“L’avversario” è libero. La vera storia di Jean-Claude Romand, l’uomo che per restare fedele alle sue menzogne sterminò la famiglia

Posted on Aprile 28, 2019, 9:36 am
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Qual è il vero volto di uno spietato assassino? “Quasi tutti gli album della famiglia Romand sono andati distrutti durante l’incendio. Le poche fotografie che si sono salvate assomigliano alle nostre”. L’avversario tornerà libero, a fine giugno. Jean-Claude Romand, il feroce e lucido assassino, parricida, matricida, uxoricida e figlicida – il protagonista bugiardo, doppiogiochista, indimenticabile dell’opera di Emmanuel Carrère, pubblicata in Italia da Adelphi (e dell’omonimo film con Daniel Auteuil) – nel gennaio 1993 aveva ucciso la moglie, i figli e i suoi genitori, poi aveva tentato di suicidarsi. Dopo ventisei anni di reclusione, Romand uscirà dal carcere. Annunciano la notizia al Tg1, scorrono sullo schermo, rapidamente, le immagini della tragica pagina di cronaca nera, la faccia pallida dell’impostore, gli occhiali dalla vecchia montatura e gli occhi chiari, la casa mezza bruciata, inevitabile il cortocircuito tra cronaca e letteratura. Era l’alba di lunedì 11 gennaio 1993, i pompieri chiamati a spegnere l’incendio divampato nella casa di Prevessin-Moëns, vicino alla Svizzera, si trovano davanti i corpi mezzi carbonizzati di una donna, Florence Cloret e di due bambini, Caroline, 7 anni, e Antoine, di cinque anni: la moglie e i figli di Jean-Claude Romand. Aveva ucciso anche il cane. Lui, moderna e revisionista trasposizione di dottor Jekyll e Mr Hyde, era gravemente ustionato e suicida fallito: aveva ingerito barbiturici. La verità inizia, lentamente, inesorabile a venire a galla. A fuoco più che la casa, era andata una articolata cattedrale francese di menzogne.

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“La tesi dell’incidente resse solo poche ore – scrive Carrère – La donna era stata ammazzata dal colpo di un corpo contundente, i bambini uccisi a fucilate, e la loro morte risaliva a quasi due giorni prima”. Uno zio dell’assassino si reca nel Giura, nel borgo di Clairvaux-les-Lacs, per dare la tremenda notizia ai genitori dell’uomo, ma li trova morti, a colpi di fucile. Cinque delitti per una doppia vita, scrive Carrère. Insomma, Jean-Claude Romand aveva fatto a pezzi, con un mattarello e il fucile, la sua famiglia modello perché ormai stava affondando nelle sue stesse ventennali menzogne che stavano per essere smascherate. Come cancellare la lavagna, o strappare i fogli dal quaderno, Romand fa a pezzi la sua vita familiare. Il suo ergastolo – era stato condannato nel 1996 – si è tradotto, dopo ventisei anni, in libertà. Dovrà indossare il braccialetto elettronico, in un monastero. “Ha ingannato e continua a ingannare tutti”, dice il cognato Emmanuel Crolet. Ma fino a dove può arrivare la finzione? In questo caso, la creazione letteraria, del celebre scrittore francese, ha fatto di lui un personaggio narrativo, il protagonista e l’artefice di una tragedia. Ma la finzione-regina non è tanto la sua doppia vita amorosa – il corredo di amante, Corinne/Chantal, che aveva passato con lui la sera di sabato a Parigi (“l’aveva raggiunta per portarla a cena dal suo amico Bernard Kouchner, a Fontainebleau. Appena qualche ora prima, stando all’autopsia, aveva fatto fuori moglie, figli e genitori, cosa che naturalmente lei non poteva immaginare. In un angolo isolato del bosco aveva tentato di farla fuori come gli altri. Lei si era difesa, lui aveva desistito”) – quanto, quella lavorativa. Il falso medico con il finto impiego all’OMS. “Romand aveva quasi trentanove anni, ma ne dimostrava un po’ di più; un uomo calmo, posato, colto; uno specialista in arteriosclerosi, che lavorava a Ginevra come ricercatore per l’Organizzazione Mondiale della Sanità”. La sua preparazione, nel settore, era solida, approfondita. Un medico immaginario, però. Costruire, ma, soprattutto, tener fede ad una menzogna importante, una vera palla colossale, richiede una preparazione altrettanto tecnica e considerevole. “Prima di appiccare l’incendio aveva scarabocchiato sul retro di una busta ritrovata dalla polizia nella sua auto un messaggio piuttosto confuso in cui parlava di una «ingiustizia» e di un «banale incidente» che possono «spingere un uomo alla follia»”. Già. Ma cosa spinge un uomo affettuoso, un padre molto amato, colto, premuroso ma senza titoli e senza impiego, sull’orlo, anzi fin giù nel baratro della follia? Cosa conduce a mentire così spudoratamente a se stessi e agli altri per così lungo tempo?

