“Senti, bella, gira al largo… A me e a Janis, devi lasciarci stare. Lo dico per te”. In memoria di Janis Joplin: un’invettiva di Barbara Costa

Posted on Ottobre 10, 2020, 8:26 am
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Senti, bella, gira al largo. Smamma, vai a farti un giro, porta quel tuo visetto stuccato lontano da noi. A me e a Janis, devi lasciarci stare. Lo dico per te. Non vorrei ti si rovinasse la messa in piega, non sia mai che le tue risatine si spengano a diventar piagnistei. No, senti, fammi il piacere, non iniziare a frignare, poi ti cola il mascara, e se ti cade una ciglia finta, per te è catastrofe sicura. Vedi, sciocchina, io e Janis siamo pericolose. Se infastidite, diventiamo volgari, feroci, prepotenti. Insofferenti. Urliamo, imprechiamo. Io e Janis siamo manesche, e siamo tue nemiche. A dire la verità, vorremmo tanto starcene in pace, con tutti, ma finché la Terra sarà popolata da stupidine come te… sarà dura mantenerci tranquille.

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Io e Janis non siamo come te, io e Janis non siamo due donne, siamo due f-e-m-m-i-n-e, e se non capisci la differenza, spazza le ragnatele dalle tue sinapsi, che te la spiego: una donna è sempre un prodotto sociale, è quello che la società in cui vive vuole e si aspetta da lei. Una donna è quasi sempre un prodotto maschile, nella maggior parte dei casi riproduce una penica proiezione, in altri ne è la sua speculare reazione opposta. Io e Janis no, io e Janis siamo due femmine, ma non siamo donne-bambine come dei poveri impotenti ci denigrano: siamo due femmine che vivono di istinto, si fidano solo del loro istinto, non barattiamo la nostra libertà per rispecchiare neppure la più piccola idea che un altro si può fare di noi. Noi non vogliamo entrare in nessun quadro, categoria, etichetta, noi vogliamo essere quel che ci va di essere, e se credi che la nostra sia una via facile, è come credevo, sei proprio una cretina irrecuperabile. Te, ragazza perbene, col tuo fidanzato poi marito poi padre dei tuoi marmocchi; te, divorziata con casa assegnata e assegno di mantenimento; te, figlia modello, luce degli occhi dei tuoi genitori, ai quali dai soltanto soddisfazioni; te, con un lavoro rispettabile, rimediato come, magari aprendo le gambe al capo, accettandone ogni sudicio compromesso; te, ogni volta dalla parte giusta, col vestito giusto, la compostezza che ci vuole, l’educazione, il contegno, te che seduci coi tuoi marci strumenti da femme-fatale. Te, ci fai schifo.

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Ci fai schifo, ci dai fastidio, ci hai stufato: ma chi caz*o credi di essere per chiamare me e Janis ‘p*ttane’, per darci delle balorde, e per prendere in giro la mia amica per i suoi brufoli e per il suo aspetto fisico? Brutta str*nza, diccelo in faccia, esci dal branco: cosa c’è, te la fai sotto? Janis, sono anni che le date addosso. Cos’è, fai finta di non ricordare? Io lo so, siete andate a scuola insieme, avete fatto lo stesso liceo, tu eri tra quelli che le urlavano contro insulti, le sputavano addosso, sui suoi vestiti da beatnik, le tiravano monetine, le scrivevano ‘p*rca’ sull’armadietto. Tu non sei stata tra quelli che al college l’hanno sfottuta ‘uomo più brutto del campus’, e però nella tua testa bacata l’hai approvato, ne hai riso, hai applaudito. E tutto questo per sentirti migliore. Di lei, di me, come se ci volesse chissà che qualità per essere migliori di te, un’insulsa ignorante che non era al college semplicemente perché non l’ha fatto il college, te che ti sei sposata presto, col tuo ragazzo del liceo, un altro essere inutile come te, col cervello da bifolco, come ce ne sono tanti, in Texas, e come ce ne sono tanti pure nella provincia italiana, te lo posso assicurare. E poi, io e Janis, p*ttane, perché? Chi ti dà il diritto di considerarci sporche, sbagliate? Perché non sc*piamo chi ci corteggia, ci elegge sue, ci dà un anello, ci sposa, ci rende madri? È vero, noi siamo femmine che i legittimamente coniugati se li sc*pano volentieri, e gratis, ci bastano i loro orgasmi, la loro lingua tra le gambe, quella che tra le tue non ci fai andare, non vuoi farci andare. Oh, tu composta ci sc*pi pure, mai capirai la soddisfazione di essere e fare la tr*ia, a letto, nel sesso, sul serio, per magnificarti e magnificare un uomo. Ma sei nient’altro che un’illusa, se pensi che la tua dolce metà simili vertigini di piacere non se le procuri altrove. Se tu sei una che non dà il c*lo, le corna te le meriti, credi a me.

