Ridi di chi ti deride! L’irrisione è la prova del nostro carisma. Da Isaia a Dostoevskij, da Democrito a Mishima: esempi

Posted on Dicembre 04, 2019, 7:02 am
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Tra ridere e irridere la distanza è di latitudine: non rido con te di qualcosa; rido di te. Non c’è gesto più umiliante di chi si rifiuta di combatterti o di controbattere le tue opinioni, ma ti squalifica, ridendo. Il riso, creatura della gioia, sfoga in irrisione, un virus, virtù dell’odio.

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Mi colpì l’esito esemplare della vita di Yukio Mishima. L’estro severo dell’impresa, così significativa da far dono della vita, stremata dall’incomprensione, dal fraintendimento, dal riso. “Nelle sue intenzioni, Mishima dovrebbe dare lettura del Manifesto dell’Associazione, stampato su volantini lanciati sulla folla di militari dalla balconata degli uffici, ma non riesce a parlare che poco più di cinque minuti. Si rende presto conto che gli ottocento uomini adunati non lo ascoltano. L’invito a interrogarsi sulla coerenza della funzione delle Forze di Autodifesa, negata da una costituzione imposta da potenze straniere, e l’appello a seguirlo in un’azione per la salvezza dell’identità nazionale cadono nel vuoto della derisione e dell’insulto” (così nella Cronologia al ‘Meridiano’ Mondadori che raccoglie i Romanzi e racconti di Mishima a cura di Maria Teresa Orsi). Immagino Mishima, nel tardo novembre del 1970, irriso, roso, scopertosi solo e frainteso, che si approssima all’inevitabile, la morte – certo dell’incomprensione.

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Mi sembra, dico, che chi irride le nostre intenzioni ne conferma l’anomala grandezza. Che strano, è proprio il contrario del gergo del mondo: chi ‘gode di consenso’, chi ha ‘l’approvazione’ è premiato. Invece, è l’ostilità che ostenta l’irrisione – non sei neanche degno dell’insulto – a rasentare la gloria. Per lo meno, a mettere alla prova la nostra radiosa volontà.

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Il monaco zen Ryokan (1758-1831) preferiva la compagnia dei bambini a quella degli adulti, viveva mendicando, scrivendo poesie, al di là del respiro del potere. Per questo, ridevano di lui – e lui, coglieva il riso come un canto, un vanto. “Quando incontri un uomo malvagio, ingiusto, sciocco, deforme, importuno, perverso, malato cronico, solo, sfortunato o disabile, devi pensare, “come posso essergli utile?”. E se non c’è nulla che tu possa fare per lui, non indulgere nell’arroganza, nella superiorità, non deridere, non disprezzare, ma esprimi una immediata compassione. Se non sei in grado di farlo, devi vergognarti e rimproverarti duramente, dicendoti: “Quanto sono distante dalla Via! Come ho potuto tradire la saggezza antica? Userò queste parole come una ammonizione continua”.

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Nella Bibbia la risata è segno di disprezzo, di tracotanza. “Della sciagura degli innocenti egli ride”: ecco l’accusa fenomenale che Giobbe (9, 23) scaglia contro Dio. Ridere sul desco del dolore altrui: non c’è gesto più atrocemente umano (“e i nostri nemici ridono di noi”, Sal 80, 7). Il riso fiorisce in Genesi, risolto e ribaltato, una vigna di sensi. Sara è vecchia quando rimane incinta: “Motivo di risata mi ha dato Dio, chiunque lo saprà riderà di me” (21, 6). Una vecchia incinta fa ridere, dalla bellezza sciupata non può sorgere una novità. Il riso s’incarna nel figlio di Abramo e di Sara, Isacco (“Lui che ride”), che incanala la stirpe di Israele, è il padre di Giacobbe. Semmai, è paradosso che Dio abbia chiesto ad Abramo di sacrificare il figlio sorto da una risata. Pare che sotto il coltello del padre, a Isacco, il ragazzo fiorito dalla risata, sia stato concesso di vedere, in visione, i tempi a venire, il futuro d’Israele.

