“La sua morte, per quanto tragica, è una vittoria”. Mishima parla di James Dean

Posted on Agosto 08, 2020, 6:55 am
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Quando muore James Dean, il 30 settembre del 1955, Mishima Yukio, di sei anni più grande, è già lo scrittore di Confessioni di una maschera, Colori proibiti, La voce delle onde. È sedotto dall’apparenza, dall’apparire. Si dà al teatro, sorseggia il cinema, lo affascina la coincidenza – o la dissonanza – tra opera d’arte, per pochi, e clamore pubblico. Gli piace, appunto, forgiare il corpo, tramite la pratica del body building, come una maschera, come un romanzo. Con il 1955 “iniziano gli anni di intensa visibilità attraverso i mass media, anni affetti da un certo presenzialismo. Il personaggio pubblico Mishima, con la sua poliedricità, focalizza su di sé l’attenzione degli ambienti più eterogenei, evadendo incessantemente dallo stretto ambito letterario” (Virginia Sica). Lavora a Il padiglione d’oro; nel 1956 comincia, con successo, a essere tradotto negli Stati Uniti.

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Mi sembra un incrocio curioso, determinante. Nel 1956 Truman Capote – pressoché coscritto di Mishima, dotato di analoga precocità – vola in Giappone: vuole intervistare Marlon Brando per il “New Yorker”. Brando è lì per girare un film piuttosto modesto, Sayonara (che pure vince quattro Oscar). Brando è l’opposto di James Dean: non si è sottratto a film ‘di cassetta’ pur recitando in capolavori assoluti, è stato sfregiato dal pubblico, divorato, la sua innocenza è maschia, il suo candore feroce. Marlon Brando è una specie di Moby Dick del cinema, un imperatore. James Dean, al contrario, è una divinità di vetro: immortale per imperfezione, eterno per una promessa risolta a metà. Uno è inquieto, l’altro nichilista; uno è tutto e l’altro il nulla; uno è l’abisso l’altro la quisquiglia. Il comando imperiale contro il bel gesto. Brando ha sempre sfiorato la morte; James Dean è morto. Questo affascina Mishima. La vita di James Dean, benedetta dalla tragedia, è più interessante di quella di Marlon Brando perché il caso (o il fato) ha scelto James Dean. Tutto il resto si misura in termini di carisma, di talento, di gloria, cioè vita – misure, per definizione, parziali, incapaci. James Dean trascende ogni misura: il contatto tra Jim Stark, il protagonista di Gioventù bruciata – parte che doveva andare a Brando – e il suo interprete è lacerante e totale, fino allo schianto. La Porsche 550 Spyder di James Dean è la spada di Mishima.

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Bisogna leggere sinotticamente il testo di Capote, Il Duca nel suo dominio, e quello di Mishima su James Dean – riprodotto in Star, edito da New Directions – per capire le differenze. Capote, con sinuoso talento, investiga l’intimo del titano, lo denuda, quel Buddha sdraiato sopra una piramide di dolciumi. Gli importa il meccanismo della venerazione, il potere della fama, i labirinti del carisma, il buco nero dentro il sole. A Mishima interessa la vita, cioè la morte. Apparenta James Dean ad Alessandro Magno, ad Antinoo, a Raymond Radiguet. Gli interessa estrarre l’assioma, la norma, l’emblema, l’amuleto. Gli interessa il punto di congiunzione tra il fato e il vero; gl’importa il prediletto degli dèi, non l’artista di rilievo, il chiamato alla celebrità. (d.b.)

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La bellezza dovrebbe morire giovane, tutto il resto, che viva il più a lungo possibile. Sfortunatamente, il 95% delle persone ha opinioni opposte: uomini straordinari vivono fino a ottant’anni e clamorosi idioti muoiono a 21. La vita non è prevedibile, e noi, i vivi, siamo raccolti nella sua commedia, nella scommessa.

La mitologia greca narra di come Achille sia stato costretto a scegliere tra un’esistenza lunga e aliena dalla gloria e una morte gloriosa, precoce. Senza esitazione, optò per quest’ultima. Tutti, a parte il più prosaico degli uomini, sceglierebbero, se gli fosse data opportunità, la stessa opzione.

