Jiří Langer: i segreti della mistica ebraica, e quelle notti, a Praga, favoleggiando con Kafka

Posted on Marzo 16, 2020, 7:36 am
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Chissà cosa si dicevano – è detto che le parole spese di notte brillano, a mezz’aria, come angeli in fiamme. “Durante la guerra aveva fatto amicizia con Franz Kafka e spesso passeggiavano insieme sino a notte alta per la vecchia Praga”, racconta il fratello di Jiří Langer, František, drammaturgo di una certa fama, fisico, generale di brigata dell’esercito cecoslovacco. Che spunto romanzesco: ricostruire gli enigmatici dialoghi notturni tra Langer, risorto dal fervore per la mistica ebraica, e Kafka. Secondo i ricordi del fratello, l’amicizia tra Jiří e Kafka inizia nel 1915: da quell’anno Kafka comincia a scrivere i grandi racconti – Un messaggio dell’imperatore, Una relazione per un’Accademia, La metamorfosi – e a ipotizzare Il castello. Forse, in un crocevia romanzesco, Langer potrebbe fungere da ispiratore occulto di Kafka. Chissà cosa si sono detti nelle enigmatiche notti di Praga, quei due. Ciò che si sa è che, sfollato in Palestina nel 1939, Langer entrò in contatto con Max Brod. “I suoi amici migliori furono lo scrittore Max Brod e sua moglie. Con Brod si capivano, un’eguale nostalgia per la Boemia e per Praga li accomunava”. Israele è fondata per riguardo al Testo, ma il suo cemento è la nostalgia. Langer morì il 22 marzo del 1943, “E Brod gli rimase fedele; quando mio fratello fu sepolto nel cimitero di Tel Aviv, egli ebbe cura della sua tomba, della sua eredità letteraria… era in agonia, seppure in piena coscienza, quando Brod gli portò le bozze del volume in cui mio fratello aveva raccolto le poesie ebraiche scritte in Palestina”.

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La storia di Jiří Langer non sembra tratta da un racconto di Kafka. La gnosi di Kafka è un colpo d’unghia sul nulla, non possiede lo sguaiato fervore della mistica, che ha sudore e odi. Piuttosto, Langer pare un compagno di sbronze di Isaac B. Singer, che dal padre, rabbino, ha ricevuto la benedizione della parola che incatena e incanta: “A casa nostra, la venuta del Messia veniva presa assolutamente alla lettera. Moshe, mio fratello minore, e io ne parlavamo spesso. Prima, si sarebbe sentito il suono del corno d’ariete. A suonarlo sarebbe stato il profeta Elia…”, attacca a scrive in Ricerca e perdizione, titolo che andrebbe bene per celebrare la vita di Langer, in effetti.

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Figlio di ebrei assimilati, Langer, testa appropriata allo studio e all’estasi, si getta alla ricerca delle origini recise. Studia l’ebraico antico, impara la Torah, il Talmud. Propende per l’ascesi, Praga gli pare un covo di idoli e di demoni, lascia tutto, nel 1913, per Belz, estremo villaggio – oggi fa poco più di duemila abitanti – nell’oblast di Leopoli, Ucraina. Lì, si dice, c’è un cuore di ebrei mistico-ortodossi, i chassid, i giusti, i pii, che vivono secondo la Legge, che conoscono i labirinti della Cabbala, che orientano ogni gesto in onore di Dio. Arrivato a Belz, Langer sperimenta la disillusione dalle morgane costruite in una stanza della balla casa in città. Il villaggio dei ‘giusti’ non ha la cristallina limpidezza di una Gerusalemme celeste: è un opificio del bene sorto nel fango, “i paesi della Galizia orientale hanno tutti lo stesso carattere, da secoli. Miseria e sporcizia sono i loro più tipici segni esteriori”. Dai chassidim, Langer è visto con diffidenza: Dio non si studia, si segue praticando, si esegue; la via non è quella della mente, ma del cuore. “Il viaggio nel regno dei chassidim è arduo. Un esploratore che si apra il varco in una fitta foresta, insufficientemente armato, non è più coraggioso dell’uomo che decide di penetrare nel mondo chassidico, in apparenza oscuro, fin ripugnante nella sua stranezza”.

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La dimensione dello spirito pretende dedizione, prova, costanza; la paura deve volgersi in gloria, lo scoramento in gioia. Quando parte per Belz, Langer non ha neanche 20 anni, vivere nell’alveo della mistica ebraica è la sua rivolta all’Europa priva di anima. “Un ragazzo educato come tutta la gioventù di allora nelle morenti tradizioni della sua generazione di anteguerra, abbandona Praga nell’anno 1913, spinto da un misterioso desiderio che nemmeno oggi, a distanza di tanti anni, riesce a spiegarsi… Immagina forse ciò che quel giorno sta perdendo? La civiltà europea, le sue comodità e le sue conquiste, quei successi nella vita che hanno nome carriera? Immagina che la sua anima non sarà più capace di gustare pienamente i versi prediletti, che dal momento in cui sentirà per la prima volta i ritmi dei canti chassidici, tutti gli incanti della musica ne saranno come soffocati, e che tutta la bellezza finora percepita dal suo occhio sarà d’ora in poi offuscata dal velo mistico della conoscenza del Bene e del Male?”.

