Elfriede Jelinek: una scrittrice premio Nobel che ha poche cose interessanti da raccontare e si ostina a “leggere la realtà” a modo suo

Posted on Ottobre 27, 2020, 12:36 pm
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La Signora Elfriede Jelinek è una donna matura dalla vita sobria e riservata (tutti ricordano che il Premio Nobel del 2004 glielo dovettero recapitare). Rarissime le interviste che rilascia. Fortuna nostra, vera e propria manna, è che ne abbia concessa una a Raffaella De Santis, per “Repubblica”. L’occasione è data dalla ripubblicazione del suo romanzo Le amanti per La Nave di Teseo. Dunque riservata sì, ma se c’è da promuovere, ci si può concedere.

Da una grande scrittrice (e da un grande scrittore, se la Signora non considera un’offesa al genere femminile) ci si attende che ciò che ha davvero da raccontare d’interessante lo faccia attraverso le proprie opere. In qualsiasi genere o non genere s’avventuri. E così ha fatto la Signora, ragionando con De Santis di sociologia e statistiche (a proposito, chi l’avvicina a Robert Musil dovrebbe ricordare quanto quello avesse in odio quelle “scienze”), di relazioni tra sessi, più o meno con categorie linguistiche risalenti a circa mezzo secolo fa… Un bel risultato per una che passa ancora per essere una sperimentalista.

Magari ci torniamo, sull’opera della Signora (anche per rispetto della rivista che mi ospita), ma qui vorrei restare aderente al livello, misero e irrispettoso, nel quale lei s’immerge (in compagnia di molti altri scrittori per la verità) quando decide di “leggere la realtà”, “interpretarla”, “denunciarla” (usando appunto sociologia e statistica), allontanandosi dalla propria vocazione (parola grossa anche per la Signora, ma è per capirci): creare poesia, letteratura, teatro, arte, dunque “mondi altri”, piaccia poco o tanto, sempre “altri” rispetto alla “realtà”.

È nella presenza, per la verità da tempo molto tenue e snaturata, del cattolicesimo nella sua particolare versione austriaca che la Signora trova spesso motivi per dare un senso al proprio essere “femminista” (“Certo che sono femminista, cos’altro dovrebbe essere una donna?”, dunque, cos’altro potrei essere io uomo, se non un maschilista?).

In Austria, anche solo limitandoci ai viventi, la Signora è in buona compagnia. Ricordo solo Josef Winkler, salito sugli scudi nel 2008 con la vittoria del prestigioso, e tedesco, premio Büchner: in realtà uno scrittore mediocre che null’altro fa che esercitarsi con continuità nella profanazione e degradazione dei simboli religiosi, tanto che in Germania lo premiarono non per tanto il valore letterario, quanto per aver “reagito alle catastrofi prodotte dalla sua infanzia cattolica”. Domanda consequenziale, per lui e la Signora: di che cosa potrebbero scrivere se venisse loro meno la presenza storica del cristianesimo, del cattolicesimo in particolare?

Jelinek infatti non è da meno. Infanzia difficile, ma non solo. Nel suo blog abbondano scritti ispirati alla cronaca pubblicati. Segnalo quello intitolato Von Ewigkeit zu Ewigkeit (“D’eternità in eternità”), ispirato alla morte del politico austriaco Jörg Haider, nel 2008, dalla Signora definito “il Redentore”. Ricordo che il “Corriere della sera” di allora la prese così sul serio da intendere quello scritto come un tributo… Peccato che in realtà la scrittrice era stata per anni in prima linea contro la politica del partito di Haider, il FPÖ e del suo capo. Si legga il suo testo presente in Österreich. Berichte aus Quarantanien (“Austria. Cronache da un Paese in quarantena”) edito da Suhrkamp nel 2000. Per la Jelinek e gli altri che contribuirono a quel volume l’equazione era molto, troppo semplice: Haider era il nuovo Hitler e il partito liberale austriaco un nuovo partito nazista (“Una grossolana e menzognera semplificazione”, la definì allora l’equilibrato Luigi Reitani). Con questi presupposti, come si poteva pensare che la Signora avesse scelto la parola “Redentore” per rendergli omaggio? Mai espressasi su livelli tali da assicurarle l’attributo di “geniale”, Jelinek ricorreva di fatto anche in quel testo alla lingua e alle forme più vere e radicate dalla cultura austriaca (del “Redentore” dice essersi trattato di un Gesù, con tanto di discepoli, il testo si conclude con un “Amen” ed è corredato di una foto con sacerdoti accanto alla bara di Haider), oltre che ad una celebre poesia di Goethe, Il signore degli elfi.

Altro fatto di cronaca, questa volta davvero “nera”, strumentalizzato dalla Signora per individuare e denunciare le radici del male (il cattolicesimo) nella società austriaca, è stato quello che ha visto protagonista Josef Fritzl, un elettrotecnico di Amstetten che costrinse la primogenita Elizabeth a ventiquattro anni (dal 1984 al 2008) di vita segregata e a partorire sette figli frutto del suo amore incestuoso: malattia o lucida volontà di compiere il male? Libera scelta o irrisolvibile condizionamento causato da patologia? Ricordo autorevoli studiosi del cervello umano formulare ipotesi di risposta: è un errore porre la questione della colpa, sentenziò qualcuno. “Ogni comportamento criminale”, questa la conclusione di Hans Markowitsch, ricercatore di Bielefeld, “è condizionato da qualcosa di patologico”. Sempre in Germania, Gerhard Strate, un avvocato difensore misuratosi con casi particolarmente difficili, circa libertà e responsabilità sembrava non avere dubbi: “L’idea di colpa a proposito dei criminali è un idolo di cui non possiamo fare a meno”. Jelinek non si fece sfuggire una vicenda così laida, dunque decise d‘inserire il “caso Fritzl” nel Privatroman (romanzo privato) online Neid (“Invidia”). Un’elaborazione tutt’altro che neutrale, quella partorita allora dall’austriaca, poco abituata ad interrogare il male e piuttosto preoccupata di scovarne a sufficienza per sguazzarci dentro, morbosamente.

Così come la Signora ancor oggi non ha dubbi circa l’univocità delle relazioni tra uomini e donne (possono essere solo “rapporti di potere”, pontifica), ugualmente allora non aveva dubbi: quel terribile fatto non poteva che accadere nella cattolica Austria. Nel “romanzo privato” Fritzl viene infatti paragonato al Dio buono della cristianità e, in analogia con la triplice natura divina, la scrittrice immagina che per Elizabeth e per i bambini rinchiusi nel bunker il mostro sia stato per anni un essere dalla triplice personalità: padre, nonno e comandante in capo e così sia stato accettato. Questi sono i cristiani, in particolare gli austriaci, la troppo facile conclusione di Jelinek allora. L’aberrante e strumentale relazione tracciata dalla scrittrice voleva far credere che la figlia e i nipoti nati dall’incesto non fossero coscienti della natura criminale del padre-nonno, perché educati dalla fede cristiana alla cieca obbedienza.

Tanto basta per chiedersi: chi, che cosa sarebbe la signora Elfriede Jelinek senza il cattolicesimo austriaco?

Vito Punzi