Ognuno di noi anela, segretamente, a una vita degna di essere immortalata nel canto – oppure, come Alessandro Magno, nella pietra. Per decreto, tutte le statue del grande re dovevano essere realizzate raffigurandolo a 21 anni. Per fortuna, è morto poco dopo i 30, ma se fosse vissuto fino a 70 la discrepanza tra quelle statue e il vecchio che ne era rappresentato sarebbe stata una triste farsa. Alessandro idolatrava Achille e commisurò la sua intera esistenza alla leggenda di quel mito. Sognava di morire giovane, desiderava la morte precoce.

Si è chiacchierato molto della morte di James Dean, se sia stato un banale incidente d’auto o un suicidio. Possiamo essere d’accordo sul fatto che soltanto chi sogna la morte può guidare una Porsche fino all’ultima luce rossa, in una gara di strada. Prendendo a prestito una frase di Hugo von Hofmannsthal sul tragico destino di Oscar Wilde, “è sbagliato livellare ogni cosa al disastro”. Sono certo che James Dean stesse mirando a qualcosa che ha cercato per tutta la vita, era nato per inseguire quel qualcosa. La sua morte, per quanto tragica, è una compiuta vittoria.

Ho sentito la stessa attrazione. Da ragazzo, sono rimasto profondamente colpito dalla morte precoce di Raymond Radiguet. C’è stato un tempo in cui ero certo che sarei morto giovane, come lui, all’età di vent’anni, dopo aver creato un capolavoro in grado di rivaleggiare con il suo, ero certo che la mia morte sarebbe stata pianta in modo altrettanto potente. Mi sbagliavo: quello non era il mio destino. Solo il più raro dei romanzieri può cavarsela morendo a vent’anni. Non accadde nulla. Ho continuato a vivere, arrancando, romanzo dopo romanzo, come una commedia: se fossi morto allora, la commedia sarebbe stata irreparabile. Sono stato risparmiato. Forse anch’io ho un angelo custode.

Le condizioni necessarie a una morte precoce sono crudeli. Intanto, devi essere perfetto per il ruolo; il caso, poi, deve fare la sua parte, deve glorificarti. James Dean ha realizzato in modo impeccabile entrambe le condizioni.

C’è poco da dire su un attore di vent’anni, e il viso di James Dean, per quanto attraente, non era quello di Adone o di Antinoo. Ma aveva una sensibilità eccezionale, un portamento scontroso, un’espressione che incarnava il suo modo di vivere, un modo mistico, direi, la statura di una bestia giovane, contratta nell’angoscia, che si scrolla, come se le braccia fossero ferite, con un sorriso oscuro e infantile. Se la morte non fosse stata così rapace, tutto sarebbe svanito, perché James Dean era un attore, una star del cinema, sul ciglio di una professione spietata. Davvero crediamo che gli anni a venire avrebbero permesso all’attore una maturazione artistica spensierata e anarchica? L’unica certezza è che a tempo debito sarebbe stato contaminato. Scrivendo di Raymond Radiguet, Albert Thibaudet affermò: “L’amato amante, la più grande bellezza di tutta la Francia, sulla cima di un vortice infido”. Rispetto a Radiguet, James Dean era ancora più prossimo alla “più grande bellezza di tutta la Francia” e occupava un ruolo ben più pericoloso.

La mente popolare è difficile da capire. Il pubblico cinematografico ha marchiato innumerevoli “volti nuovo e freschi”, per poi sbatterli a terra. Un anno dopo la sua morte, quelli che avrebbero voluto la rovina di James Dean ancora lo piangono, sconvolti. Ma è davvero un peccato che le loro mani non abbiano potuto offuscarlo? È davvero un peccato che abbia fatto la prima mossa, prendendo il comando, librandosi, oltre la portata delle masse rapaci? Il pubblico indica l’inesorabile passaggio del tempo, il tempo vince sempre, ma non si scuoterà mai il ricorso di questa fiera, rara, inestimabile sconfitta.

Yukio Mishima

*In copertina: James Dean fotografato da Dennis Stock, 1955