“Sono per la sopravvivenza della bellezza. Sono per il mistero della vita. E a New York preferisco i boschi”. Zitti, parla Jim Jarmusch

Posted on Luglio 09, 2019, 8:12 am
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Sostanzialmente l’happy end si chiude su che mondo fottuto. Che in appendice potremmo intendere come: che questo mondo schifoso vada a fottersi. Solo che a Jim Jarmusch non metti l’etichetta in faccia, riesce a combinare il film dell’orrore con il comico, gli zombie con il cabaret, “lascia allo spettatore il piacere di un film che sfugge a ogni definizione”, ha decretato Mereghetti, se lo dice lui, di The Dead Don’t Die, che ha aperto l’ultimo Cannes, è detto tutto. Di Jarmusch bastano due film a decretarne l’etica. Primo: Dead Man (1995), dove il western si decima in catastrofica catabasi, il viaggio iniziatico di William Blake termina sulla canoa-occhio che lo porta a non riconoscere più i limiti tra la vita e la morte. Neal Young in estro sonoro, Johnny Depp perfettamente candido, è come se John Ford si fosse stralunato di lsd. Secondo: Ghost Dog (1999). Forest Whitaker, adornato da tuta-tunica, è un personaggio improbabile, che vive di rinunce, fa il sicario, segue le norme dei samurai. Va ricordato che, un secolo fa, nel 2001, Einaudi s’industriò producendo un cofanetto con videocassetta di Ghost Dog incorporata all’Hagakure di Yamamoto Tsunetomo, il libro cardine del ‘codice dei samurai’. Oggi è oggetto da collezione. Nell’ultimo film, tornano un po’ tutti gli attori affezionati a Jarmusch: Bill Murray, Tilda Swinton, Iggy Pop, Tom Waits. Roberto Benigni comincia a lavorare con Jarmusch dal 1986, era Down by Law, poi in Coffee and Cigarettes (2003). In questa intervista, a partire dall’ultimo film, Jarmusch dice cose interessanti. Le abbiamo selezionate.

L’oscurità ci assale. “Il tono del film è diverso da quello che avevo in mente all’inizio. È molto più oscuro. Penso sia un riflesso del mondo in cui vivo, oggi. Ho lavorato al film per due anni: il pianeta cambiava quasi ogni giorno. L’incombente crisi ambientale è diventata più che una nuvola”.

La velocità mi agghiaccia. “Ho dovuto finire tutto troppo presto, per portare il film a Cannes. Devo ancora capire che cosa ho fatto. Non che voglia cambiare il film. Ci avrei pensato di più, tutto qui. Diciamo che il film mi è scivolato via dalle mani come un bambino sulla sponda del fiume”.

Il cinema è la caverna di Platone. “Il dilemma di ogni regista – e la bellezza del cinema – è che sostanzialmente cammini nella caverna di Platone. Sei in una stanza buia, in un mondo di cui non sai nulla. Vaghi senza sapere cosa ti attenda. Ma se hai scritto una sceneggiatura, raccolto i soldi e girato il film e sei rimasto a montare per sei mesi, beh, allora quel mondo non è più tuo, quell’esperienza ti è stata rubata. Non puoi vedere il film che hai realizzato. Le interpretazioni degli altri sono migliori delle tue”.

Questioni di estetica, ovvero: l’estasi dello stile. “Ridicolo. Il mio aspetto non c’entra con la mia arte. Quando ho iniziato, ricordo che mi sfottevano. ‘Si tinge i capelli di bianco, veste di nero e fa film in bianco e nero. Che presuntuoso stronzetto’. In verità, i miei capelli sono diventati bianchi quando ero giovane. E mi vesto di nero da quando sono adolescente. Mi piacevano Zorro e Johnny Cash”.

Ecologismo. “Certo. Sono molto preoccupato per lo stato del pianeta. Trovo che azioni come quelle di Greta Thunberg siano molto commoventi. Eppure, io faccio film che sono considerati intrattenimento. Guido una macchina. Uso carte di credito e plastica. Cosa significa? Tutto è solo bianco o nero? E io, sono una parte del problema o della soluzione? Non sono pessimista. Non sono fatalista. Sono per la sopravvivenza della bellezza. Sono per il mistero della vita”.

New York? Meglio la vita nei boschi. “New York mi ha dato tanta energia quando ero giovane. Oggi mi piace sempre di meno. Ci sono giovani di cui non capisco i valori: vogliono fare soldi e uscire con le modelle, immagino. Il fulcro non è più l’arte, la creatività, come prima. Forse sbaglio, non lo so. In questi giorni preferisco stare nei boschi, da solo”.

*In copertina: Jim Jarmusch e Iggy Pop a Cannes 2019