“Io però resto un incosciente, sono la negazione dell’accademia, sono assolutamente eterodosso”: dialogo con Alessio Arena, che ha ricreato la New York italoamericana (con sirena)

Posted on Ottobre 22, 2018, 9:16 am
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I romanzi di Alessio Arena li aspetto come a suo tempo si faceva coi bastimenti, ben sapendo che non si sarebbero trattenuti a lungo poiché ogni ritorno non è che il preparativo per la prossima partenza. Con la letteratura va così: il suo movimento ti ricorda la tua quota di immobilità, e ti molla una spinta: adesso prova a diventare tu la persona che provoca l’attesa, metti la tua storia su una nave e falle conoscere il mare aperto di una nuova consapevolezza. Dopo aver letto La notte non vuole venire (Fandango, 2018) ho voluto incontrare chi di questo romanzo è sia il capitano sia il passeggero di terza classe, per spostarmi con lui nel tempo e nello spazio e sbarcare in una New York italoamericana sedotta dal canto di una sirena assai insolita se si considera che attira nell’abisso sé stessa prima di chiunque altro. Il romanzo è un pezzo di luna precipitato sulla terra portando scompiglio tra gl’animi notturni e inquieti, modificando ogni equilibrio, riportando in vita poeti scomparsi, restituendo la voce a chi aveva dovuto restituirla all’ombra. (Antonio Coda)

libro arenaLa notte non vuole venire doveva essere scritto come ospite presso la Columbia University ma…

Ma por H o por V come dicono gli spagnoli, per un motivo o l’altro, ero costretto a posticipare il viaggio. Il romanzo era in costruzione, io avevo in me una visione di New York ma volevo andare a vedere cosa fosse diventata, consapevole che la Little Italy della prima metà del Novecento, periodo in cui è ambientata la storia, non esistesse più. Quando poi sono stato in condizione di partire, fosse pure a mie spese siccome l’offerta della Columbia University l’avevo lasciata sfumare, ho deciso di non farlo: ho capito che volevo creare la mia New York; tanto più che quella reale ormai era sparita. Credo molto nel gioco della letteratura grazie al quale poter ricreare mondi che non esistono più o che non sono mai esistiti. Ecco cos’ho fatto: ho messo a confronto due foto del 1923, quella del Mercato dei Vergini, nel mio quartiere di origine, e quella di Mulberry Street. Erano tali e quali. Era la stessa città; con la differenza che nella foto del quartiere Sanità c’era la facciata della chiesa settecentesca di fronte al Palazzo dello Spagnolo e che a Mulberry Street c’erano i basements, con quelle loro scale d’emergenza all’esterno. Ho deciso che sarei andato a New York dopo la pubblicazione del libro. Adesso è tutto prenotato, parto il prossimo gennaio, per riportare Gilda in America, dopo averla prima riaccompagnata in patria, con il romanzo.

Mi voglio avvicinare al romanzo partendo da Atacama, il tuo ultimo singolo musicale, in cui canti: “pa’ ser felices arriesguen su amor”, “per essere felice, rischia il tuo amore.” Al centro dell’invenzione romanzesca ci sono due donne: Gilda Mignonette, donna di passione, strabordante, certo non la classica eroina da romanzo, e Esterina, una donna viceversa fantasmatica fin dalla capigliatura: “Sembrava in testa avesse dello zucchero filato. Oppure con cosa se li era lavati quei capelli, con la lisciva, con l’acqua ragia?” Sono due donne che hanno rischiato?

Nella Mignonette ho voluto creare un personaggio che non fosse l’eroe aristotelico con il quale il lettore empatizza. Gilda Mignonette è una eroina abbastanza respingente e io non volevo affatto farne l’apologia, anche perché il libro non ha mai voluto essere la sua biografia romanzata. Gilda Mignonette è sempre stata avvolta da una grande aura di mistero. I pochi dati biografici che se ne hanno basterebbe metterli in successione per costruire un romanzo movimentato al punto giusto; ma non ho voluto rendermi la vita facile. Ho ricercato e indagato su un’ombra ancora più profonda, quella della donna che le stava vicino, la sua assistente, e ho voluto raccontare partendo da lei. La Mignonette la privò persino del nome: per lei era ‘a signurina; nel romanzo la chiamo “la guagliona”. Il nome Esterina apparve soltanto in qualche cartellone al Caffè-Concerto Pennacchio, dove Gilda Mignonette si esibiva agli inizi degli Anni Venti. Il terzo personaggio invisibile del romanzo è la spartenza, quel sentimento di distacco e di perdita che accomuna tutte le persone migranti che si trovano costrette a rischiare, ecco, pur di tentare la felicità.