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Figlio unico di una coppia di amministratori forestali del Giura, aveva intrapreso una storia “fervida e casta” con la lontana cugina Florence, che poi sposerà, come lui iscritta alla facoltà di Medicina. Sembrava una vita come tante. Era una vita come tante. Quello che accade nel settembre 1975, forse, è l’incipit della sua seconda vita: “Romand non ha passato gli esami di giugno, è stato rimandato alla sessione di settembre, ma gli mancano soltanto tre punti per essere ammesso al terzo anno. È allora che cade dalle scale. Frattura del polso. Atto mancato o no, chi potrà mai saperlo? Fatto sta che Romand non si presenta all’esame”. Sembra iniziare così il tortuoso percorso di alterazione, manomissione seriale della verità. Escono i risultati, passa gli esami, conclude brillantemente gli studi, trova un posto di ricercatore all’OMS, con un valido stipendio. Per finta. I suoi capi, puntualmente, fanno i regali ai suoi figli, la moglie scrive loro lettere di ringraziamento. Lui che va all’estero per i convegni e ritorna con i regali per i figli, presi all’aeroporto. Inevitabile, di fronte alla rovinosa caduta del sipario, davanti alla nuda, dolorosa verità, una semplice, banalissima domanda: “Si chiedevano tutti la stessa cosa: come abbiamo fatto a vivere così a lungo accanto a quest’uomo senza sospettare nulla? E tutti cercavano nella memoria il ricordo di un momento in cui erano stati sfiorati dal sospetto, o da qualcosa che avrebbe potuto suscitarlo”. La verità non può che tormentare, torturare un uomo che scrive tutta la sua vita su un taccuino di pura invenzione. La prova di filosofia che aveva svolto alla maturità: “che cos’è la verità?”. Il lavoro che fingeva di svolgere all’OMS era ben pagato, era quindi normale fidarsi di lui, che si occupava quindi di investire il denaro di amici e parenti in Svizzera, tenerlo al sicuro. Quello stesso denaro veniva “reinvestito” dal bugiardo seriale per provvedere a sé e alla sua famiglia. Ma l’amante Corinne/Chantal vuole indietro il denaro, intende acquistare un nuovo studio a Parigi. Il nodo della menzogna si stringe intorno al suo collo, è un cappio. “Un vicolo cieco”. E non si può più tornare indietro.

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Dopo le festività natalizie, acquista i proiettili, i barbiturici, le taniche di benzina. Non vuole che i suoi scoprano quello che è veramente. Cioè che non è quello che è sempre stato, ai loro occhi. Guarda la moglie addormentata, dopo “un momento di vuoto”, lei ha il cranio sfondato con un mattarello, è morta. I figli sono già svegli e stanno guardando la videocassetta dei Tre porcellini. Le loro carni sono tenere, l’amato papà inventa un gioco per ammazzarli con il fucile. Poi copre la piccola Caroline (è lei colpita a morte, per prima) con un piumone, la testa sotto il cuscino. Rimbocca le coperte. Prima di uccidere i suoi figli, se li coccola un po’. Esce a comprare due giornali. Poi parte per Clairvaux, va ad uccidere i suoi genitori. Pranza con loro, attira il padre nella sua vecchia camera per controllare un condotto di areazione, che mandava un cattivo odore. La carabina che aveva in mano l’avevano comprata insieme nel giorno del sedicesimo compleanno. Una volta freddato con il silenziatore, ha avvolto il corpo del vecchio padre nel copriletto di velluto a coste, color vinaccia, che usava da bambino. Poi è andato a prendere sua madre, l’ha portata nel salottino, si è girata anzitempo, ha avuto il tempo forse di chiedere “Jean-Claude, che mi sta succedendo?” oppure “Che ti sta succedendo?” prima di essere uccisa. Cadendo, ha perso la dentiera e suo figlio, amorevolemente, l’ha rimessa a posto, prima di avvolgerla in un copriletto verde. E fa fuori pure il labrador, teneva la sua foto nel portafoglio. Guida, “con una certa imprudenza, contrariamente alle sue abitudini” fino a Parigi, cerca di uccidere la sua amante, con una bomboletta lacrimogena, non ci riesce. Torna a casa, il salotto un po’ in disordine, Jean-Claude inserisce nel videoregistratore una cassetta che registra vari frammenti di trasmissioni televisive, si dedica allo zapping. Telefona nove volte all’amante, verso sera. Alla decima, lei risponde, lo compatisce, non chiamerà la polizia. Cosparge la soffitta, i bambini, di benzina. Si mette il pigiama, si prepara a dormire/morire. Non trova i barbiturici, ma si prende un flacone di Nembutal, che aveva comprato per alleviare l’agonia di uno dei cani. Verso le quattro, appicca il fuoco, iniziando dalla soffitta. Si stende accanto alla moglie Florence, sembra addormentata sotto il piumone. Sembrano tutti addormentati, quella notte. Quando si alzano le fiamme, trovano la strada, escono dal tetto, viste dai netturbini, durante il giro mattutino. E bussano alla porta.

Linda Terziroli

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