“Dateci i nomi che volete: tali ci fece amore: diteci folli insetti”. John Donne, il poeta preferito da T.S. Eliot e reinventato da Cristina Campo

Posted on Gennaio 14, 2020, 9:40 am
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1. TS Eliot. Un corridoio illuminato

Nel 1921 il supplemento letterario del Times ospita un affondo di Eliot che reindirizza i gusti poetici verso gli incomprensibili poeti del Seicento inglese. Per capirci, in Italia nello stesso giro d’anni imperversa Croce e il suo amore per il barocco. Tout se tient. Il pezzo di Eliot si concentra sul modo di fare poesia di quegli uomini come gruppo ma ha un occhio di riguardo, in particolare, per John Donne (1572-1631). Ecco la voce di Eliot. Serve farlo circolare di nuovo perché le traduzioni italiane sono vecchie di mezzo secolo.

“La differenza tra il Seicento e l’Ottocento non è una semplice differenza di grado tra poeti. È che è successo qualcosa nella mente inglese tra il tempo di Donne e di Lord Herbert di Cherbury – e il tempo di Tennyson, il tempo di Browning. È la differenza tra il pota intellettuale e quello riflessivo. Tennyson e Browning sono poeti e, in quanto tali, pensano; ma non provano la sensazione del loro pensiero con la stessa immediatezza di quando odorano una rosa. Quanto a Donne, per lui un pensiero era un’esperienza; modificava la sua sensibilità. Quando la mente di un poeta è equipaggiata alla perfezione per il suo lavoro, sta sempre lì ad amalgamare le esperienze più diverse; la mente dell’uomo normale, viceversa, è caotica, irregolare, frammentaria. L’uomo normale si innamora, o legge Spinoza, e queste due esperienze non hanno nulla a che fare l’una con l’altra, o col rumore di una macchina da scrivere o il profumo di una cucina; nella mente del poeta queste esperienze invece si congiungono in continuazione per formare qualcosa di diverso. Potremmo segnare la differenza così: i poeti del Seicento come eredi del teatro del Cinquecento possedevano un meccanismo della sensibilità che era in grado di divorare tutte le esperienze. Sono semplici, artificiali, difficili o fantasiosi tanto quanto chi li ha preceduti – né più né meno di Dante, Guido Cavalcanti, Guinicelli, e Cino. Nel Seicento invece scatta una dissociazione delle sensazioni dalla quale non ci siamo ancora ripresi; e questa dissociazione, com’era prevedibile, fu aggravata dall’influenza delle voci più potenti del secolo, Milton e Dryden”.

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Segnalo due punti. Primo: non era da tutti indicare Dante & Cavalcanti come predecessori degli Inglesi metafisici invece delle solite menate petrarchesche. È evidente che Pound era già passato come una furia sul giardinetto inglese.

Secondo: la dissociazione è la trovata critica di Eliot e vale sino a un certo punto per il nostro, per Donne, dal momento che Milton venne dopo e non poté scioccarlo, non poté rendere troppo secco il dettato intellettuale di Donne. In sostanza Donne è cerebrale al punto giusto, è cotto (d’amore) a puntino.

Eccovi la conclusione dell’articolo che vola oltre la critica e indovina delle possibilità di sviluppo che furono negate alla lingua e al sentimento inglese dal momento che vinse la linea ‘bigotta’ e celebrativa dei vari Milton & Dryden: “È interessante arzigogolare e chiedersi se non sia stata una sfortuna che i due maestri di dettato linguistico, Milton e Dryden, trionfassero con un disprezzo allegro per i valori dell’anima. Se anche continuassimo a produrre altri Milton e Dryden non sarebbe un problema ma per come stanno le cose è un peccato che la poesia inglese sia rimasta incompleta a tal punto. I pochi che osano criticare Milton e Dryden per la loro artificialità ci dicono di guardare a fondo nel nostro cuore e poi di scrivere. Non basta. Un Racine, un Donne – loro sì che guardavano a fondo, molto a fondo nel cuore. Bisognerebbe fare come loro e guardare dentro la corteccia cerebrale, dentro il sistema nervoso, fino ai tratti intestinali”.

