La letteratura come tauromachia, ovvero: elogio di Jean Cau (nell’arena è meglio di Hemingway)

Posted on Ottobre 18, 2019, 6:23 am
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A 33 anni Ernest Hemingway si crede Cristo e scrive il suo libro più bello, “con la sua perpetua esibizione di onniscienza, di virilità e di antica saggezza riguardo al mistero della vita e della morte” (Masolino d’Amico). Nel 1932 Hemingway stampa il saggio romanzesco Morte nel pomeriggio. Parla della Spagna, della corrida, del sangue e della morte. Non si scende nell’agone per uccidere la bestia, ma per il rischio di essere uccisi. Lì – non c’entrano gli animalisti, in questo discorso, ma l’animalità – si evoca il rito del Minotauro, a volte l’arena ha viso di labirinto. Anche secondo Luca Doninelli Morte nel pomeriggio è il libro più alto di Hemingway. Avido di matador, Hemingway torna in Spagna nel 1959: per “Life” pubblica una serie di articoli che diventano Un’estate pericolosa.

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“Sulla strada del ritorno, nell’auto di Manolo Vázquez flagellata dal diluvio, fanno a pezzi Hemingway e il suo prossimo libro sulla tauromachia che comincia a uscire a puntate nell’edizione americana di Life… Penso che don Ernesto ne ha avuto del fegato a rimetter piede in Spagna. Non è simpatico qui”. Hemingway ha raccontato la morte del toro con nitore cinematografico: ma qui la bestia è mito, la sua morte una liturgia. Solo Jean Cau poteva permettersi di matare Hemingway: sul Toro, in effetti, sull’arte arcaica, terribile, sanguinaria, suprema della tauromachia ha scritto il libro più profondo. Pubblicato da Longanesi nel 1962, torna, ora, per Iduna, nella stessa traduzione di allora (Elisa Morpurgo), per la cura di Carlos D’Ercole, bibliomane folle, autore, l’anno scorso, di un libro imparagonabile, Dizionario Gonzo.

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L’uomo vive nel confronto con la morte – anche amare è una tauromachia. Jean Cau, tuttavia, a differenza di Hemingway, non indugia nel lago metaforico. “Michel Leiris ha detto press’a poco che anche in letteratura c’è il pericolo di prendersi una cornata. Ciò significa che lo scrittore deve assumersi dei rischi e andare fino in fondo alla ricerca della sincerità. Egli considera la letteratura ‘come una tauromachia’… Rimane il fatto che questa angoscia non ha nulla a che vedere con la paura che ti strappa il cuore e ti secca la bocca, con la paura nuda e selvaggia della vera morte. Che un matador di parole rischi la ragione, la salute e l’avvenire dei suoi figli è cosa che merita certamente rispetto e (se l’uomo ha talento) ammirazione”.

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Non indugia nell’estasi, non rende angelico il matador: Jean Cau racconta, in un reportage corrusco, un tour nella giugulare umana, perfino i trucchi, le bassezze, la sbrigativa malizia di certi affettatori di tori. Fermezza ed eleganza sono tutt’uno. Sangue e splendore meridiano. “Avrebbe voluto che la società, la politica, la vita degli uomini fossero orientate alla bellezza. ‘Per me ciò che è bello è buono e non viceversa’, diceva, ‘quando c’è bellezza, appare la mia moralità: fatta di ammirazione’”, scrive Alain de Benoist in un efficace, raro ritratto di Jean Cau. “Bimbo in decadenza”, si diceva Cau. “Se ti chiedi, ‘chi sono?’, non cercare troppo in là la risposta: sei ciò che eri nella tua infanzia, quando vivevi senza difese, in innocenza. Dimmi che bambino eri e ti dirò chi sei e cosa sarai”.

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Nelle prime pagine, nella Nota, Cau sistema la questione ‘politica’. “Molti pericoli minacciano l’uomo di lettere che s’azzardi a parlar di toros e ne elencherò alcuni: 1) Lirismo e letteratura. Vale a dire, il costume di luce, sangue, tragedia, morte e così via. 2) Se è uno straniero (ed è il mio caso) il ridicolo. 3) La tentazione di mentire. Più o meno, questo pericolo numero tre si ricollega al numero uno. 4) La tentazione della ‘verità’. Cioè, la tentazione di vedere nella corrida soltanto un’immensa e maleodorante cucina. Infine, un onest’uomo può incorrere in un pericolo ancor più grave: quello di farsi giudicare fascista. Infatti, com’è noto, l’uomo di sinistra si picca di sputare sulla corrida, spettacolo ripugnante, marcio di bestialità e superstizioni, dedicato alla parte più ‘mistificata’ dell’uomo in generale e dell’uomo spagnolo in particolare. Giacché ho poppato alle mammelle della sinistra, mentirei se negassi che questi argomenti mi danno un vago imbarazzo… La corrida, si sostiene, sarebbe uno spettacolo essenzialmente fascista. Il sangue, la virilità, la morte, il sesso, insomma tutti gli ingredienti che, in dosi diverse, ne fanno parte, rivelerebbero la loro natura perversa se esaminati ai microscopi perfezionatissimi della sinistra. A dir il vero noi ci siamo fatti sino a poco tempo fa un’immagine stereotipata dell’uomo di sinistra che lo stalinismo ha contribuito ad alimentare. L’uomo di sinistra era una specie di santo, più virtuoso di Catone, più dolce di Gesù, bevitore d’acqua, fermo nei suoi propositi, deciso e al tempo stesso misurato nei suoi atti, il cuore colmo d’amore per l’umanità e di democratico orrore per la violenza. Vestito di bianco, il viso disteso, la voce calma, si chiamava Stalin e (così ci appare in un film sovietico) coltivava le rose. In sostanza, la sinistra incarnava la virtù, la destra il vizio”. Morale, firmata da Siviglia, il 24 ottobre 1960: “La mia intenzione non è di demistificare (parola di moda) la tauromachia (si ‘demistifica’ tutto coi tempi che corrono), ma di scrivere con penna salda e insieme affettuosa”. In effetti, questo è un libro che corre, è un’incornata.