La notte non vuole venire è il tuo quarto romanzo, al suo interno c’è anche la storia della tua crescita da scrittore, mi riferisco al linguaggio, al senso della misura, al bilanciamento delle parti. L’ho trovata l’opera matura di uno scrittore che sa di aver scritto altri libri e che sa perciò fare un uso più controllato della sua bravura stilistica. Ricapitolando i tuoi libri precedenti: L’infanzia delle cose inizia con “Questa è la mano di mia madre.” Nel secondo, Il mio cuore è un mandarino acerbo, ancora prima dell’incipit scrivi questa dedica: “A Silvia Longo, che mi ha insegnato a scrivere con le mani aperte”. Incipit di La letteratura Tamil a Napoli: “Sono nato nelle mani di mia madre”. L’immagine della mano è molto presente, e potente, anche in La notte non vuole venire: dalla pallottola che andrà a ficcarsi nella mano di García Lorca – a cui nel romanzo doni una sorta di ora-di-vita-in-più – all’incubo ricorrente di Gilda Mignonette. Testualmente vi appare in corso di explicit: “Prendi la mia mano per sentire che alla fine di tutto, alla fine di ogni cosa, non sei stata tu a uccidere me”. Cosa sono le mani per la tua scrittura?

Io sono un innamorato della parola, un feticista. Mi piace vederla nella sua interezza, mi piace alzarla dalla pagina scritta e cantarla, tradurla, tradirla, impararne il suono in diverse lingue, ma la parola primigenia per me resta il gesto, e le interpreti principali della parola sono le mani. Dove non puoi arrivare con la voce e con le parole scritte, te lo dico anche da cantante, puoi ancora provarci con le mani. Nella scrittura deve essere rifluita la mia necessità di toccare gli altri con le parole. Le tue osservazioni sulla grana della scrittura del romanzo mi rallegrano ma allo stesso tempo mi preoccupano se penso a cosa succederà nel prossimo, col quale mi sto cimentando fin dalla stesura della seconda pagina de La notte non vuole venire. Io non ho una teoria del romanzo, non c’è una pratica, una scuola tale che se arrivi al terzo, al quarto, al quinto libro puoi poi farne tesoro. Non so come riescano gli altri scrittori che pubblicano un libro all’anno, uno ogni due anni; io ogni volta che scrivo un romanzo ho veramente la grandissima vertigine non della prima pagina bianca ma di tutte e trecento le pagine in bianco più o meno che lo comporranno. Mi perdo continuamente, è un labirinto per il quale non prevedo il filo di sicurezza di una via d’uscita.

Proseguendo il gioco di rimandi interni e esterni alla tua opera: in La notte non vuole venire scrivi che “la notte è guaritora”, come pure, spostandoci da New York allo Yucatán: “Quello sciancato li lasciò così: con la notte addosso che veniva piena di stelle e di cuccurucù di uccelli che sembravano un coro di monache”. Il pensiero allora va alla notte che deve passare di Eduardo De Filippo, Adda passà ‘a nuttata, a Prima che sia notte di Reinaldo Arenas, scrittore a cui ti senti molto legato. Cos’è questa notte, questo archetipo: è una speranza in ritardo, è il male che non passa?