Solo una parentesi da secchione per concludere: Praz che si gasava per gli emblemi barocchi fu l’unico dei nostri a sentenziare contro Donne trovandolo troppo duro e malato di sensazioni. Ma si sa che a Praz piaceva la carne corrotta dei decadenti, non quella trafitta di sensi di colpa religiosi. E questa fu la vita di Donne – la sua poesia, i suoi avanti e indietro lancinanti tra la stagione degli amanti e la morte del sole a Santa Lucia, tra gli scrupoli per il dio anglicano in cui credette per vivere in pace con la famiglia della moglie e il suo dio intimo, più mobile, carnale e cattolico, il dio dei gesuiti scaltri e incoerenti che lo avevano allevato da fanciullo. Forse non è una novità e va sempre così perché…

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2. La vita dei poeti è un romanzo impossibile

Infatti quella di Donne parla per tutti gli altri. Quando lessi il suo trattato sul suicidio, il Biathanatos che stampano quei folli delle edizioni SE, ero indeciso se attribuire quelle tristezze di Donne al momento particolare della sua vita oppure a una sua malinconia congenita e creativa. Insomma, come si spiega che un uomo rimasto vedovo scriva sul suicidio? Lui era saturnino già in partenza, aveva scritto alla sua Lady una poesia sull’abbandono, su lui che va a Londra dagli amici perché almeno con loro ingrassa (mentre lei lo fa patire). Com’è insomma che nel trattato sul suicidio Donne smette di fare poesia e diventa lucido? Mistero. Ancora non vedo una soluzione.

Forse è giusto così perché la vita di Donne fu effettivamente dura e spaventosa in confronto alle nostre tiepide case, al cibo caldo di natale e ai visi amici. Tanto per cominciare, a 12 anni all’università di Cambridge. Poi, membro di missioni esplorative alle Azzorre (i nuovi mondi unica alternativa al mondo dove è costretto, per temperamento, ad amare). Coinvolto nella cerchia del conte di Essex, poi finito malissimo sotto la ghigliottina di Elisabetta per eccessiva intraprendenza sul campo militare irlandese. Insomma, Donne era il solito uomo venuto dal basso che non sapeva e forse nemmeno voleva scegliersi le amicizie influenti, quelle che contano (e che a conti fatti castrano la poesia, mettono un preservativo sulla testa del poeta).

Dopodiché, a 27 anni, incontra questa sedicenne “di cospicua e anglicana famiglia” dopo un lungo anno di appostamenti nei roseti di York House sulle sponde del Tamigi mentre lavora per il padre di lei – il quale giustamente si in*azza perché Donne vorrebbe fargliela sotto gli occhi. Donne è il misero segretario di ‘lui’ che per la storia è il Lord Cancelor & Solicitor della regina vergine madre Elisabetta, Thomas Egerton.

Tra un foglio e l’altro l’occhio di Donne ha preso forme carnali, ha smesso di giocare con la pupilla interiore e si è incatenato alle forme visibili di Ann Egerton. La sposa da cattolico nel 1601, si fa anglicano ed entra negli ordini. Un vero gesuita. Così, astuzia dopo astuzia, coglie l’attimo e compone trattati su trattati di commenti agli Atti e alle Lettere di san Paolo. Che sia poesia anche questa sanno giudicare meglio altri, perché qui il tempo stringe ed è il momento di vedere la nostra monaca poetica, la Campo, che riuscì a modificare Donne nel suo alambicco con un…

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3. Maquillage di John Donne  

E in effetti Cristina Campo scrive parole deliranti nella sua prefazione a Donne. La passione che lo porta al matrimonio è riassunta in un acrostico verbale: “Quando a ventotto anni sposa Ann, Donne tipicamente anela a uno di quegli stretti cerchi magici che consentono di spaziare di là da un tempo e da un mondo. L’imago mundi si restringe finalmente alle dimensioni di una stanza, un volto, una pupilla in cui, come nei rotondi specchi di Van Eyck e di Velazquez, ogni cosa si raccoglie senza ferire. E come, di colpo, gli amori non gli appaiono più se non preistoria di un più fine e più compiuto stato, tipi indigenti e risibili dell’autentica storia, la affectio coniugali si fa a sua volta media proporzionale, tipo ancor timido della futura delectio Dei”. Che dire? Siamo alle solite. Qui c’è più Campo che Donne o meglio, c’è un Donne potenziato con l’avvertenza di Yeats in esergo, che lo dice in grado “di affinare e approfondire il pensiero per ingrandire bellezza e passione” che come escogitazione non è per niente male; ma come di consueto, manca Donne in carne e ossa.

