“Un tuffo da vertigini nel pianto”: Isabella Santacroce o della scrittura mistica

Posted on Settembre 06, 2019, 6:32 am
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“Mi sentivo una donna disgustosa, repellente. E adesso mi chiamano la Divina”. Soltanto l’umiliato, l’ultimo, è la primizia, evolve in primo. Ma questo primeggiare è la prova. L’umile che diventa dio si adempie sconfessando la propria divinità, perché tra gloria e fanghiglia non c’è speranza di iato, di fiato.

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La copia che mi è data è la 358. Sommo le cifre fino all’ultima. Viene 7. I sette peccati – le sette virtù. Non conosco Isabella Santacroce, per questo sono consono a scriverne, non ho altra consapevolezza che il suo libro, La Divina, pubblicato, per scelta, al di là dell’editoria, con la propria Desdemona Undicesima Edizioni. Non un gesto snob, credo – altrimenti, si poteva pubblicare con un editore piccolo, infimo – ma in sapienza. Annientarsi all’editoria, esserne l’eremita.

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Si parte con la violenza – perché occorre essere violati nella propria natura per trovare il nido di cristallo, l’intoccabile. “La vita è una cosa strana se ci pensi, anche quando splende è ignobile, e ci sarebbe da versare lacrime copiose, un tuffo da vertigini nel pianto, e starci dentro quasi fosse una piscina di dolore. Io però sono temprata dall’eccesso di un confine oltrepassato, ho raggiunto l’oscenità dell’esistenza, e lì il dolore è un anagramma per fantasmi, un passatempo rallegrante, cosa per ingenui scolaretti”.

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Ma occorre desolare le visioni della sottomissione e della tortura pagata lautamente – lei che da violata, diventa violentatrice in lattice, dacché “il potere di una donna è nel disprezzo” – perché l’estro è altrove, l’ago del significato. Lei che parla snatura l’amore fino a preferire l’amore per il cigno a quello per l’uomo, che ghigna, che frigna.

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Attraversato da visioni non è chi si umilia, ma chi è umiliato e ne inghiotte la sorte. La Divina rivolge contro di sé la divinità con fragore che fustiga (“Il frastuono di un fallimento mi sgrida, neppure non conoscessi quanto mi fa soffrire sporcarmi, e in nome di cosa, del niente. Però lo rifaccio, mai sazia di una distruzione difficile come una patologia senza cura, per rientrare in ogni dolore che ho provato, quasi nel timore di averne dimenticato la violenza”). Memoria dell’escatologia scatologica di Veronica Giuliani, la santa che lecca le feci: “Denunciata al Sant’Ufficio nel 1697, viene esaminata con insistenza impietosa, ispezionata corporalmente in modi umilianti, privata d’ogni carica, interdetta dal comunicare con l’esterno… un giovane confessore gesuita la tratta da strega, da indemoniata e le impone di leccare sterco, inghiottire insetti” (Giovanni Pozzi).

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Il romanzo è dedicato a Ludovico II di Baviera, il re che preferì il sogno alla realtà, che costellò di castelli il proprio regno e che morì, istigato al folle, in un lago, lui che era detto Re Cigno. “Cercava la felicità nell’impossibile. Costruiva i suoi castelli trasfigurando la realtà con la bellezza. Vorrei entrarci, immaginarlo sconfiggere le tenebre, una carrozza dai cavalli bianchi nella notte, e lui che vaga solo e malinconico con occhi divenuti spiritati. Era incantevole, delicato…”, scrive lei. L’indicibile è lì, nell’amore della Divina per il cigno trasfigurato – per ciò che è altro dall’uomo.

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La Santacroce non cerca lettori ma accoliti – che accoglie nel rifiuto. Cos’è la letteratura, allora, se non una devozione gratificata dal rifiuto?

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Di una scrittura, va detto, che pare preraffaellita e postumana, che mesce sogno e bondage, ma io vedo vampe che giungono da deserti albini, più di un millennio fa, l’autobiografia di una sacra prostituta, di una rasata che vede Dio tra gli avvoltoi, la grazia nel cadavere. “Non crollare adesso, sii lancia puntata contro le voragini e sventrale, danzando sulle viscere di questi abissi amari. Rovescia sulle tue guance il vuoto che senti, e colmalo perché diventi lago irregolare, per lui, il cigno che ami, che vorresti vivo, che vorresti baciare, domattina, tu, che baciavi la gente per strada…”. Per capire l’etimo di Isabella, usare come passepartout Michel de Certeau: “Si rintana tacendo, perduta in sé e agli altri… rimane dentro un eccesso da cui niente la distrae… essa resta nell’altro, nell’infinito di un’abiezione senza linguaggio”. Qui, Isabella dà linguaggio all’abiezione che si eleva in cigno.

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Tutto passa per la carne – per deviarsene. L’umiliata diventa divina, quella su cui spadroneggiavano si fa padrona. Snaturarsi. “Della sua sventura aveva fatto un trionfo, lì, in pochi centimetri di terra corrosa, il suo essere immenso”.

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Dunque, mi pare, in figure provvidenziali, provviste di una ferocia altra ai sistemi della produzione letteraria, torni la ferocia di una scrittura mistica, che mastica altro. Penso a Veronica Tomassini, vera santa, l’umiliata, e a Tiziana Cera Rosco, che ha la ferrea disciplina di una edificatrice di monasteri, che inaugura e disintegra fedi. Scritture, dico, che giacciono nella diversità, come Mazzarrona e Corpo finale, a cui s’aggiunge, ora, come alcova di visioni, La Divina. Mi pare un moto, una montante eresia, un massacro.

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Poi, certo, c’è la mistica sanguigna dei Sud, e quella che disseziona dei ‘renani’. Cioè: distanza di stile, nonostante sia lo stilita a prevalere, l’atto non lo scritto. Se penso a Isabella, penso a Stefana Quinzani, terziaria domenicana, che “a sette anni ha la prima visione di Gesù”, visionaria del primo Cinquecento. Scrive dell’oltraggio del corpo e dell’anima, perpetuamente soggetti al patire (“Da poi è ligata cum la mane sopra el capo cum ligami insolubili tamen invisibili, cum li pedi come fu Christo a la columna. E tunc è flagellata invisibiliter… e cum grandissima devozione e letizia abraza e basa essa croce invisibile como se corporaliter fosse presente la croce… e statim si vedono li nervi tirati et extensi, le vene ingrossate e le mano se fanno nigre, e como li fosse inchiodata la mane cum chiodi materiali fa un crido terribile cum lamenti lacrimabili e piatosi”). Del devoto resta la frattaglia, un frattale d’estasi – ogni preghiera è atto di sangue. Qui già, scrivere è impalare il cielo. (d.b.)