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Ridere, irridere, deridere. La derisione come segno che santifica e sancisce il carisma. La tana di stupore, senza sosta, va vista lì, nei “Canti del Servo”, tirati come uno sfacciato scandalo nel libro di Isaia. Cito dalla versione di Guido Ceronetti, perché è lì, secondo me, il suo lavoro più grande.

Da scherni e sputi
La faccia non allontano

Il mio signore Iah
Viene in mio aiuto

Nessun oltraggio mi può scalfire

Il mistero dei misteri è qui, tra i capitoli 50 e 53 di Isaia, l’uomo che fa dell’ammissione di fragilità la propria ferocia, che ribalta lo scherno in scherzo, che riscatta i mali di tutti perché sia sfamato il male connaturato all’uomo, lo spietato del dio.

Dagli uomini disprezzato

Lasciato solo

Uomo di dolori

Esperto di ogni sventura

Uomo che non si guarda in faccia

Lo spregiavamo

Lo ignoravamo

Eppure i nostri mali portava
Dei nostri dolori si caricava

E a noi pareva un lebbroso
Folgorato da Dio
Schiantato

Erano i nostri crimini la sua piaga
Le nostre colpe la sua cancrena

Il castigo che a noi dà pace
Lo volle sopra di sé

Nella stria del suo sangue
Siamo guariti

Secondo Arthur Rimbaud, l’illuminato, il veggente, il poeta ha il compito di “farsi carico dell’umanità e persino degli animali”. Eppure, questo ubriaco sacrificio è nulla agli occhi dell’umanità.

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“Il libro è illuminato, ma noi siamo all’esterno del libro, guardiamo dal buio… L’imitazione del Servo è una delle inclinazioni fondamentali dell’anima umana: quando non siamo assassini, vogliamo essere espiatori, offrirci in sacrificio per la colpa. Anche nel mondo ateo esistono infiniti casi di vocazione segreta… perciò sull’entrata del Poema del Servo lascia filologia e teologia: puoi vederci, se non sei bello, se non sei una frittura carbonizzata di rancori, se vuoi essere utile al mondo per mezzo di un silenzioso patire, te stesso”. (Guido Ceronetti)

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“S’inginocchiavano davanti a lui, si prendevano gioco di lui… gli sputavano addosso, lo picchiavano con la canna sulla testa, lo irridevano” (Mt 27, 29-31). “Gli uomini che avevano in custodia Gesù lo deridevano, lo picchiavano” (Lc 22, 63). “Anche i servi lo prendevano a schiaffi” (Mc 14, 65).  “Lo fece flagellare… E gli davano schiaffi” (Gv 19, 1; 3). L’unzione a re di Gesù è fatta con lo sputo, al posto delle acclamazioni accerchiamento di risa – bisogna toccare il culmine dell’umiliazione. D’altronde, prima di ridere perché ha scoperto la luce e la risposta al dolore, il Buddha è deriso da chi non lo capisce. Ogni gesto esatto e nuovo ha aura di derisione, s’infrange nel fraintendimento. L’irrisione è la formula che autentica l’autonomia della scelta.

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Accogliere la derisione come una grazia: è impossibile. Tutti vogliono essere riconosciuti nella propria scelta, pure estrema. L’irrisione disintegra l’ego in tomba. Dal riso che scema in scherno senza schermi non si è salvi neppure tra le fauci di Dio. Nel monastero, nel fondo del fondo del monastero, vigono le stesse leggi che regolano l’uomo. I santi sono trattati dai superiori come idioti, vengono derisi: che obliqua sfasatura tra la fede autentica e quella alterata dalla vanagloria. Dicendo del vecchio, trattato come un cretino, che sceglie di correre, a quattro zampe, inseguendo i bufali, piuttosto che vivacchiare nel cenobio, Cristina Campo parla di “inesplicabile maestà dell’innocenza animale”. Quella, a suo dire, è la sapienza vera: dato di rivelazione, nella melma dell’insulto, più che d’intelletto.