Il titolo del libro sai da dove proviene? La noche no quiere venir / para que tú no vengas / ni yo pueda ir. Una casida di Federico García Lorca. Molto bella la versione che ne ha musicato Amancio Prada. Cercala. Il titolo in origine era un altro. Avevo pensato a: Io sono la canzone. Pare sia una cosa che Gilda Mignonette abbia detto in un’intervista: d’accordo la Piedigrotta, gli autori, ma la canzone sono io! La notte annunciata dal romanzo è mortifera: è la morte a non voler venire. È la notte di García Lorca, che ha una simbologia molto complessa della notte, della luna. Nel romanzo García Lorca appare non a caso mentre cade dalla giostra Trip to the moon, all’interno di quello che forse è il primo Luna Park a essere stato costruito, a Coney Island, Cunailando per gli italoamericani. Il titolo del romanzo riporta alla morte che non viene durante l’ultima traversata oceanica di Gilda Mignonette; è il suo addio definitivo alla vita. La letteratura Tamil a Napoli iniziava con la grande minaccia plateale di un personaggio che stava per farsi saltare in aria. Anche La notte non vuole venire inizia con una minaccia ma molto più subdola, è una minaccia più intima. È Esterina che dice a Gilda Mignonette: ti sei risvegliata senza ricordi ma io adesso ti ricorderò la tua vita, per ricordarti quanto sei stata una maledetta e quanto male mi hai fatto.

È la vendetta della memoria. D’altronde l’ingresso di García Lorca ‘con tutto il corpo sospeso nel vuoto’ è salutato da una voce della folla che grida: “Volto santo, aiutatelo, quello cade e si apre la memoria davanti a tutti noi!”, rischia cioè di rompersi la testa. La memoria perduta nel romanzo non è più il risultato di una ferita, anzi: proprio per ferirti, farò in modo che tu la recuperi.

Nessuno merita di andarsene così leggero di ricordi nella tomba.

Napoletano, italiano, broccolino, spagnolo anche. La lingua segue la storia: da Napoli verso New York, fino a raggiungere il Messico. Forse in ogni pagina del libro avviene uno spostamento: case, teatri; auto, navi, ciuchini da trasporto. Una scrittura in viaggio, in continuo movimento. L’andamento del romanzo riflette una tua condizione esistenziale?

Riflette la mia condizione attuale. Non ho mai viaggiato tanto come durante la scrittura del romanzo, non perché questo romanzo mi ci abbia obbligato per essere scritto; è coinciso al periodo della mia vita in cui non avevo una fissa dimora; che ancora non ho. Durante la scrittura del romanzo ho scritto due dischi che sono assolutamente due dischi camminanti, migranti, li ho incisi tra il Cile, Barcellona e l’Italia. Nel romanzo ho raccontato una cantante, migrante come me, lei non è mai stata ferma durante la sua vita, ma c’è un momento in cui viene fermata, è l’FBI a denunciarla, la considera una sovversiva, Gilda Mignonette non può più uscire dagli Stati Uniti e è allora che lei muore. L’ultimo movimento è quello del suo tentativo di tornare a casa, di rifare per l’ultima volta la traversata da New York a Napoli, ed è questo a ridarle un po’ di vita, è la scintilla che io sfrutto per raccontare la sua storia, dall’interno dell’ultima notte.

Una scrittura migrante ma ancor di più nomade, un movimento dettato dalla necessità come anche da una volontà, dal sano e positivo desiderio di non stare al proprio posto.

Voglia di speranza, e di riscatto. Emigrare negli Stati Uniti per tutti rappresentava il sogno della vita; la cuccagna. Lo rappresentava per la Esterina del romanzo, una ragazza destinata a una vita tutt’altro che da romanzo.

Per La notte non vuole venire hai voluto inventare una New York, e hai voluto inventare e raccontare anche una Napoli, “quella città sporca e annura.” Una città inedita oltre la doppia immagine prevista e pregiudicata della Napoli o tutta bellezze o tutta amarezze.

Una Napoli inedita è possibile se la racconti dal punto di vista sincero e di parte di un personaggio concreto, attraverso la sua visione personale e trasfigurata della città. Per il romanzo mi sono misurato con qualcosa che è molto difficile per me, il punto di vista onniscente, la terza persona che mi provoca sempre grande rispetto. Ho immaginato che a parlare fosse uno dei personaggi invisibili della storia, uno dei musicisti della Mignonette o una persona molto vicina a Esterina, senza mai farlo entrare in scena. Una Napoli sicuramente più complessa e inedita è quella che ho raccontato in La letteratura Tamil a Napoli. Per La notte non vuole venire ho voluto raccontare una Napoli che innanzitutto si contrapponesse alla luccicante New York proibizionista di quei tempi. È la Napoli del ventennio fascista, ma più che entrare nel dettaglio storico ho voluto rappresentare la città sporca, ‘annura’, che non fa nulla per nascondere la sua bestialità, che anzi te la offre, senza mascherarsi, senza ritoccarsi. Non succede in molti altri posti.