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Langer non è uno scrittore, non è uno studioso: soprattutto, è un ispirato. Dal 1906 è Martin Buber, pubblicando Le storie di Rabbi Nachman, a compilare l’immenso repertorio delle storie chassidiche, spesso riscrivendole (in questo caso è necessario: Martin Buber, Storie e leggende chassidiche, a cura di Andreina Lavagetto, Mondadori, 2008). “Il chassidismo è kabbala divenuta ethos. Ma la vita che esso insegna non è ascesi, bensì gioia in Dio. Chassid significa pio; ma il chassidismo non è pietismo… Porta l’aldilà nell’aldiqua, e lascia che in esso agisca e lo formi, così come l’anima forma il corpo. Il suo nocciolo è un’introduzione all’estasi – sommamente pervasa di Dio e sommamente realistica – come senso e culmine dell’esistenza”, scrive Buber.

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Nel chassidismo, propaggine estrema della mistica ebraica, moto di ‘entusiasti’ più che di filologi, ha importanza cardinale il Testo (“Se per disgrazia la Torah cadesse per terra, dovremmo digiunare sette volte per lavare il sacrilegio. Se il rotolo diventa illeggibile, lo seppelliamo al cimitero coi dovuti onri. Dio si è incarnato nella Torah e nelle sue sante lettere, e in tal modo Si è offerto a noi. Prima che nascesse il mondo, c’era la Torah, la segreta Legge di Dio”, scrive Langer), incarnato nel Santo, la guida spirituale della comunità. Il Santo ha spesso atteggiamenti che vagliati dalla ragione sembrano incongruenti, inconsueti, folli: il gergo di Dio non è quello umano, reso corrusco, oscuro, dalla caduta. Il Santo è l’unghia di Dio, la feritoia tramite cui il mondo di là accade di qua. “La personalità prende interamente il posto della dottrina e quel che in tal modo è perduto in razionalità, è guadagnato in efficacia… La sua persona rappresenta la Torah divenuta realtà vivente”, scrive Gershom Scholem in Le grandi correnti della mistica ebraica.

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Langer, ragazzo inquieto, infine, tornò a casa. Era scoppiata la Prima guerra, fu arruolato, ma egli anteponeva la preghiera alla guerra e questo gli diede noie, compreso il carcere. Incontrò Kafka. Tornò dal Rabbi di Belz, finché capì che il suo talento era quello del testimone. Nel 1920 è a Praga, definitivamente. Studia Freud, scrive un saggio sull’Erotismo della Cabbala. Nel 1935 consegna al fratello – più pratico che mistico – il manoscritto del suo capolavoro, Le nove porte, con l’idea di narrare più che “i segreti del chassidismo”, l’atmosfera di un mondo perduto, la possibilità di una vita in cui il celeste abbia preponderanza sul terrestre e l’invisibile domini ogni atto. Il libro fu pubblicato da Adelphi nel 1967, e costantemente ristampato, nella traduzione di Ela Ripellino Hlochova, moglie dello straordinario slavista Angelo Maria Ripellino.

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Dallo scritto di Langer il mondo ebraico appare a noi con il frugale splendore di un gioco di prestigio, pare la sintesi spericolate di ogni pensiero mai pensato: “Come i pitagorici, anche i cabbalisti credono nella forza creativa dei numeri e delle lettere, e nella dottrina della trasmigrazione delle anime. C’è anche un’evidente coincidenza col brahmanesimo e col buddhismo. Solo che, a differenza di questi sistemi, la cabbala luriana insegna che l’anima umana si può incarnare non solo negli animali, ma anche nelle piante, nelle acque e nelle pietre. Con le Upanishad indiane la cabbala ha forse in comune la dottrina sui mondi che hanno preceduto la creazione del nostro, mentre ne sottolineare i principi cosmogenici dell’elemento maschile e di quello femminile rimanda alla mistica cinese di Lao-Tze. Il pensiero che l’uomo è creato a immagine di Dio porta i cabbalisti a una visione del microcosmo simile a quelle che troviamo presso Aristotele e Platone o, per esempio, nl mistico cattolico Nicola Cusano. Il risalto costante dato alla gioia, come massimo principio etico vitale, collega d’altronde il chassidismo alla mistica dei sufi maomettani, mentre la funzione preminente che hanno i ‘nomi’ segreti di Dio e degli angeli nella cabbala ci avvicina infine anche alla magia etiopica e forse anche a quella antico-babilonese”.

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Da questo concetto traggo l’idea che del testo va considerato soprattutto il bianco, ciò che è taciuto, che si scorge tra ombre e capodogli. Il lettore, quindi, ha il compito di co-creare, di allargare l’orizzonte della parola – di annegare. “Ogni lettera della Torah nasconde un segreto profondo. I segreti più grandi sono contenuti nelle vocali e quelli ancora più grandi nelle annotazioni. Ma il segreto più eccelso è sommerso nel mare bianco che circonda da tutte le parti le lettere. Nessuno sa decifrarlo, nessuno lo penetra. Il segreto del bianco della pergamena è così immenso che tutto questo mondo non è capace di contenerlo. Nulla esiste che possa contenerlo”. Il segreto più grande è nel luogo che molti danno per dato, accontentandosi dello scritto, che ne è l’ornamento, il ‘di più’.

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Ecco di cosa parlavano, Langer e Kafka, nella fantasticheria di una notte, a Praga. Il segreto del bianco. L’opera di Kafka è tutta lì. L’esegesi del segreto del bianco. (d.b.)

*In copertina: Isidor Kaufmann, “Rabbino con il talled”