni notte. Parlavamo al telefono ogni mattina. È stato un dolce terremoto. Avevo ancora il mio lavoro a Wall Street, ma pensavo che Andy fosse la cosa più importante della mia vita. Sul piano sessuale, avevamo uno strano schema: quando ero abbastanza ubriaco, me lo pigliava in bocca. Oppure, quando ero ancora a letto, mi chiamava, mi chiedeva cosa stessi indossando, si presentava. Non è successo spesso, ma c’era un flusso di energia sessuale tra di noi.

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Fine maggio 1963, fine settimana. Andy, Bob, Indiana, Marisol e io pigliammo un treno per Old Lyme, Connecticut. Wynn aveva affittato una fattoria per l’estate. Wynn preparò una cena meravigliosa, abbiamo bevuto molto. Andy e io dormivano nello stesso letto. Non abbiamo fatto sesso. Il mio cervello era fritto dal rum. Tolti i vestiti, nudo, sono svenuto sul letto. Mi sveglio alle 4.30 per pisciare. Deboli tracce di luce mattutina. Andy accanto a me, con la testa appoggiata sulla mano, completamente sveglio, che mi guarda. Annebbiato, vado in bagno, torno a letto. Mi sveglio due ore dopo. Andy mi guarda, ancora, con due occhi spalancati. “Cosa fai?”, gli dico, ubriaco e confuso. “Ti guardo”. Piscio, torno a dormire. Mi sveglio. Andy è ancora lì. “Cosa fai?”. Ho la bocca impastata. “Ti guardo dormire”, disse, dolcemente. Due ore dopo, nella luce, era vestito, seduto ai piedi del letto. Mi fissava, ancora. “Perché continui a guardarmi?”. “Non ti piacerebbe saperlo”. Quando mi svegliai, all’una e mezza, Andy non c’era più. Era sotto anfetamine, mi aveva fissato dormire per otto ore. Quella notte, Andy ebbe l’idea del film Sleep.

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Siamo tornati a New York di lunedì. La stazione di Old Lyme era gremita: il treno Boston-New York era incredibilmente in ritardo. Andy parlava del film che voleva realizzare. “Vuoi diventare una star?”. “Sì, lo voglio!”, mi strofinai a lui facendo le fusa, come un gatto. “Cosa devo fare? Farò di tutto”. “Voglio fare un film mentre dormi”. Ero sorpreso. “Grande!”. “Devi solo dormire”. “Va bene”. Poi ho detto, “Voglio diventare una stella del cinema”. Era il sogno americano. Ho pronunciato quelle parole con chiarezza. “Voglio essere come Marilyn Monroe”. Si era ammazzata solo nove mesi prima, il 5 agosto del 1962. Era la superstar caduta, unione di sacro e profano. Andy l’aveva catturata nei suoi dipinti. Desideravo essere come lei. Ero attratto dal suo suicidio e dalla sua celebrità. “Oh, John!”, disse Andy, felice.

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La viglia di Natale del 1963 sono passato a casa di Andy. “Ho i regali di Natale per te”. Erano tre, tutti avvolti in una carta colorata. Il primo era un paio di guanti di pelle nera, raffinati, da Books Brothers. Il secondo era un collage di carta in forma di cartolina natalizia, con immagini di riviste, alcune pornografiche, e quelle del catalogo Tiffany dei gioielli. “A Rauschenberg!”, disse Andy, ridendo. Il terzo regalo, avvolto in carta velina bianca, era un anello nuziale d’oro. C’era un banco dei pegni vicino al 222 Bowery, uno degli ultimi sopravvissuti. In vetrina, su un vassoio ricoperto da un panno di velluto blu, c’erano 20 o 30 fedi nuziali da uomo, in oro antico. Hanno sempre attirato la mia attenzione. Per Natale, ne comprai una per Andy. Una fede nuziale, ricca, luminosa, in oro giallo. Andy era scioccato. Era spaventato. “Un anello così grande… doveva avere un grosso cazzo chi lo indossava…”. Pensai di aver fatto un errore. L’anello nuziale di un morto o di un matrimonio fallito. “È potente e sexy”. “Ne hai comprata una anche per te?”. “I ragazzi non indossano fedi nuziali!”. Ci siamo abbracciati e baciati. Una spolverata di neve imbiancava la città, io e Andy abbiamo passato insieme la vigilia di Natale, in modo intimo, semplice. “Dovremmo fare un altro film”, dissi a Andy. “Certo”, rispose lui, ridendo.

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Nell’aprile del 1964 Andy girò Blow Job. Con un altro. Fui offeso, profondamente. Come aveva potuto farmi questo? Il ruolo da protagonista era mio: decise di affidarlo a un altro. Ero devastato, ero furioso. Non ho potuto fare a meno che interpretare quel gesto come un segno, la campana a morto che sanciva la prematura fine della nostra relazione. Andy era stanco di me. La sua Factory era piena di gente nuova. Edie Sedgwick era al centro della scena, io facevo parte delle notizie dell’anno passato. Andy non rispondeva più alle mie telefonate. Ho adorato Andy. Sono stato la sua prima superstar, la prima di cui si è sbarazzato. Nel corso degli anni, diverse superstar si sono lamentate dell’atteggiamento di Andy. Andy ti sfruttava e ti eliminava. Dissero della sua crudeltà, del suo sadismo. Avevano ragione, probabilmente: Andy era un essere umano.

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Il 25 settembre del 1965, Andy organizzò una festa per John Ashbery. Tutto il mondo artistico e letterario era stato avvisato, da settimane. Io non fui invitato. Ne parlarono all’infinito. Ero un poeta, per me fu un insulto. Due settimane dopo incontrai Andy, ebbe il coraggio di dirmi, “Oh, non sei venuto alla festa di Ashbery…”. “Non sono stato invitato”. “Ho detto a Gerard di invitarti”. Era così. Non ho chiamato Andy per anni. Ho permesso alla mia rabbia di compiere grandi cambiamenti. Andy era morto per me. Non mi sono più imbattuto in lui, se non raramente. Quando accadeva, lo evitavo. Oppure, lo salutavo con sinistra allegria, andando da un’altra parte.

John Giorno

*In copertina: John Giorno è con William Burroughs