Scarabattola, azzoffonata, non pepetea. Oggi non esiste un napoletano letterario codificato ma nella lingua con cui impasti il tuo romanzo ritorna qualcosa di classico, un modo dolce di dire, di porgere il dialetto. Da dove arriva il tuo napoletano.

Innanzitutto non è un napoletano borghese. In questo senso io sono un desimoniano e non un defilippiano, per quanto ami entrambi alla follia. È un napoletano che si arricchisce del lessico familiare. Appunto, non essendoci una codificazione, il napoletano cambia da quartiere a quartiere, addirittura da famiglia a famiglia. Io provengo da un proletariato artistico con le sue parlesie, con i suoi ingressi atipici nel vocabolario: anche nella mia famiglia ci sono stati degli emigranti, non andarono negli Stati Uniti ma in Uruguay. Parto sempre dal napoletano, ho imparato le altre lingue veicolari a scuola. Io non devo fare un lavoro per andare verso il napoletano, in scrittura, ma per distaccarmene. Una scrittrice che usa un napoletano più colto, per farti qualche altro esempio di esito linguistico, è Antonella Ossorio. La apprezzo molto, il suo ultimo titolo è La cura dell’acqua salata.

Continuando lungo la pista delle parole: c’è la cannurutizia. È un termine dialettale che ricopre un campo semantico suo proprio, la cui migliore definizione l’ho rimediata in La letteratura Tamil a Napoli, dove lo riallacci al sentimento tedesco romantico del Sehnsucht: “Un desiderio che non mira a una meta certa”. Mi sembra sia la forza che domina tutto il romanzo.

I personaggi del romanzo scelgono gli obiettivi più sbagliati, si innamorano delle persone di cui non avrebbero mai dovuto, inseguono un desiderio che non appaga e non alimenta nessuno. È un’altra ombra che complica la situazione e che dà dei riflessi di mostruosità alla famiglia strana e improvvisata, assemblata, di Gilda Mignonette.

Come te la cavi tu con la cannurutizia?

Personalmente con la Mignonette non condivido la cannurutizia quanto quel sentimento di spartenza di cui ti dicevo prima, che non riguarda soltanto la separazione dalla propria terra; è la sofferenza che proviene dalla vita obbligatoriamente scissa di un artista, dalla lotta necessaria per ottenere il riconoscimento del suo lavoro che troppe volte si contrappone al suo desiderio di costruire una famiglia a cui poter fare ritorno. In La notte non vuole venire Gilda ha artisticamente tutto quello che Esterina non ha ma è vero anche il contrario: Esterina ha la vita affettiva che manca all’altra. È questo che fa impazzire entrambe.

La notte non vuole venire è una storia di emigrazione.

L’emigrazione di cui parlo è sia quella fisica sia quella interiore dei personaggi, costretti a decidere se effettuare o no la loro traversata esistenziale. D’altronde, io stesso sono un migrante. Mi si considererebbe un migrante di prima classe, per quanto il dedicarmi alla scrittura e alla musica mi abbia condotto in situazioni lavorative abbastanza precarie. Oggi è difficile parlare del fenomeno in atto ma è anche doveroso: trovo offensivo per la nostra intelligenza pensare a un futuro o a un presente fatto di piccoli stati sovrani protetti da frontiere. Non è mai accaduto e mai accadrà, non si può fermare questo movimento che interessa l’umanità da sempre, altrimenti nessuno si sarebbe mai mosso dall’Africa dell’homo habilis. Pure vero che l’emigrazione non è mai stata vissuta come un arricchimento da parte dei paesi che l’hanno ricevuta. Noi italiani stessi siamo sempre stati trattati malissimo.

Come a dire, con l’emigrazione hanno iniziato prima gli italiani.