C’è invece la Campo in carne e sangue. Con una dedica a Jaffier che è un personaggio inventato dalla Weil in una sua tragedia storica ambientata a Venezia, un’opera che Campo ingurgita e medita tra il 1956 e il 1971. Cosa successe in quegli anni?

1956: in una lettera all’amica Pieracci, alias Mita, segna così “sarebbe bello poter sognare ancora di aver bambini – e di chiamare il primogenito Jaffier”.

1971: va in stampa la versione di Donne dedicata a Jaffier.

Ed è meglio fermarsi con le indagini psicologiche, senza misurare perché il libretto di poesie di Donne è, semmai, un libro della Campo su Donne. Qui, l’avrete capito, non mi interessano le coincidenze, i perché e i percome che portano Campo a tradurre Donne. Ci saranno sciami di studiosi a dischiudere piccoli forzieri con missive di Cristina che pensa di tradurre questo così e quello colì. Oggi non conta. Importa invece salire sul ring, aprire il libretto bianco Einaudi di Poesie amorose e teologiche per notare i granchi presi da Campo, i ghirigori che la portano a sciogliere il dettato di Donne che in origine è più sobrio, più castigato e, direi, più rassegnato e mansueto rispetto ai giri di frase che gli impone la poetessa sacra. Per esemplificare, qui sotto leggete due poesie di Donne tradotte dalla nostra.

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4. Donne secondo Campo

The Canonization

Call’s what you will, we are made such by love;
Call her one, me another fly,
We’re tapers too, and at our own cost die,
And we in us find th’ eagle and the dove.
The phoenix riddle hath more wit
By us; we two being one, are it;
So, to one neutral thing both sexes fit.
We die and rise the same, and prove
Mysterious by this love.
We can die by it, if not live by love,
And if unfit for tomb or hearse
Our legend be, it will be fit for verse;
And if no piece of chronicle we prove,
We’ll build in sonnets pretty rooms;
As well a well-wrought urn becomes
The greatest ashes, as half-acre tombs,
And by these hymns, all shall approve
Us canonized for love;
And thus invoke us, You, whom reverend love
Made one another’s hermitage;
You, to whom love was peace, that now is rage;
Who did the whole world’s soul contract, and drove
Into the glasses of your eyes;
So made such mirrors, and such spies,
That they did all to you epitomize—
Countries, towns, courts beg from above.

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La canonizzazione

Dateci i nomi che volete: tali
ci fece amore: or l’uno or l’altro diteci
folli insetti; ma siamo
anche candele e moriamo di noi
e in noi troviamo l’aquila e la tortora.
L’enigma della Fenice da noi
s’illumina: e poiché noi siamo uno,
lo siamo entrambi. Così ad una sola
neutra cosa i due sessi si accordano:
come quella moriamo e risorgiamo, noi
fatti misteriosi in questo amore.
E possiamo morirne se non viverne;
e, se inadatta per sepolcri e feretri,
questa leggenda correrà nei versi,
e se non entreremo nelle cronache,
leggiadra stanza avremo nei sonetti:
l’urna elegante si conviene a elette
ceneri quanto il tumulo maggiore.
E per quest’inno attesteranno i molti
noi due, canonizzati per amore.
E invocheranno: voi che il reverendo
amore fece mutuo romitorio
(e a voi fu pace amore, che ora è furia)
voi che traeste l’anima del mondo
e concentraste nelle vostre iridi
fatte così perfetti specchi e spie
che a voi tutto riassunsero: paesi,
corti, città – otteneteci dall’alto
di questo amore un calco!

*

A ben vedere, non è tanto un guaio di musicalità che va diluita ma proprio di nettezza di sensazioni: Donne impatta di più nei versi iniziali e la Campo li rende meno scabri. Li renderei così:

Chiamateci come volete, siamo fatti così da amore;
chiamatela pure moscerino, e io con lei,
siamo moscerini e candele e moriamo come queste,
e troviamo dentro di noi l’aquila e la colomba.
L’enigma della Fenice lo risolviamo io e lei,
diventiamo eterni divenendo di due, uno.
Così entrambi i sessi si accordano per diventare uno e neutro,
eppur moriamo e nasciamo lo stesso, mostrandoci misteriosi per questo amore.