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La derisione come strategia politica: rido di te per screditarti da ogni confronto. L’uomo ridicolo di Dostoevskij compie la sua redenzione – dal nulla al tutto, dal niente alla luce – in mezzo alla derisione dei suoi simili. Il racconto – appunto, Il sogno di un uomo ridicolo, sostanzialmente un sommario dei temi che FD sparge per tutti i romanzi – si apre sullo scherno (“Sono un uomo ridicolo. Adesso poi loro dicono che sono pazzo… Mi metterei addirittura a ridere anch’io insieme a loro…”) e lì si chiude (“E inoltre amo coloro che ridono di me più di tutti gli altri”). Il riso, cioè, in entrambi i casi, benedice la verità: è vero che il mondo è nulla, è il regno del caos, questa è l’esperienza prima, prioritaria; è vero che ci si erge dal caos e dal niente lasciando tutto, nell’adorazione, praticando il restauro con l’amore verso tutti. Chi è al di là del vero – e vuole esorcizzare la verità nell’utile, in ‘ciò che si deve fare’ – ride di chi lo abita. Sostanzialmente, ridendo di sé.

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Gli abitanti di Abdera pensavano che Democrito, il filosofo, fosse diventato pazzo: rideva continuamente. Chiamarono allora il medico più famoso del tempo, Ippocrate, perché li aggiornasse sullo stato di salute del filosofo. Democrito ride della vita dei cittadini di Abdera, del loro affanno. “Nella loro follia, illusi dalle cose comuni, che considerano salde, giudicano senza tener conto che tutto è in moto, è disordine… Questa è la ragione del mio riso. Uomini stolti, che pagano per la loro malvagità, per l’avarizia, l’ingordigia, l’inimicizia, le insidie, gli inganni, l’invidia. Fanno a gara nel tendersi inganni, pervertono i loro pensieri, ripongono la virtù nell’essere peggiori; praticano la menzogna, onorano la licenza, disobbediscono alle leggi, non vedono e non ascoltano”, scrive Democrito al grande medico (che leggete qui: Ippocrate, Lettere sulla follia di Democrito, Liguori, 1998). In questo caso, gli abderiti prima scherniscono il filosofo, poi, visto che è lui a ridere della loro derisione, lo prendono per folle: pretendo una cura per la celebrità civica, soprattutto perché quel riso non renda obliqui i loro atti. In realtà, sono i cittadini di Abdera a essere folli. “Chi esercita il potere ritiene felice l’artigiano perché non corre rischi e l’artigiano lui, perché dispone del potere; si buttano sulla via insicura e tortuosa, cadono, inciampano, ansimano come se fossero inseguiti, litigano; alcuni sono accesi dall’amore sciagurato della donna di un altro, confidando nella corruzione, nella sfrontatezza, altri li consuma il male senza limiti dell’avidità. Abbattono, edificano… Si è mai visto un leone che sotterra dell’oro, un toro che combatte per cupidigia, un leopardo che fa spazio all’insaziabilità?… L’uomo intero, fin dalla nascita, è una malattia; finché è piccolo non è capace di nulla e supplica aiuto, una volta cresciuto è insolente, da giovane è tracotante, dopo la giovinezza miserevole per aver coltivato con insensatezza i suoi stessi mali… Non dovrei forse ridere?”. Applauso e approvazione dicono che siamo appollaiati al conveniente, apolidi al buon senso e alla buona creanza, facciamo ciò che tutti si attendono, portaborse dell’ovvio, maratoneti di carriere supreme. Al riconoscimento preferite l’amicizia, alla tribuna il cenacolo, alle leggi la regola, ai proclami il codice, allo stadio il deserto: la derisione è il cibo dei re. (d.b.)

*In copertina: Beato Angelico, “Cristo deriso”, 1438-1440