Lasciando momentaneamente da parte gli Stati Uniti, basta pensare alla Svizzera, che ha rappresentato la pagina nera della nostra emigrazione, è il Paese che ci ha trattato peggio. Forse questo non è successo in America Latina, dove c’era una situazione di spopolamento. L’episodio argentino potrebbe considerarsi quello più felice, te lo dico da studioso dell’emigrazione che è il tema che pervade tutto quello che faccio, in musica e in scrittura. In Cile il governo addirittura promuoveva l’immigrazione italiana, aveva terre da fargli coltivare, senza però tenere in considerazione la presenza dei Mapuche, con cui gli italiani entrarono in conflitto. Da questo conflitto sorsero delle comunità molto interessanti, ma ci stiamo spostando nel territorio del prossimo romanzo. In La notte non vuole venire mi sono limitato a fare l’unica cosa che possiamo fare un po’ tutti: ricordarci della nostra storia, di quando esportavamo pulci e povertà ed eravamo i morti di fame di tutto il mondo. Tornando al discorso della finestra sul fascismo aperta nel romanzo: gli emigranti napoletani di New York ne sapevano veramente pochissimo, e se l’hanno difeso, perché lo hanno difeso, era per un sentimento patriottico al quale non erano nemmeno abituati: era la prima volta che vedevano il loro Paese alzarsi in piedi, fondare un Impero; pensa: esportava una bandiera e non più soltanto la fame.

Ti senti molto vicino a chi vive questi sconvolgimenti della storia.

Te l’ho detto, io non sono un artista borghese. Riconosco che tra i miei miti molti siano stati borghesi e che abbiano raggiunto vette elevatissime di qualità. L’artista borghese è chi può fare a meno di preoccuparsi dell’appagamento dei suoi bisogni primari. L’artista proletario è chi non ha nessuna copertura economica e deve trarre dalla sua creazione il suo sostentamento, la sua arte allora è permeata per forza di cose da una urgenza, di sopravvivenza intendo, che la rende completamente diversa da qualunque altra. Da qui la mia ammirazione per Reinaldo Arenas, per esempio, al quale ritorno continuamente, abbiamo persino una omonimia imperfetta nel cognome. Mi sento vicino a lui non solo perché come lui devo lottare per uscire dal pozzo psichico dell’invenzione letteraria, ma perché come lui devo proprio lottare per poter vivere di questo. Chi sceglie di fare della sua arte il suo lavoro deve sapere che per poterlo fare bene non può fare altro che questo, sa che deve spingere ogni giorno, e come ricordavi tu: pa’ ser felices arriesguen su amor”, “per essere felice, rischia il tuo amore”.

Voglio concludere rifacendomi al testo di un’altra canzone, La realitat vista per un artista, dal disco La secreta fanza, che ha tutta l’aria di essere un micromanifesto di poetica: “S’ha de dir, / s’ha de fer el que ens queda per fer. / S’ha d’aprendre a somiar / fins i tot amb la realitat./” Dunque, che fare?

Non stancarsi, non deprimersi, non gettare la spugna, mai. Godersi le piccole cose che accompagnano ogni giorno anche la mia vita da artista, senza mai precipitare nel pozzo della cannurutizia che ha ingoiato la Gilda Mignonette del romanzo. Essere soprattutto sinceri con la propria opera. Arrivato a questo punto del mio cammino potrei aver individuato la cifra che funziona con il pubblico che mi segue: quando scrivo questo tipo di canzone, questo tipo di romanzo… Io però resto e voglio restare un incosciente, non premedito, sono la negazione dell’accademia, sono assolutamente eterodosso, a volte lo sento come un limite ma è così che mi mantengo sincero, cerco di assecondare i miei cambiamenti, siano essi una evoluzione o una involuzione, lavorando su di loro. Ogni nuova opera è diversa da quella prima quanto sono diverso io dalla persona che ero quando l’avevo composta. Il prossimo romanzo, vedi, risponde a una verità biografica, ci porta in Cile. Sono stato nel posto più sterile del mondo e vi ho trovato radici della nostra storia italiana. Ho vissuto in una città dove non piove dal 1992, si chiama Iquique; è gemellata con Oppido Lucano, che gli iquiqueños considerano una grande città italiana, e lì ci ho trovato tante e tante storie di oppidani, degli abitanti di questo piccolo paese della Lucania, in provincia di Potenza, che prima dell’Unità d’Italia si chiamava Palmira, come la famosa capitale dell’antica Siria.

E con la storia secondo cui sono finite le storie e dobbiamo diventare postmoderni e quindi dei virtuosi della variazione come la mettiamo?

Abbiamo dimenticato che ci sono più in cose in cielo e in terra di quante non ne sogni la nostra letteratura contemporanea. Dobbiamo solo rimetterci in movimento.