*

Soprattutto il finale è travisato dalla nostra, è travasato nel suo calco, nella sua identità. Lo si potrebbe soppesare così:

Molti ci invocheranno e diranno voi che il sacro amore
fece di ciascuno il rifugio dell’altro;
voi per cui amore era pace e ora è rabbia
e riusciste a portare a unità le vostre anime mondane e le portavate
nella magia dei vostri occhi a specchio, ed erano spie perfette
che mandavano dispacci l’un l’altro:
con paesi, città e corti: voi amanti,
guidateci dall’alto sulla via d’amore.

Questo coinvolge il nodo dello specchio magico che un punto fisso dei letterati inglesi almeno dal Dottor Faustus di Marlowe (spia finita pugnalata, oltre che scrittore). Faccio ancora un poco le pulci alla divina Campo e poi chiudo.

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5. Gli occhi specchio

Tra le poesie profane tradotte dalla Campo c’è Fattura col ritratto. Lei dice:
Fisso il mio occhio nel tuo, e vi compiango
Il mio ritratto che vi arde.
Il mio ritratto immerso immerso in trasparenti lacrime
Scorgo, se indago più in basso.

Ma il valore dell’originale è più nervoso. L’amata, questo oggetto traditore, è come l’Inghilterra di allora, infiltrata di spie cattoliche come un formaggio. L’originale del pensiero di Donne, se fosse possibile, sarebbe che “la mia immagine è dipinta in una lacrima trasparente / quando abbasso lo sguardo devo spiare nei tuoi occhi”.

Per il resto la Campo si riprende e incomincia a calcare la mano, si è accorta che Donne è derelitto:

Avessi tu la diabolica arte
Di uccidere con fatti, poi guastati ritratti,
In quanti modi non potresti farlo?
Ma ora ho bevuto le tue dolci e salse
Lacrime, e sebbene altre ne versi,
Mi diletto. Dissolto il mio ritratto,
I timori dissolti che mi nuoccia quell’arte.
E sebbene di me tu serbi ancora
Un ritratto, quello sarà puro
D’ogni malizia, poiché l’hai nel cuore.

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6. I dolori del giovane John Donne

Per chiudere, una piccola poesia presa dalla pagina di Poetry. Per gli inglesi lui è solo questo, non ci sono santi che tengano. Buon pro vi faccia. (Andrea Bianchi)

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Elegia VII

Sembrava idiota la natura e dovetti insegnarti ad amare,
E in quei sofismi oh! ti mostrasti troppo esperta: folle,
non hai appreso il linguaggio mistico dell’occhio e nemmeno quello della mano:
Né riuscivi a giudicare la differenza delle arie
E dei sospiri e dire questa è menzogna, questa disperazione:
Né riuscivi a intendere dalla cascata dentro gli occhi
Che c’era una malattia disperatamente calda, che variava come febbre.
Non ti avevo ancora insegnato, allora, l’alfabeto
dei fiori, e come ti ingannano per esser stati raccolti per bene in mazzo
Per poi portare a perdizione la coppia nel silenzio.
Ricordati allora di quelle parole che usavi
Io, se i miei amici sono d’accordo
Dal momento che sono l’attrazione del nostro focolare insieme al nome di tuo marito
E sono i trucchi d’amore che potresti intendere alla perfezione.

*

Remember since all thy words used to be
To every suitor, “I, ’if my friends agree”;
Since, household charms, thy husband’s name to teach,
Were all the love-tricks, that thy wit could reach;
And since, an hour’s discourse could scarce have made
One answer in thee, and that ill arrayed
In broken proverbs, and torn sentences.
Thou art not by so many duties his,
That from the’world’s common having severed thee,
Inlaid thee, neither to be seen, nor see,
As mine: who have with amorous delicacies
Refined thee’into a blissful paradise.
Thy graces and good words my creatures be;
I planted knowledge and life’s tree in thee,
Which oh, shall strangers taste? Must I alas
Frame and enamel plate, and drink in glass?
Chafe wax for others’ seals? break a colt’s force
And leave him then, being made a ready horse?