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Nato nel 1925, segretario di Jean-Paul Sartre dal 1947 al 1956, pupillo della sinistra, “figlio indocile”, Lancillotto di genio, “il più grande” (secondo Pierre Bénichou, stretto collaboratore e intimo amico di Mitterrand), tra le tante cose, nei mirabili Sessanta, Jean Cau scrive la sceneggiatura de La calda preda di Roger Vadim (con Jane Fonda e Michel Piccoli), del Ribelle di Algeri (per Alain Cavalier, con Alain Delon e Lea Massari) e di Borsalino (con Jean-Paul Belmondo e Delon, che diventerà suo amico). Soprattutto, nel 1961 vince un Goncourt con La pietà di Dio, stampato da Gallimard e prontamente tradotto da Mondadori (per firma di Roberto Cantini) l’anno dopo, a dire del genio repentino di Cau. Quelli, però, son pure gli anni in cui l’enfant prodige scopre l’intima ipocrisia della gauche. “Ero esigente, asciutto, piuttosto duro. Credevo in certe cose, in certi ideali, in certi valori. Poi incontro Sartre e mi impegno in sezioni dell’intellighenzia francese. Con mio grande stupore, cosa scopro? Che questi intellettuali erano tutti di origine borghese, ma adoravano il popolo e la sinistra. Non hanno mai visto un lavoratore in vita loro, hanno dei domestici, delle cameriere, degli schiavi, insomma, ma sono di sinistra. C’era un atteggiamento nevrotico, un regolamento di questioni personali. Incapaci di essere se stessi, sono andati dal popolo”. Da allora, Cau continua a scrivere, moltissimo (i libri editi da Gallimard li vedete qui), ma scompare, sostanzialmente, dall’orizzonte editoriale italiano che conta. L’editore Volpe pubblica Il papa è morto… (1969), Le scuderie dell’Occidente (1973) e Il cavaliere, la morte e il diavolo (1979); Settecolori edita, nel 1993, Il popolo, la decadenza e gli dei. Insomma, Jean Cau è felicemente squalificato tra gli autori ‘di destra’. Eppure, Cau è inafferrabile: nel 1971, in Le Temps des eclaves, fa di Yukio Mishima la chiave per scassinare una società imprigionata nel perbenismo (“Ciò che vale non è la vita in sé, ma ciò che si fa di essa… quando non ci sono più veri Maestri, tutta la società è schiava. Ma sono schiavi tristi e vuoti”); nel 1984, in Proust, le chat et moi, torna alla tauromachia e descrive la “Recherche” come ultimo grande romanzo dell’Occidente (“Per quale mistero la tauromachia assomiglia alla letteratura? Nel fatto che l’autore ha vinto il tempo e ripetuto le sequenze di una vita irresponsabile attraverso la letteratura. Nel fatto di aver vissuto l’infanzia dell’arte e per il fatto che l’arte è una eterna infanzia. La Recherche è l’ultimo romanzo dell’Occidente. Sullo sventrato Titanic dell’Occidente, Marcel Proust ha scritto, con la Recherche, l’ultima sinfonia di violini prima della fine. Dopo la Recherche nessun Grande Scrittore può emergere dai fianchi decomposti della decadenza”). D’altronde, per Juillard, nel 1979, Cau firma il suo elogio per il ‘Che’, Une passion pour Che Guevara, stampato da Vallecchi nel 2004, con prefazione di Pino Cacucci, da cui ci abbaglia quella frase indimenticata: “ci sono mille modi di suicidarsi. Balzac scelse il caffè, Verlaine l’assenzio, Rimbaud l’Etiopia, l’Occidente la democrazia, e Guevara la giungla”.

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Mi piace questo scrittore sconsiderato e antimoderno, anticonvenzionale, che ha il gusto di prendersi il giro, che non ha il culto della morte – lo ha, per dire, Henry de Montherlant – ma il senso alto della sfida. Toro, molto semplicemente, che non ha il nitore del tramonto – quello è Hemingway, semmai – ma il vorace della luce intera, diretta, eretta, ha pagine molto belle. “Ecco Ordóñez, la fronte quadrata sotto i capelli ben lisciati dall’attaccatura bassa, il viso pieno, il mento grasso, il ventre ben nutrito. Una curvatura potente gli gonfia le spalle e contribuisce non poco a dare alla veronica ordoñesca quella forza e quella dolcezza davvero uniche, quel suo lento svolgersi inimitabile. Si può preferire il gioco di cappa di un altro torero. Non si può negare che quello di Ordóñez è di una profondità sconvolgente. Suprema sarebbe l’aggettivo esatto”. E poi Cau, per cui i toreri non sono apollinei ma uomini bassi, butterati, per nulla fascinosi se non lì, nell’acme dell’arena, cambia tono: “Oggi Ordóñez combatterà male. Ha viaggiato tutta la notte e buona parte della mattina. È scoppiato”. È un libro inatteso, questo, vitale prima che vitalista, ebbro più che dionisiaco, imprevedibile. Di questi tempi – dove il troppo ha tratti di grigio – è un lusso. (d.b.)