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Eccola, mi si offende, è infastidita, dal linguaggio mio, e di Janis, ma aspetta, cara pupattola, che non ho finito: io e Janis andiamo a letto con uomini e donne, siamo perfettamente bisex, ce la spassiamo ogni volta che possiamo. Janis più di me, è vero, a lei piacciono non dico tutti ma quasi, è affamata di corpi e sesso, è insaziabile, e se ne lamenta di continuo, che nel mondo del rock girano pochi groupie maschi, o groupie lesbiche (Janis ne ha due fisse, Sunshine e Peggy, però ultimamente ci ha litigato. Lo sai? Janis ha rimorchiato quel ben di Dio di Jim Morrison, quello di Los Angeles, quello che canta coi Doors: ma una sera, se le sono date sul serio, stavano fuori, di testa, lui l’ha sbattuta contro un comodino, Janis gli ha spaccato sul cranio una bottiglia di whisky, e Jim è svenuto! L’hanno portato all’ospedale. Sicché, si sono lasciati, lui è tornato da Pamela sua. Però l’altro giorno, ha telefonato a Janis. Vuole vederla, salutarla, dice che parte, per Parigi…). Io ora sono alla ricerca di rapporti a tre, e pure a due ma con un uomo che sappia come leccarmi, ma pure come dominarmi, fammi male, sono pronta per rapporti violenti. Janis li fa già. Che c’è di male nel sesso che fa male? Oddio, rieccola, che ricomincia, con la lagna di come una donna deve essere, ma noi non siamo donne, e che, sei sorda, devo ricominciare da capo?!? Io e Janis le tue scelte non le approviamo, io e Janis le tue regole non le vogliamo, ce ne freghiamo. Pagheremo un prezzo, sicuro, e alto, senza dubbio, ma siamo qui. Non scapperemo. A me e a Janis hanno detto che nel sesso siamo rumorose, e Janis ha un neo su un capezzolo che lo rende doppio, capezzolo da strega, e nel mio, su quello destro, c’è una cicatrice: forse sono un po’ strega anch’io…

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Cercando un uomo da amare, è un bel verso, ottimo per una canzone, la mia amica lo canterebbe volentieri, adesso che ci penso, ci hanno intitolato una biografia famosa, su Janis. I libri che la riguardano non sono male, te li consiglio tutti, con loro ti daresti una sana svegliata, e però… sono libri che non la sanno descrivere appieno. La mia amica è una cantante, la sua voce è intensa, potente, quella di un’anima oscura e lucente, e insicura, la mia amica è convinta di non saper cantare, di non essere abbastanza brava, anche se a Woodstock, in una notte di pioggia e fango, ha domato una folla a immagine di un delta vietnamita in stato di assedio. Come faccio a spiegarti che Janis su un palco è luce e vita, ma la vita che non è possibile, se non con estrema fatica, incollata a pensieri ossessivi? Come farti capire che la sua voce cruda trasudante sfida “evoca rumori zeppi di autentico terrore, il latrare dei cani, sono urla di impotente cecità”?

Barbara Costa

*Janis Joplin, bibliografia minima:

Alice Echols, Graffi in paradiso. La vita e tempi di Janis Joplin, Arcana, 2010

Ellis Amburn, Cercando un uomo da amare. Le passioni e le ossessioni di Janis Joplin, Kaos, 1993

Myra Friedman, Janis Joplin. Morire di blues, Arcana, 1988